Indagini

Dottori di ricerca, dopo un anno otto su dieci lavorano

I risultati delle indagini di AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei dottori di ricerca: il 49,8% svolge un’esperienza all’estero, la retribuzione mensile netta è di circa 1.600 euro.
05 Novembre 2018

Le indagini del Consorzio AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei dottori di ricerca analizzano rispettivamente le performance formative di oltre 4.000 dottori di ricerca del 2017 di 20 atenei* aderenti al Consorzio e quelle lavorative di quasi 4.400 dottori di ricerca del 2016 di 27 atenei**, contattati ad un anno dal conseguimento del titolo di studio. I dottori di ricerca del 2016 coinvolti nella rilevazione rappresentano il 44,9% del complesso dei dottori di ricerca delle università italiane in quell’anno.

L’analisi, sebbene evidenzi il buon esito occupazionale dei dottori di ricerca già a un anno dal titolo, mostra che il mercato del lavoro non riesce a valorizzare appieno il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori. Le motivazioni sono legate principalmente a due ordini di fattori: da un lato lo storico sbocco professionale dei dottori di ricerca, ossia l’insegnamento e la ricerca in ambito accademico, caratterizzati da tempi lunghi di stabilizzazione contrattuale e valorizzazione professionale; dall’altro il fatto che il titolo di dottorato fatica tuttora ad essere apprezzato dal tessuto produttivo nazionale.

 

DAL RAPPORTO SUL PROFILO emerge che le donne rappresentano il 52,1% del collettivo, un valore inferiore rispetto a quanto rilevato tra i laureati di secondo livello del 2017 (59,5%); la quota di cittadini stranieri è pari al 13,0%, una misura più di tre volte superiore a quella registrata tra i laureati di secondo livello del 2017 (3,9%).

L’età media al dottorato di ricerca è pari a 32,9 anni, tuttavia circa la metà dei dottori ottiene il titolo di studio al massimo a 30 anni di età.

L’indagine mostra inoltre che tra i dottori di ricerca, ancora oggi e più che tra i laureati, agisce una forte selezione sociale sulla base del contesto socio-culturale della famiglia di appartenenza. Il 43,9% di chi sceglie di proseguire la propria formazione con il dottorato ha infatti entrambi i genitori laureati (9,9 punti percentuali in più di quanto osservato per i laureati); il 29,0% dei dottori ha inoltre alle spalle una famiglia con uno status socio-economico elevato (è il 25,3% dei laureati di secondo livello).

Per quanto riguarda la mobilità, il 61,0% dei dottori di ricerca consegue il dottorato nel medesimo ateneo della laurea, un 29,0% ha scelto un altro ateneo italiano, mentre il 9,7% dei dottori ha ottenuto la laurea in un ateneo estero, a riprova dell’effettiva attrattività del terzo ciclo dell’istruzione terziaria in Italia.

Per quale motivo si decide di iscriversi a un dottorato di ricerca?
La motivazione più rilevante relativa all’iscrizione al dottorato è quella legata al miglioramento della propria formazione culturale e scientifica: il 79,4% dei dottori la indica come decisamente importante. Seguono le motivazioni legate alla possibilità di svolgimento di attività di ricerca e studio in ambito accademico (46,0%), al miglioramento delle prospettive lavorative (41,3%), all’ottenimento di un finanziamento (35,9%) e allo svolgimento di attività di ricerca e studio in ambito non accademico (32,5%).

La fruizione di finanziamenti per la frequenza del dottorato ha riguardato il 79,1% dei dottori di ricerca del 2017 e il finanziamento ottenuto è stato giudicato adeguato dal 57,9% dei dottori che hanno usufruito della borsa. Resta vero che, nonostante la presenza di finanziamenti a sostegno della ricerca, il 50,4% dei dottori di ricerca dichiara di aver svolto attività lavorative nel corso del dottorato. Infine, il 77,9% dei dottori di ricerca dichiara di aver partecipato, in maniera abituale per almeno un anno, ad attività formative strutturate all’interno del proprio corso di dottorato.

Le esperienze di studio all’estero rappresentano un elemento importante, riguardano infatti il 49,8% dei dottori di ricerca e sono realizzate prevalentemente su base volontaria per collaborare con esperti, elaborare la tesi di dottorato, ma anche per utilizzare laboratori e attrezzature specifiche. Non è un caso pertanto se la soddisfazione complessiva dei dottori per l’esperienza all’estero è pari in media a 8,7, su una scala 1-10.

Il 69,5% di chi ha vissuto un’esperienza all’estero ha scelto come meta di studio un Paese europeo, più specificatamente Regno Unito (14,4%), Germania (11,9%) e Francia (11,5%); tra i paesi extra-europei, gli Stati Uniti d’America (16,0%) sono quelli più attrattivi. Per circa un dottore su tre (33,1%) la durata dell’esperienza all’estero è superiore ai 6 mesi.

Tra gli aspetti che caratterizzano l’esperienza di dottorato risaltano il tempo dedicato alla ricerca (il 50,8% vi dedica oltre 40 ore a settimana; il 21,9% più di 50 ore alla settimana), la realizzazione di pubblicazioni (l’80,7%) e le attività di collaborazione alla didattica (67,4%).

Al termine del dottorato, il 32,8% pensa di intraprendere la carriera accademica, in Italia o all’estero, il 19,2% vorrebbe ricoprire una posizione di alta professionalità alle dipendenze, nel settore pubblico o privato, mentre il 16,1% vorrebbe continuare a svolgere attività di ricerca.

 

 

IL RAPPORTO SULLA CONDIZIONE OCCUPAZIONALE mostra che, tra i dottori di ricerca del 2016 intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo, il tasso di occupazione è pari all’83,5%: più in dettaglio, il 24,6% svolge un’attività con borsa o assegno di ricerca, mentre la restante quota svolge un’altra attività lavorativa. Il tasso di occupazione è decisamente superiore al 73,9% registrato tra i laureati magistrali biennali del 2016; è in linea, invece, con quello raggiunto dai laureati magistrali biennali del 2014 dopo tre anni dal conseguimento del titolo, pari all’85,6%.

Il tasso di disoccupazione è pari all’8,6%, valore che si discosta nettamente dal 16,4% registrato tra i laureati magistrali biennali del 2016 intervistati ad un anno dal conseguimento del titolo.

A dodici mesi dal titolo di dottorato, il 25,5% può contare su un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, mentre il contratto non standard (in particolare alle dipendenze a tempo determinato) riguarda il 22,4% degli occupati. Il 15,2% svolge un’attività sostenuta da assegno di ricerca, mentre il 10,8% percepisce una borsa post-doc, di studio o di ricerca. Infine il lavoro autonomo (liberi professionisti, lavoratori in proprio, imprenditori, ecc.) coinvolge il 12,3% dei dottori di ricerca occupati.

Oltre la metà dei dottori di ricerca risulta occupato nel settore pubblico, il 39,6% nel settore privato, mentre il restante 4,1% è occupato nel settore non-profit.

L’84,5% dei dottori svolge inoltre la propria attività nell’ambito dei servizi, in particolare nel ramo dell’Istruzione e ricerca, l’11,4% nell’industria e solo l’1,4% nel settore dell’agricoltura.

Dal momento che quasi un terzo dei dottori di ricerca a un anno dal titolo di studio è ancora impegnato in attività con borsa o assegno di ricerca, non stupisce che ben il 55,6% dei dottori di ricerca sia impegnato in una professione intellettuale, scientifica e di elevata specializzazione; il 6,6% svolge una professione tecnica e il 3,9% una meno qualificata (si è adottata la Nomenclatura e classificazione delle Unità Professionali di Istat - CP2011).

Nel proprio lavoro, la metà degli occupati svolge attività di ricerca in misura elevata, il 29,6% in misura ridotta, mentre il restante 20,0% non svolge per nulla attività di ricerca.

Le retribuzioni mensili nette dei dottori di ricerca intervistati a un anno sono di gran lunga superiori a quanto rilevato tra i laureati magistrali biennali: 1.625 euro rispetto ai 1.153 euro percepiti dai laureati magistrali biennali del 2016 a un anno e ai 1.428 euro di quelli del 2012 a cinque anni.

Il 57,6% dei dottori di ricerca dichiara il titolo di studio “molto efficace o efficace” per lavorare. Tale percentuale raggiunge il 67,3% tra coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il conseguimento del titolo di studio e il 45,7% tra quanti, invece, proseguono la medesima attività lavorativa.

Se potesse tornare ai tempi dell’iscrizione il 55,2% dei dottori di ricerca confermerebbe le proprie scelte, iscrivendosi allo stesso corso di dottorato e nello lo stesso ateneo; solo il 3,3%, invece, pur scegliendo lo stesso ateneo, seguirebbe un altro corso di dottorato. Il 7,0% si iscriverebbe ad un dottorato di ricerca in un altro ateneo italiano, mentre poco meno di un quarto si iscriverebbe ad un ateneo estero. Il 10,1% dei dottori di ricerca infine si dichiara pentito della scelta fatta a tal punto che non rifarebbe un corso di dottorato.

 

 

Consulta il Report sul Profilo dei Dottori di ricerca

Consulta il Report sulla Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca

 


 

* Gli Atenei coinvolti nell’indagine del 2017 sul Profilo dei dottori di ricerca sono Roma La Sapienza, Padova, Torino, Firenze, Genova, Milano Bicocca, Salerno, Pavia, Parma, Ferrara, Venezia Ca’ Foscari, Verona, Trieste, Brescia, Bergamo, Insubria, Piemonte Orientale, Venezia IUAV, Bolzano, Roma Foro Italico.

** Gli Atenei coinvolti nell’indagine del 2017 sulla Condizione occupazionale dei dottori di ricerca ha coinvolto gli Atenei di Bergamo, Bolzano, Brescia, Ferrara, Genova, Insubria, Milano, Milano Bicocca, Milano IULM, Modena e Reggio Emilia, Napoli L’Orientale, Padova, Palermo, Pavia, Piemonte Orientale, Pisa, Roma Foro Italico, Roma La Sapienza, Salerno, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Scuola Normale Superiore di Pisa, Torino, Trieste, Udine, Venezia Ca’ Foscari, Venezia IUAV e Verona.