
Secondo il X rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, aver fatto uno stage offre un vantaggio dal punto di vista del lavoro: il tasso di occupazione passa infatti dal 53 per cento di chi non ha svolto questo tipo di esperienza formativa al 66 per cento di chi ha usufruito di questa opportunità. Ma ancora molta strada è da fare per agevolare queste esperienze e renderle di qualità. A dirlo è Mauro Meda, segretario generale dell’Asfor, l’Associazione italiana per la formazione manageriale: “Manca ancora un raccordo forte tra imprese, laureati e università”.
Il tirocinio è una modalità formativa e d’inserimento professionale sempre più utilizzata sia dalle università che dalle imprese. Come mai?
“I tirocini hanno un’importanza strategica per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Rappresentano il primo momento attraverso cui i laureati possono fare esperienza, toccare con mano quanto hanno imparato sui libri. Sicuramente c’è ancora molto da fare in questo senso: servono dei processi di apprendimento con obiettivi specifici rispetto all’attività svolta dal laureato. Qui è fondamentale il rapporto che si gioca tra università, laureato e impresa. Ad esempio, andrebbe potenziato il ruolo di chi all’interno dell’azienda gestisce l’inserimento del tirocinante. Non solo, ma ci vorrebbe un collegamento diretto tra il candidato e l’area di impresa in cui verrà inserito”.
Cosa si aspettano i giovani dal periodo di tirocinio?
“I laureati che fanno un tirocinio all’interno di un ente o di un’impresa sono sempre molto esigenti rispetto a quelli che sono gli obiettivi previsti dal periodo di formazione, nutrono delle aspettative molto forti. E’ un fatto positivo, un tipo di approccio che le imprese tendono a soddisfare. Anche se, poi, non sono frequentissimi i tirocini che si concludono con l’assunzione effettiva del candidato”.
Per un laureato è un’opportunità, lo dimostra la documentazione AlmaLaurea: gli stage aumentano l’occupabilità.
“La cosiddetta prova sul campo è fondamentale: vuol dire sperimentare quello che si è appreso in tanti anni di studio e riuscire a farlo attraverso un sistema di rete che dall’università corre all’impresa. Questo anche se, spesso e volentieri, i laureati sono i primi a mettere dei paletti: ad esempio, sono restii a fare lo stage in un’impresa di piccole dimensioni. Ma è l’Italia: il nostro territorio è fatto di mille piccole e medie imprese, sistemi di filiera, distretti industriali che possono offrire molto ai nostri giovani. Nelle piccole imprese spesso si fanno cose che nelle grandi non è possibile fare”.
Ma chi controlla la qualità degli stage: che garanzie ha un laureato di non passare lo stage a fare fotocopie?
“Le aziende non vedono il tirocinio come un fatto organico. Il perché è semplice: non è ancora stato elaborato un sistema ad hoc capace di integrare nel piano formativo di un laureato o di un’impresa dei precisi percorsi di apprendimento professionale. E non è colpa delle imprese o delle università, ma del sistema. Ci portiamo dietro difetti di vecchia data. Basti pensare che da parte dello studente c’è una scarsa conoscenza dell’ente e dell’azienda sede dello stage. Di contro, le imprese non sanno chi hanno davanti, quindi non sanno che opportunità hanno da offrirgli questi ragazzi”.
Come si può ovviare a questa mancanza di conoscenza reciproca?
“Quando dico che servono dei tirocini con obiettivi più specifici, intendo proprio questo. Insomma ci vuole più qualità, ma una qualità tangibile. Alla fine del percorso lo studente deve poter dire: bene il mio progetto prevedeva questo obbiettivo ed è stato realizzato. Poi, il materiale raccolto, soprattutto se l’elaborato è un lavoro dinamico, può essere utilizzato o in funzione della preparazione della tesi o come carta da giocare a un successivo colloquio di lavoro”.
La riforma universitaria ha triplicato il numero dei laureati che fanno stage durante gli studi. Crede abbia agevolato anche il rapporto tra mondo della formazione e delle imprese?
“Questo ero lo scopo, almeno all’inizio. La riforma è stata molto positiva dal punto di vista dei tirocini perché ci ha permesso di allinearci agli standard europei. Ma non ha colto nel segno perché i laureati triennali, è vero che si laureano prima, ma poi in larga maggioranza proseguono con la laurea specialistica. Lo dicono i dati AlmaLaurea. Anzi dicono di più. Ovvero, che dopo la specialistica, molti laureati cercano altri sbocchi formativi: proseguono con master, scuole di specializzazioni o simili”.
Che soluzione prospetta?
“Bisogna spiegare alle imprese il vantaggio competitivo che può rappresentare il lavoro di un tirocinante. In questo senso potrebbe essere utile la formula del tirocinio diffuso, sul modello tedesco. Creare un percorso, a cominciare dalla laurea triennale, che preveda già al primo anno di studi una presenza del giovane nell’impresa. Poi, via via che lo studente prosegue nella formazione, farlo tornare in azienda, la stessa, per mettere in pratica altre forme di conoscenza”.
Redazione AlmaLaurea, 1 Settembre 2008