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L’archeologia industriale? Un patrimonio da valorizzare

06 Gennaio 2012

Nove edizioni passate, 400 studenti formati e un percorso didattico che va dalla storia alla catalogazione, fino alla progettazione e alla gestione economica, che lo rendono unico in Italia, in Europa e non solo, tanto che quasi il 50% degli studenti è straniero e presto il suo “format” sarà esportato in diversi paesi dell’America Latina. Il focus? L’archeologia industriale, un patrimonio fatto di tecnica, macchine, fabbriche, prodotti, memoria e lavoro che va valorizzato perché può essere “una leva di sviluppo territoriale dalle molteplici possibilità”. Lo racconta il professor Giovanni Luigi Fontana, direttore del master di secondo livello in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale, organizzato dal Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità dell’Università di Padova in collaborazione con un network internazionale di atenei, associazioni ed enti, pubblici e privati. Didattica in presenza e online, integrata dall’attività pratica sul campo, per formare architetti e progettisti per il recupero di edifici e siti industriali, archivisti d’impresa, conservatori e allestitori museali. Le iscrizioni per la decima edizione scadono lunedì 20 febbraio.

Professor Fontana, come è nato il master sul patrimonio industriale?
“Il master è nato dieci anni fa dalla constatazione che non esisteva nessun percorso post-laurea dedicato specificamente al patrimonio industriale. C’erano solo pochi corsi sull’archeologia industriale, qualcuno ad Architettura o a Urbanistica, ma nessun master. Così, a partire dal 1997, con l’Aipai, l’Associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale, che ho fondato e di cui sono stato a lungo presidente, abbiamo convenuto che bisognasse promuovere un percorso formativo per coprire questo vuoto. L’abbiamo fatto d’intesa con altre facoltà e atenei. Allora erano tre (Padova, la Facoltà di Architettura di Venezia e il Politecnico di Torino), ma poi il consorzio si è allargato e al master si sono associate diverse università – da Ferrara a Firenze e a Cagliari, dal Politecnico di Milano  all’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr di Lecce, ad associazioni (l’Aipai e l’Icsim), oltreché ai comuni di Terni e di Schio, che sono sedi storiche dell’industria siderurgica e tessile italiana e che ci hanno sostenuto fin dai primi anni”.

Che cosa contraddistingue il percorso didattico del master?
“Il nostro è un percorso davvero interdisciplinare, che copre la storia dell’industria, la catalogazione e l’inventariazione di archivi cartacei e macchinari, la valorizzazione e la gestione del patrimonio industriale nel suo complesso e in tutte le svariate forme possibili. Abbiamo bisogno di competenze di ampio raggio e per questo la docenza è composta non solo da professori degli atenei che sostengono il master, ma anche di altre università e di esperti che coinvolgiamo attraverso la rete dell’Aipai. Questa capacità di fare rete ha permesso che il master rimanesse unico in Italia e in Europa e sempre più riconosciuto a livello internazionale”.

E come sono organizzate le lezioni?
“Abbiamo iscritti provenienti dall’area umanistica, da storia, da economia, da conservazione dei beni culturali e naturalmente da architettura, da urbanistica e anche da ingegneria, per cui la parte introduttiva, che si svolge online, serve per amalgamare linguaggi e concetti diversi e dare agli studenti un quadro di riferimento comune. Poi ognuno sceglie di studiare e di lavorare secondo i propri interessi o la propria area di provenienza”.

Quanto spazio si dà alla pratica e alle esercitazioni?
“La seconda parte si sviluppa proprio attraverso workshop e project-work. I workshop si svolgono quasi sempre in gruppo. Il nostro assunto basilare è che ci debba essere sempre collaborazione tra architetti, progettisti, storici e archivisti, ma che ognuno debba intervenire secondo le proprie competenze. Facciamo lavorare gli studenti su casi concreti, con rapporti molto stretti con il territorio. Per esempio, nell’ultima edizione del master, li abbiamo coinvolti nella riqualificazione del cementificio di Castellavazzo, vicino a Longarone e la diga del Vajont, e nel riuso di fabbricati ex-tessili della Valle del Bisenzio.Un lavoro complesso per territori ricchi di memoria storica, collettiva e non solo industriale. Ma abbiamo sviluppato progetti anche a Mestre e Porto Marghera, a Schio, Terni, Biella, Torino, nel Monte Amiata, nel Salento e in numerose altre località. L’intento è di non fare esercitazioni meramente accademiche, fini a se stesse, ma di sviluppare – in collaborazione con imprese, musei ed enti locali – lavori che servano per realizzare interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio industriale, fornendo supporto in termini conoscitivi e progettuali”.

Ma quali sbocchi occupazionali offre il master? In quali settori ci sono maggiori opportunità?
“I percorsi professionali sono svariati. Dai dati che abbiamo raccolto, più del 60% dei nostri ex studenti lavora nel settore. Oltre agli architetti che già lavorano in studi o come libero professionisti e spesso scelgono il nostro master per specializzarsi, altri che lo frequentano da neo-laureati hanno trovato lavoro in fondazioni, in musei, presso archivi, imprese o enti locali”.

Master di II livello in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale
Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità – Università di Padova
Dati relativi all’edizione 2012
Posti disponibili: minimo 10; massimo 60
Scadenza iscrizioni: 20/02/2012
Costo: 3.000 euro da pagare in due rate
Borse di studio: no
Per informazioni
Tel. 049 8278561
Fax. 049 8278502
E-mail: master.patrimonioindustriale@unipd.it
Sito: http://masterpatrimonioindustriale.storia.unipd.it