
A dispetto di quanto dimostrano i dati di AlmaLaurea, in molti nutrono dubbi sugli effetti della riforma universitaria, compresi gli stessi docenti universitari. A dirlo è uno studio realizzato dal CIRSIS, il Centro di ricerca sui sistemi di istruzione superiore dell’Università di Pavia, nell’ambito del progetto internazionale di ricerca “Changing Academic Profession” (CAP).
“In questa indagine ciascun paese ha potuto inserire nello studio una parte nazionale. Noi abbiamo scelto di puntare l’attenzione sulla valutazione della riforma universitaria. A più di cinque anni dalla sua realizzazione, abbiamo chiesto a docenti e ricercatori delle università italiane di esprimere un giudizio sulla riforma degli ordinamenti didattici introdotta con il decreto n. 509 del 1999 – nota come la riforma del “3 + 2” – con lo scopo di conoscere la loro opinione circa i suoi effetti sugli studenti, sui laureati e sul lavoro dei docenti”.
A spiegarlo è Michele Rostan, direttore del CIRSIS intervenuto venerdì 28 maggio al Convegno “L'istruzione universitaria nell'ultimo decennio. All'esordio della European Higher Education Area” in occasione della presentazione del XII Profilo dei laureati italiani di Alma Laurea.
“Ci sono dei casi in cui l’opinione dei docenti trova riscontro nei dati proposti da AlmaLaurea, come sulla scarsa mobilità nazionale e internazionale degli studenti” precisa Rostan passando in rassegna gli esiti dello studio.
Insomma il processo riformatore ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissato oppure no?
Secondo i risultati dell’indagine, per quanto riguarda la carriera degli studenti, ci sono tre aspetti sui quali il giudizio dei docenti è abbastanza netto. La riforma ha prodotto un abbassamento della preparazione complessiva degli studenti e non ha facilitato né la loro mobilità nazionale né la loro mobilità internazionale. Su altri aspetti il giudizio è più differenziato: alcuni ritengono che la riforma non abbia ridotto il fenomeno degli abbandoni ma secondo altri lo ha fatto.
La maggioranza dei docenti ritiene che la riforma del “3 + 2” non abbia favorito il raccordo tra istruzione universitaria e mondo del lavoro mentre il giudizio sulla sua capacità di abbreviare i tempi di conseguimento del titolo di studio è più differenziato. La grande maggioranza dei docenti, infine, è concorde nel ritenere che la riforma abbia aumentato il loro impegno organizzativo e gestionale e il loro carico didattico.
Tirate le somma “il giudizio dei docenti universitari sulla riforma degli ordinamenti del 1999 non è positivo. I più negativi - spiega Rostan- sono i giuristi mentre, i meno negativi sono i docenti che appartengono alle scienze sociali, a quelle economiche e aziendali e i medici”.
Ma perché la pensano così?
La riforma ha comportato un aumento del carico di lavoro dei docenti, senza particolari contropartite “ed è difficile pensare che ciò non abbia inciso sul loro giudizio”, chiosa il direttore del CIRSIS ricordando, inoltre, che “per lungo tempo poi i docenti universitari italiani hanno mostrato una forte resistenza al cambiamento e all’innovazione che può aver influito sull’atteggiamento nei confronti della riforma”.
Infine, evidenzia Rostan “l’indagine ha raccolto il parere dei docenti proprio nel momento in cui si avviava la cosiddetta “riforma della riforma” chiamando i docenti e i ricercatori a modificare nuovamente – dopo pochi anni – l’offerta didattica: anche questo può aver influito sulla valutazione dei docenti; ma soprattutto il loro giudizio sulla scarsa capacità della riforma di raggiungere gli obiettivi prefissati può pure dipendere dal fatto che essa sia stata realizzata senza risorse aggiuntive: ma una riforma può essere a costo zero?”.
Redazione AlmaLaurea, 28 Maggio 2010