ALMALAUREA NEWS - LAVORO

La passione per la comunicazione

Flessibilità, conoscenza delle lingue e spirito di avventura: sono le armi con cui Elisabetta Tosini si fa strada nell’università e nel mondo del lavoro

Nata a Viterbo nel 1985, a ventidue anni Elisabetta Tosini ha conseguito una laurea triennale alla facoltà di Scienze della comunicazione di Roma 3, con una tesi su “Guerra e media. Il Rwanda e la rappresentazione di un genocidio”. Elisabetta, che parla inglese, francese e tedesco, è poi partita per Parigi per un master di sei mesi alla Sorbona, in cui si è confrontata con il metodo didattico della prestigiosa università francese. Oggi, dopo aver lavorato per una casa editrice e per un giornale locale, Elisabetta è impiegata presso la segreteria dell’università e nel frattempo sta prendendo la specialistica in Teoria della comunicazione. “Credo che i laureati nel mio corso - dice - per trovare lavoro abbiano soprattutto bisogno di ingegno e di spirito di avventura”.

Ti sei laureata in Comunicazione nella società della globalizzazione. Che tipo di corso è?
“E’ un indirizzo della laurea in Scienze della comunicazione , in cui si sostengono molti esami di diversa natura, dalla filosofia all’economia, la linguistica, il marketing, il giornalismo e l’editoria. Tutte le materie vengono studiate nella loro relazione con il mondo della comunicazione”.

Oggi stai continuando l’università?
“Sì, sto facendo la specialistica in Teoria della comunicazione, che è un po’ il proseguimento naturale del mio indirizzo alla triennale. Infatti molti degli esami che ho fatto possono essere considerati come esami integrativi, in più c’è una sostanziale messa in pratica dei corsi studiati durante la triennale”.

Per gli studi sei stata anche in Francia.
 “Si, ho frequentato un master di primo livello in Comunicazione e marketing all’università Sorbonne. Era un corso di sei mesi, dal gennaio all’agosto del 2008. Mi sono trovata molto bene, anche se all’inizio ero un po’ spiazzata perché il loro sistema universitario è molto diverso dal nostro”.

In che senso?
“Il metodo didattico italiano è tendenzialmente più accademico, c’è una linea di demarcazione abbastanza netta tra gli studenti e i professori. In Francia, invece, mi è sembrato quasi di ritornare al liceo, innanzitutto perché le classi erano molto meno numerose, in media con meno di trenta alunni. Inoltre i professori coinvolgono molto gli studenti, ci tengono parecchio a sentire la loro opinione, quindi le lezioni si sviluppano in modo molto simile a un dibattito. Un episodio che mi ha molto colpito è stato quando un ragazzo durante una lezione si è alzato e in maniera molto confidenziale ha detto al professore: ‘Mi dispiace ma io non la penso affatto come lei’. Il professore di rimando ha voluto sapere perché, gli ha chiesto le sue argomentazioni e ne è nata una discussione molto serena. In Italia si tende sempre a mantenere una sorta di distanza istituzionale tra docente e studente”.

Tu quale preferisci tra i due metodi?
“Per me l’ideale sarebbe una via di mezzo. Mi spiego, in Italia si sente un po’ la mancanza di un maggior confronto, ma allo stesso tempo in Francia a volte viene a mancare il rispetto per i professori. Per me, comunque, quando si ha a che fare con un docente, è importante ricordare che non ci si sta confrontando con un proprio pari. Inoltre ho notato che in Francia si studia molto meno rispetto all’Italia, ma è anche vero che gli esami sono strutturati in maniera differente. Ci sono delle verifiche trimestrali, dette ‘essayez’, in cui bisogna presentare una relazione da esporre di fronte a tutta la classe. Il voto di queste relazioni poi farà media con quello d’esame che è sempre diviso in una prova scritta e una orale”.

Oggi, invece, stai lavorando?
“Sì, per il secondo anno consecutivo lavoro per la segreteria di facoltà e farò richiesta anche l’anno prossimo. In passato ho lavorato per una casa editrice, per la quale vendevo spazi pubblicitari, e per un piccolo giornale locale nella zona di Viterbo, che però ho dovuto lasciare dopo un po’ di tempo, perché non potevo più spostarmi tra Roma e Viterbo”.

A tuo avviso cosa offre il mercato del lavoro a chi esce da Scienze della comunicazione?
“Credo che i laureati di questo corso abbiano bisogno soprattutto di ingegno e di una sorta di spirito di avventura. Mi sembra che la comunicazione sia oggi uno dei settori che mandano avanti il mondo. Il problema però è che questo è un campo talmente vasto che per uno studente c’è il rischio di perdersi. Io in effetti mi sono ritrovata a dare esami in tutte le materie, dalla matematica alla semiotica, al marketing: dopo la triennale bisogna avere le idee chiare su come si vuole proseguire, mentre dopo la specialistica non si deve puntare esclusivamente sul campo lavorativo che costituiva la prima scelta all’inizio del percorso, dal momento che questa laurea permette anche di spaziare. Bisogna insomma essere un po’ più flessibili della media dei neolaureati”.

 Cosa pensi di AlmaLaurea?
“Credo che sia un buon servizio. Per chi ha un buon curriculum può essere una sorta di lasciapassare perché può facilitare i contatti con le aziende. Da questo punto di vista credo che con il tempo potrà funzionare anche meglio, visto che attualmente non sono moltissime le aziende che lo usano”.

E tu sei stata contattata da qualche impresa?
“Per quanto mi riguarda non ho ricevuto vere offerte di lavoro, ma soltanto proposte per master e corsi vicini al settore della comunicazione. Una volta però mi è stato offerto uno stage retribuito della L’Oréal: sarebbe stato anche molto interessante, ma non l’ho accettato perché ero appena tornata dalla Sorbona. Oggi, a dirla tutta, sono un po’ pentita di questa scelta: mi avrebbero rimborsato solo vitto e alloggio, ma con i tempi che corrono è più che sufficiente”.


condividi: Share on Facebook Share on Twitter Delicious Friendfeed ok notizie email