
“Il dottore di ricerca deve diventare il “prodotto” finale e più specializzato che l’università dà alla società della conoscenza per una classe dirigente preparata e consapevole”. Parte dalla proposizione della Crui del 2009 sul terzo livello d’istruzione universitaria, la professoressa Giuditta Alessandrini, docente di Pedagogia sociale e del lavoro dell'Università Roma Tre, per presentare i risultati del progetto di ricerca Prin Qualfored su “La qualità dell’alta formazione. Modelli teorici e metodologie per la formazione alla ricerca, con particolare riferimento alle competenze pedagogiche, e dispositivi di valutazione della qualità per l'innovazione ed il trasferimento dei saperi nella società della conoscenza”. Un’indagine realizzata tra il 2006 e il 2009 dall’Ateneo di Firenze, capofila del progetto, e dalle università di Chieti-Pescara, Napoli “Parthenope” e Roma Tre, che fotografa lo status dell’alta formazione a livello nazionale e internazionale, e disegna un modello curricolare ad hoc finalizzato all’innovazione e al trasferimento dei saperi scientifici del dottorato, in particolare nell’ambito pedagogico educativo. Il progetto, di durata biennale, è sintetizzato dalla docente, una delle massime esperte del Processo di Bologna, autrice del saggio “L’alta formazione nel processo di Bologna” uscito nel volume “La formazione universitaria alla ricerca. Contesti ed esperienze nelle scienze dell’educazione” (Franco Angeli) a cura di Paolo Orefice e Antonia Cunti.
Nel suo saggio citando una definizione del Centre for Educational Research and Innovation scrive che la conoscenza in sostanza è un “bene” che valorizza i tradizionali fattori produttivi, cioè il lavoro, il capitale, il progresso tecnico. In questo senso a che punto è il dottorato in Italia?
“Per ora non è assolutamente in linea con gli obiettivi prefissati a livello europeo, soprattutto nell’ambito delle scienze della formazione, nonostante ci sia un crescente interesse da parte dei laureati nei confronti del dottorato. Come abbiamo messo in evidenza nella ricerca, alle imprese servono ricercatori con skills di ampio spettro anche correlate al problem solving ed alle competenze trasversali e non approcci curriculari ormai superati. Il profilo dei nostri dottori di ricerca non è consono al panorama europeo: le conoscenze restano sulla carta, non escono dall’università. Non a caso il 40% dei dottori di ricerca resta a lavorare in ambito accademico e solo il 12% entra nel mercato del lavoro”.
Il dottorato di ricerca quindi è ancora sganciato dal mondo del lavoro?
“Nel corso della nostra indagine ci siamo accorti in sintonia con i risultati raggiunti da studi condotti a livello accademico e non, che il dottorato di ricerca nel nostro paese è ancora molto legato al mondo dell’università. In pratica è un istituto staccato dal mercato del lavoro e volto esclusivamente alle attività di ricerca scientifica. La nostra indagine ha infatti evidenziato che le capacità maggiormente sviluppate nel campo dell’alta formazione, di qualsiasi disciplina e grado, si attengono in primis all’area delle conoscenze epistemologiche e metodologiche. Una riprova del fatto che la carriera dottorale è appannaggio quasi esclusivamente della sola carriera universitaria. Ma gli obiettivi posti dal Processo di Bologna e più in generale dalla strategia di Lisbona vanno in senso completamente opposto: il dottorato di ricerca è una risorsa di sviluppo competitivo e di trasferimento dell’innovazione da implementare e da avvicinare al mondo delle imprese ed alla società civile. Purtroppo, oggi rischia di essere solo un brutto anatroccolo lontano dal mercato”.
Il dottorato ha un ruolo decisivo nella creazione di uno “spazio europeo della conoscenza” come fissato dal Processo di Bologna?
“Il Prin Qualfored parte proprio da questo assunto: se il punto è arrivare a definire le condizioni affinché l’Europa possa effettivamente configurarsi, entro il 2010, come la più competitiva e dinamica economia della conoscenza di tutto il mondo, allora tutte le economie europee dovrebbero dotarsi d’intelligenze e professionalità al passo con i tempi, rispondenti alle esigenze del mercato. Per ora in questo senso si è fatto davvero poco. Nel mio saggio lo ribadisco in più occasioni: investire in conoscenza e in innovazione vuol dire favorire la crescita di un contesto territoriale e sociale e di conseguenza creare le condizioni per lo sviluppo del “bene comune”.
E’ la filosofia del processo di Bologna
“Lo scopo del Bologna process è far convergere i sistemi nazionali d’istruzione superiore verso un sistema comune più trasparente e di qualità, caratterizzato da un’architettura basata su tre cicli formativi. Ma servono il riconoscimento delle qualifiche, le partnership tra atenei nell’ottica dell’internazionalizzazione e tra università e territorio. Inoltre c’è la necessità di promuoverne il life long learning e di potenziare le scuole dottorali, elemento decisivo per far sì che il dottorato di ricerca diventi un fattore di trasferimento dell’ innovazione nei diversi contesti sociali”.
In questo senso le scuole dottorali che ruolo possono svolgere?
“La Crui ha messo nero su bianco i prerequisiti di dimensione e qualità delle scuole dottorali. Si va dalla capacità della scuola di attivare dinamiche interdisciplinari e di evoluzione verso la dimensione internazionale, alla presenza di insegnamenti strutturati e regolari con aree dedicate ai workshop, ai laboratori, ai seminari e al problem solving. Servono poi scambi con le istituzioni internazionali, un adeguato numero di docenti per ogni singolo corso, posti e borse di studio e, elemento decisivo, degli interscambi con il mondo imprenditoriale e del pubblico impiego. Ecco allora che il dottorato non è più un periodo di precariato da poco più di mille euro al mese, ma diventa una risorsa decisiva”.
Il modello che avete elaborato con il Prin Qualfored come risolverebbe la situazione?
“Abbiamo disegnato un modello curriculare articolato delle competenze del dottore di ricerca che avrà senso solo se il Governo, le Regioni, ed i diversi attori istituzionali, economici e sociali intensificano la loro capacità di collaborare. Si tratta in definitiva di aumentare la qualità dei servizi: politiche di sostegno, dottorati finanziati dai contesti produttivi anche a livello internazionale. E ancora, mobilità, ricerca, lavoro in team, spin off accademici e maggiore dialogo tra università e imprese”.
Redazione AlmaLaurea, 8 Marzo 2010