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Rifare il trucco al passato

Chi e come si diventa restauratori: l’intervista all’esperto, il professore Guido Biscontin dell’ateneo Cà Foscari

Restauratori di quadri e sculture, ma anche di mobili, libri o tessuti. Sono esperti a metà tra strada tra scienza e arte che alla passione per il passato alternano lo studio della chimica e delle moderne tecnologie.  “I percorsi per arrivare allo status di restauratore sono complessi, perché la normativa in materia è lacunosa, ci sono centri e scuole ad hoc ma anche corsi di laurea accreditati” spiega Guido Biscontin, presidente del corso di laurea in Tecnologie per la conservazione e il restauro di Cà Foscari. “I posti di lavoro- aggiunge il professore- ci sarebbero ma i tagli alla cultura hanno spinto i nostri studenti a cercare occupazione oltre confine dove ci sono più opportunità e meno burocrazia”.

Cosa vuol dire restaurare?
“Semplificando si potrebbe dire che il restauro è un'attività legata alla manutenzione, al recupero, al ripristino e alla conservazione di manufatti storici, quali ad esempio un'architettura, un manoscritto o un dipinto. Ma è una scienza complessa, nata in tempi antichi, che con il passare dei secoli ha acquisito vari significati in relazione alla cultura del periodo. In pratica, è difficile dare una definizione univoca di restauro. In Italia nasce prima come un settore di nicchia, poi si allarga anche all’ambito accademico, abbracciando diverse discipline, compresa la chimica, la fisica, la geologia, la storia e l’architettura. La prima scuola, molto raffinata, l’ISCR, prima ICR, l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, nato nel ‘39 era gestito dal Ministero dei beni culturali. Ma in quegli anni mancava ancora una vera a propria cultura della materia. Poi le trasformazioni urbanistiche, anche a seguito delle alluvioni di Firenze e di Roma a metà degli anni Sessanta, portarono  alla ribalta le pratiche dello scavo. Nacque  in quegli anni un nuovo modo di vedere l’archeologia e quindi anche tutto il settore del restauro. Sbocciarono le prime scuole internazionali e nel 66’ a Venezia venne approvata la prima Carta del Restauro. Alla fine degli anni ’70, a seguito dell’inquinamento che deteriorava i monumenti, i campi applicativi di questa scienza crebbero ancora”.

Da allora in avanti si è fatto molto anche dal punto di vista formativo?
“Fino alla fine degli anni ’90 c’erano solo alcune scuole regionali e l’ISCR. Il che voleva dire che c’erano restauratori di serie A, quelli che si potevano permettere di seguire i corsi nell’Istituto, e quelli di serie B che frequentavano scuole meno note. Nel 2002 quando la riforma universitaria permise di ampliare l’offerta formativa, il restauro divenne oggetto di studio anche in ambito accademico, e nacque la prima classe di laurea in Tecnologie per la conservazione e il restauro (L-43). Tuttavia, ancora oggi non è sufficiente iscriversi a un corso universitario per diventare un restauratore. Ci sono alcune eccezioni, alcuni corsi di laurea triennali e  magistrali che abilitano alla professione”.

Quindi?
“Al momento il dibattito su questo tema è ampio, e anche dal punto di vista normativo c’è molta confusione. La legge è ambigua. Parecchi laureati che hanno conseguito il titolo in questo campo di studi, operano come tali essendo dotati di tutte le conoscenze necessarie, ma senza ricevere un riconoscimento ufficiale. Al massimo se si consegue la laurea magistrale si può fare il collaboratore restauratore.  In pratica, chi si laurea in “restauro” può progettare degli interventi, gestirli e dirigerli, ma non effettuarli. Non solo, ma nel 2004, è stato pubblicato il nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio, in base al quale si afferma che le Regioni possono eventualmente creare corsi di restauro se realizzano un centro a livello regionale in collaborazione con l’università e il Miur, corsi che ti premettono in sintesi di ricevere la qualifica di restauratore. Il Ministero per i beni e le attività culturali, con il recente D.M. 26-5-2009 n. 87, ha però definito e regolato i criteri e i livelli di qualità cui si deve adeguare l'insegnamento del restauro e  le modalità di accreditamento, dei requisiti minimi organizzativi e di funzionamento dei soggetti che impartiscono tale insegnamento. Questo decreto regola, in altre parole, la formazione del restauratore di beni culturali, attraverso l’istituzione di un corso di laurea a ciclo unico, articolato in 300 crediti formativi, corrispondenti ai crediti formativi previsti dal vigente ordinamento dell'insegnamento universitario (CFU). Al termine del corso le università rilasciano la laurea magistrale che abilita alla professione di restauratore di beni culturali. Tuttavia, ci sono ancora diversi aspetti da chiarire e stiamo attendendo dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, il via libera per l’attivazione di questa nuova laurea a ciclo unico. Bisogna anche ricordare che il CUN ha approvato nel mese di luglio di quest’anno, la revisione delle classi di laurea triennale L-43 e laurea magistrale LM-11 proprio in vista dell’attuazione del recente decreto”.

Alla fine i laureati che vogliono operare come restauratori che percorso devono seguire?
“Devono entrare in una struttura accreditata, nelle Accademie delle Belle Arti che si trovano sul territorio, nelle scuole, nell’ ISCR, nell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze o frequentare alcuni corsi di laurea con iter specifici, che includano quindi laboratori di restauro, o seguire corsi banditi dalle Regioni. Per avere una panoramica basta andare a vedere il sito dell’Ari, Associazione Italiana Restauratori. A quel punto ci può iscrivere all’Albo dei Restauratori, che è stato istituito a gennaio scorso, ma per farlo bisogna presentare domanda al ministero dei Beni culturali. Insomma, la questione è complessa e si sta lavorando per migliorare il sistema”.

Che cosa studiano i futuri restauratori?
“Molto dipende dal tipo di scuola o corso che si decide di frequentare, ma al di là delle ovvie differenze, ci sono dei temi di base che non possono essere trascurati.  In questo settore l’approccio è prima di tutto interdisciplinare, agli studi teorici si affiancano infatti attività pratiche fondamentali, nei laboratori e nei cantieri esterni. Alle nozioni di storia dell’arte si uniscono studi scientifici, come chimica e geologia, ma anche architettura e storia”. 

Che profili professionali si formano?
“Dipende dall’indirizzo scelto: ci sono laureati che si specializzando nel restauro di mobili o della carta, un settore che in questi anni si è largamente sviluppato. Ma ci sono anche i restauratori di superfici architettoniche, affreschi, mosaici, sculture lignee o di beni mobili, come tele e tavole. A seguire troviamo settori sempre più di nicchia, dove s’impara a riportare alla luce un tessuto, una ceramica, un tappeto, ma anche un pavimento”.

Ma dopo i laureti trovano lavoro?
“Le possibilità professionali potrebbero essere molte: nelle Soprintendenze, nei musei, negli uffici regionali o dei comuni, ma il taglio agli investimenti in cultura e formazione ha messo con le spalle al muro anche questo settore. Quindi per questi profili trovare lavoro al momento non è così semplice, il che è indipendente dal fatto di essere iscritti o meno all’albo dei restauratori. All’estero la situazione è completamente differente, basta frequentare un corso di laurea ad hoc, e una volta conseguito il titolo si entra direttamente nel mercato . Non a caso molti dei nostri studenti trovano lavoro all’estero, in musei, enti e strutture locali o internazionali”.

 

 

 


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