
“Il titolo ti apre le porte, ma la flessibilità, l’iniziativa personale e una buona conoscenza dell’inglese ti danno le possibilità per andare avanti”. E’ il consiglio che Simona Galbiati, 35 anni di Milano, lancia alla platea dei laureati riuniti nelle aule dell’AlmaMater in occasione del Globe, la giornata dedicata alle carriere internazionali. E a chi vuole ricalcare le sue orme, ovvero lavorare nel mondo della cooperazione internazionale, Simona racconta la sua esperienza. Laureata all’università Bocconi in economia politica, è volata per due anni ai Caraibi con i Volontari delle Nazioni Unite (UNV), poi in Egitto per 5 anni con il Fellowship Programme dove ha portato avanti un progetto sulle mutilazioni genitali femminili. “Oggi- spiega- lavoro all’Unicef e sono soddisfatta del mio percorso: cos’ ho imparato? Che non bisogna mai mollare” .
Com’è cominciata la tua carriera nel mondo della cooperazione internazionale?
“Ho studiato economia politica all’università Bocconi ma non mi piaceva moltissimo. Poi, all’ultimo anno ho scoperto economia dello sviluppo ed è scoccata la scintilla. Una materia chi fin da subito mi ha appassionata perché legava i principi economici alle tematiche sociali. Così dopo la laurea ho cercato di entrare nel mondo della cooperazione internazionale. Come primo passo, ho partecipato al Globe di Milano, per conoscere quali opportunita’ offra la carriera internazionale e ho capito cosa volevo fare. Solo che all’inizio non è facile: sono moltissimi i candidati che cercano di accedere ai programmi internazionali”.
Ma ci sei riuscita?
“Mentre lavoravo per un centro di ricerca dell’università, ho fatto domanda per entrare nell’ UNV, il programma “Volontari delle Nazioni Unite”. Ero certa che non mi avrebbero presa. Poi, dopo sei mesi- il processo di selezione è molto lungo- è arrivata la chiamata. Ero stata preselezionata per l’ufficio dell’UNDP, United Nations Development Programme, a Trinidad e Tobago, due isole dei Caraibi. Non ci potevo credere, ero così entusiasta che solo per fare quel colloquio ho rinunciato a partire per un progetto di ricerca dell’università in Malesia”.
Quindi sei partita per i Caraibi?
“Fortunatamente ho passato la selezione e sono rimasta quasi due anni a Trinidad e Tobago. Lavoravo sulle politiche di prevenzione all’Hiv/Aids. Nel frattempo ho fatto domanda per il “Fellowships Programme”un programma che permette di accedere o agli uffici della cooperazione italiana all’estero o alle diverse agenzie dell’ONU: sono stata presa, ma non sapevo nè per quale paese nè per quale ufficio. Il programma funziona così: fai domanda e se vieni selezionato non sai dove andrai fino alla data di partenza. A me è capitato l’UNDP in Egitto: dovevo restare un solo anno, ma alla fine ci sono rimasta per altri quattro. Ho lavorato su varie tematiche di genere, compresi progetti relativi ai bambini. L’argomento più importante di cui mi sono occupata però è stato quello inerente alle mutilazioni genitali femminili ”.
Di che cosa si trattava?
“L’agenzia dell’Onu per cui lavoravo supportava il governo nazionale nell’implementazione di un progetto finalizzato all’abbandono di queste pratiche. E’stata un’esperienza unica: ho avuto l’opportunità di seguire tutto l’iter, dall’applicazione del piano di intervento in alcuni villaggi fino alla sua estensione a buona parte del paese. Un’occasione unica che mi ha permesso di cambiare la percezione che da esterna avevo rispetto a questi temi”.
Che cosa hai imparato da questa esperienza?
“In Italia si parla molto di mutilazioni femminili, ma lo si fa sempre con un certo distacco e spesso con molti pregiudizi. Si guarda più che altro all’aspetto materiale del problema, all’atto fisico in se e per se, al dolore provocato. Ma non se ne indagano le radici che sono ben più profonde. Queste pratiche sono il frutto di una cultura millenaria molto complessa. Vivendo sul posto te ne accorgi. Dietro l’atto c’è la mentalità di un paese in cui il potere maschile si fonda sul controllo della donna. Un sistema che, seppur attuato sotto altre forme molto meno palesi, non è distante da quello che accade in alcuni stati dell’occidente. Il punto è che se tieni in considerazioni tutte queste variabili socio culturali puoi aiutare ad attivare dei progetti che hanno un impatto molto più forte su tutta la comunità”.
Poi sei tornata in Italia, perché?
“Dopo cinque anni in Egitto ho deciso di fare domanda per poter rientrare. Sentivo il bisogno di tornare là da dove ero partita e avevo nostalgia della mia famiglia. Ma in Italia non è così facile perché non siamo abituati ad accomodare questo tipo di professionalità. Il lavoro nel settore della cooperazione internazionale non si è ancora molto sviluppato. Alla fine, comunque, ce l’ho fatta: sono stata presa al centro di ricerca dell’Unicef per lavorare su uno studio inerente alle mutilazioni genitali femminili. Un lavoro interessante perché mette a confronto le culture e le usanze di cinque paesi diversi. Sono arrivata ad agosto 2008 e il prossimo luglio mi scadrà il contratto. Poi, non so bene cosa andrò a fare”.
Quanto è contata la conoscenza della lingua inglese nel tuo lavoro?
“Molto: conoscevo l’inglese abbastanza bene fin dai tempi dell’università. Poi, dopo la laurea ho fatto un viaggio in Irlanda. Ma parlare e scrivere in lingua è diverso che lavorarci. All’inizio non è così semplice. Poi, ci si fa l’abitudine”.
Se un laureato volesse intraprendere come te la carriera nel campo della cooperazione internazionale, cosa gli consiglieresti?
“Partecipare a eventi come il Globe è importante, ti dà il quadro della situazione. Poi ci sono programmi come il Fellowship, l’Unv, United Nations Volunteers, e il Jpo, Junior Professional Officer. Tutte ottime porte di accesso. Nel caso dell’Italia questo è ancora più vero: è uno dei pochi paesi a poter gestire in “casa” questi programmi. Per tutte le altre nazioni fa fede l’amministrazione di New York, la sede centrale. Chi si candida in Italia ha quindi maggiori possibilità: ad esempio, da noi solo con il Jpo partono circa venti persone l’anno. In Canada, solo quattro. Ad ogni modo, conta sapere bene almeno l’inglese: meglio ancora, se si va due o tre mesi all’estero e se si collabora con un’Ong o con le associazioni che lavorano nei paesi in via di sviluppo”.
Redazione AlmaLaurea, 5 Luglio 2010