ALMALAUREA NEWS - LAVORO

Studenti per imprese che vanno oltreconfine

Hai la carte in regola per lavorare nel campo delle relazioni internazionali? A colloquio Giovanni Dioguardi di Confindustria

Internazionalizzazione. E’ la parola chiave per uscire dalla crisi. Ed qui che i laureati possono giocare la loro parte mettendo in campo le giuste competenze a seconda dell’impresa per cui lavorano. Tecnici, ma anche commerciali, lobbisti, diplomatici, negoziatori e comunicatori: sono tra i profili più gettonati sia che si tratti di grandi realtà industriali che di piccole aziende. “Ormai non si può più fare impresa trascurando i mercati globali, in primis quelli emergenti” spiega Giovanni Dioguardi di Confindustria.

La crisi ha affossato il mercato, messo in ginocchio le imprese e tagliato le gambe ai lavoratori? Tra gli strumenti per uscire dalla crisi quanto conta il fattore internazionalizzazione?
“La tendenza a ricercare persone da inserire nell’ambito delle relazioni internazionali è un dato che emerge chiaramente anche dalle indagini sul sistema imprenditoriale italiano realizzate dell’osservatorio di Confindustria. Naturalmente ci sono delle differenze tra impresa e impresa nella gestione delle risorse umane, a seconda delle dimensioni, delle capacità produttive o delle strategie di mercato. Tutti i grandi gruppi industriali, ormai fortemente internazionalizzati, sono da tempo dotati di uffici strutturati che curano le relazioni internazionali: c’è chi si occupa del marketing, chi del commerciale, chi della parte legale o della comunicazione internazionale”.

Invece,per le piccole e media imprese?
“Le piccole e medie imprese, soprattutto quelle che si stanno affacciando di recente sui mercati internazionali, di solito non prevedono uffici dedicati, ma operano attraverso risorse che si occupano in generale di marketing, di comunicazione e infine di commercializzazione del prodotto. In questo caso la figura chiave è il laureato con competenze tecniche commerciali, che cura un portafoglio clienti omogeneo e che si trova quotidianamente ad operare con buyer locali o importatori. Nel caso delle piccole e medie imprese è infatti frequente che le strategie di internazionalizzazione si traducano prevalentemente in termini di export”.

Nel caso di grandi nomi invece, che figure si ricercano?
“La grande impresa che accede in un mercato estero non cerca solo di vendere un prodotto, ma anche e soprattutto di penetrare nella struttura economica e produttiva di quel paese. Diventa quindi necessario imparare a conoscerne le tradizioni locali, la cultura e le regole per creare partnership con aziende locali, con i governi e con le istituzioni. In questo caso specifico, la funzione dell’internazionalizzazione è molto più complessa; servono figure professionali con competenze trasversali. Laureati con profili non solamente tecnici o commerciali, ma anche in possesso di abilità diplomatiche che sappiano curare relazioni, interagire con persone e realtà differenti. Entrano in gioco conoscenze specialistiche come quelle della contrattualistica, del diritto, del marketing e del lobbying”.

L’internazionalizzazione è un fattore di crescita fondamentale per le imprese?
“Se c’è una tendenza emersa con chiarezza dalla crisi degli ultimi anni questa è l’assoluta necessità per le imprese di internazionalizzarsi. Un elemento che è stato compreso con chiarezza sia dalle grandi aziende che delle piccole e medie. Fare impresa oggi vuol dire uscire dai confini di casa e puntare sui mercati internazionali, soprattutto quelli emergenti. Paesi che sono certamente di più difficile approccio perché sono mediamente più lontani e con delle caratteristiche culturali, linguistiche, religiose profondamente differenti da quelle dei paesi industrializzati. In questo contesto, servono più che mai figure professionali che siano in grado di operare su un mercato globale, con un’ottima conoscenza dell’inglese, un profilo flessibile e uno spirito dinamico e aperto alle relazioni”.

Il mondo della formazione da questo punto di vista come si presenta?
“Dal punto di vista della preparazione universitaria ritengo che i nostri laureati non abbiamo nulla da invidiare rispetto a quelli di altri paesi. Abbiamo degli atenei di eccellenza e dei corsi di laurea all’avanguardia. Credo piuttosto che il punto debole del nostro sistema sia la carenza di una formazione in itinere, che accompagni il laureato durante tutta la sua vita professionale. Il cosiddetto concetto di lifelong learning.Questo è un elemento molto importante. Il semplice fatto di aver ottenuto una laurea magari in un’università prestigiosa in Italia o all’estero non è garanzia di assoluta professionalità. Le competenze crescono e mutano nel tempo, non si può quindi mai smettere di imparare”.

Perché il concetto di lifelong learning è così importante?
“La formazione deve essere per definizione continua, perché il mondo e i mercati cambiano con grande velocità, si evolvono e si sviluppano. Un giovane laureato che si inserisce oggi nel mercato del lavoro deve entrare nell’ordine d’idee che non si può smettere mai di “studiare”. Bisogna avere tutte le competenze necessarie per operare all’interno di un sistema internazionale, dove convivono differenti culture e tradizioni. In questo senso, tenersi costantemente aggiornati e al passo con i tempi è fondamentale. Perché quello che può essere vero in un mercato occidentale spesso non è vero in altre aree del mondo”.

 


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