
I laureati italiani sul loro futuro non si fanno illusioni. “Perché la crisi ha tolto ossigeno alle imprese e ha messo in luce i gap storici del nostro paese. Bisognerebbe prendere l’Europa come modello, dovremmo aumentare il numero dei contatti tra mondo della formazione e aziende e dovremmo farlo già mentre i giovani stanno studiando”. A parlare è Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Celli commenta l’XI Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati: “La situazione è critica, lo dicono i numeri”.
Per uscirne AlmaLaurea propone al Governo di favorire le imprese nell’assunzione di laureati: il mondo studentesco si ritrova in questa proposta?
“Certamente. E’ un passo decisivo, un punto di svolta formidabile per muovere il mercato del lavoro”.
Cosa vi preoccupa di più, dal punto di vista degli studenti, leggendo i risultati dell’ultimo rapporto AlmaLaurea?
“Mi preoccupano molto alcuni aspetti: il calo del numero di laureati, il tasso di occupazione e la diminuzione delle retribuzioni. Ma c’è anche un aspetto positivo. Oggi i ragazzi escono in media dall’università a 24 anni o a 26 nel caso della specialistica, mentre fino a qualche anno fa il traguardo del titolo di vecchio ordinamento si raggiungeva a 28 anni. Ciò nonostante, siamo ancora indietro rispetto agli altri paesi europei. Ritengo che dovremmo colmare questa distanza puntando sulla qualità della formazione. E su un collegamento più stretto con il mondo del lavoro per avvicinare i giovani alle imprese”.
Come aiutare questo dialogo?
“Innanzitutto con stage e tirocini. Sarebbe molto utile per gli universitari fare esperienza sul posto di lavoro, senza che questo si traduca nell’essere messi a fare le fotocopie. Anche le tesi di laurea potrebbero essere più mirate: un’opportunità per il giovane che vuole scommettere sull’impresa e sul suo futuro. La legge 270 prevedeva inoltre che le stesse aziende contribuissero alla scelta dei piani formativi promossi dalle università. O quantomeno che gli esperti del settore riuscissero a incidere sui corsi. Non parlo d’ingerenza del mondo imprenditoriale sul sistema accademico ma di collaborazione tra le parti. Una possibilità in più offerta dalla riforma che, a mio avviso, non è stata sfruttata”.
Come mai università e imprese non riescono a dialogare come dovrebbero?
“Penso che la responsabilità sia di entrambe le parti. Il rapporto tra mondo accademico e tessuto produttivo non si risolve solo portando la formazione professionale nelle aule, ma è molto più complesso, richiede un cambiamento culturale profondo. In questo senso gli stage e lo scambio d’informazioni tra aziende e università, gli incentivi all’assunzione come proposto da AlmaLaurea sono dei passi importanti”.
I nostri laureati sono poco valorizzati, per questo spesso preferiscono andare all’estero
“Un esempio di scarsa valorizzazione è dato delle prospettive che attendono il dottorando di ricerca: in Italia ha pochissime opportunità professionali, è sottopagato e spesso non riesce a fare ricerca perché gli atenei non hanno fondi adeguati. Ecco perché in Italia non riusciamo a tenere i nostri migliori cervelli e neppure ad attrarli. Altrove il laureato che consegue un dottorato è considerato una risorsa importante per la crescita del paese non solo all’interno dell’università ma anche in ambito aziendale”.
Redazione AlmaLaurea, 6 Aprile 2009