ALMALAUREA NEWS - LAVORO

“Tornare ai diritti dei lavoratori”

 L’intervista ad Antonio Foccillo, segretario confederale Uil. “Incentivi alle imprese che assumono laureati? E’ la strada giusta”

“Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil, intervenuto all’università di Padova alla presentazione dell’XI Profilo dei laureati italiani realizzato da AlmaLaurea, fa riferimento all’articolo 36 della Costituzione per parlare di lavoro precario. “Una formula che toglie rispettabilità alle persone e che taglia le gambe ai giovani”. Foccillo pensa dunque alla proposta lanciata al Governo da AlmaLaurea: favorire l’assunzione di laureati. E l’appoggia: “E’ l’unica soluzione per rimettere in moto il mercato, per tornare ai diritti del lavoro che tanto faticosamente abbiamo conquistato”.

In che senso la proposta lanciata da AlmaLaurea al Governo favorisce il collegamento tra mondo accademico e mercato del lavoro?
“Credo sia fondamentale collegare il mondo del lavoro all’università per offrire già in aula a tutti i giovani universitari delle occasioni di apprendimento professionale fondamentali per il loro futuro. Parlo di un lavoro preparatorio che aiuti i laureati a inserirsi sul mercato e non di un’operazione di raccordo che, come spesso accade, sia il semplice ascolto delle esigenze delle imprese. Quindi, ben vengano tutte le iniziative che permettono di realizzare questo scambio e la proposta fatta da AlmaLaurea al Governo va proprio in questa direzione, anzi credo sia la strada più giusta da percorrere”.

La riforma del “3+2” ha realizzato l’obiettivo di favorire il collegamento tra università e mondo del lavoro?
“Il 3+2 dovrebbe favorire questo sistema di scambio tra mondo accademico e mercato del lavoro. C’è un tempo intermedio, infatti, nel passaggio dal tre al due che dovrebbe essere utilizzato dal giovane studente per fare delle esperienze professionali che gli permettano di capire, in seguito, a che tipo di laurea specialistica iscriversi. Se questo accadesse, credo che la riforma avrebbe realizzato buona parte del suo scopo. Ma trovo anche dei limiti nel nuovo sistema universitario. Nella cultura italiana permane l’idea che l’importate sia uscire il prima possibile dal mondo della formazione per entrare velocemente nel mondo del lavoro. E non si ragiona sul come uscire dall’ateneo per poi accedere al mercato. In questo senso, la stessa università dovrebbe diversificare i momenti formativi, allargare il fronte della formazione perché oggi la maggioranza dei ragazzi è orientata solo verso certi tipi di specializzazioni tralasciando altri tipi di studi, forse più complessi ma altrettanto funzionali al mondo del lavoro”.

In che senso?
“Il punto è che non dobbiamo legare, come invece si fa, il mondo della formazione esclusivamente alle esigenze del tessuto produttivo di questo o quel territorio. Così facendo, mettendo da parte certi tipi di formazione e chiudendosi al mercato internazionale non si stimola l’interdisciplinarietà nella formazione, non s’incentiva la mobilità e soprattutto si perde terreno sul piano della competitività nei confronti del contesto europeo”.

Donne laureate e pronte per il mercato del lavoro. Ma che faticano a entrare.
“Le donne hanno un approccio con lo studio più impegnato, più responsabile e organizzato dei loro colleghi. Il che si traduce poi in un valore aggiunto di notevole importanza anche dal punto di vista professionale: il gentil sesso porta più qualità e più serietà nel mercato del lavoro. E in un momento di crisi potrebbero essere risorse risolutive. Ma con la crisi in atto diventa complesso favorire l’ingresso delle donne sul mercato del lavoro. Sarebbe auspicabile e molto opportuno, certo. Ma si sa, alla fine, se c’è recessione a pagare sono sempre i soliti, i più deboli: i giovani laureati e le donne, ovvero coloro che nella maggioranza dei casi hanno un contratto di lavoro atipico”.

Come si può uscire in positivo dalla crisi?
“Il primato del profitto elaborato dal pensiero liberale e portato all’estremo come si è visto ha reso obsolete le pensioni, i contratti a tempo indeterminato, sgretolando la stabilità quotidiana della maggioranza delle persone. Ma la crisi ci ha aperto gli occhi: ci ha permesso di scoprire che quelle magiche formule finanziarie propinate per anni non sono che pure operazioni di speculazione. Altro che globalizzazione, oggi ci troviamo ad affrontare una maggiore povertà, una società con più discriminazioni, fatta di tanti contratti “flessibili” che invece di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro lo allontanano. Insomma tutto quello che era stabile nel mondo del lavoro è diventato instabile. Quindi, se questa crisi può lasciare un messaggio positivo, è che dobbiamo tornare sui nostri passi, riportare dignità ed etica nel mercato del lavoro”.

 


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