
“Siamo alla fine di un’ideologia, quella che vede nel lavoro precario una risorsa necessaria per lo sviluppo del paese”. Il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni guarda ai risvolti della crisi che corrode l’occupazione soprattutto delle fasce più deboli, giovani e donne. E fa appello al ritorno all’etica del lavoro e dell’economia. “Potremmo trasformare questo periodo recessivo – dice Fammoni - in un volano di crescita per l’intero sistema produttivo anche puntando alla stabilizzazione del lavoro e all’eliminazione dell’impiego precario. In questo senso e con queste modalità, appoggio la proposta lanciata al Governo da AlmaLaurea, ovvero di favorire con opportuni incentivi l’accesso delle imprese alle risorse umane più giovani e di qualità formatesi all’università”.
Come legge i risultati dell’XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati presentato da AlmaLaurea?
“Sono dati che parlano chiaro: evidenziano un ritardo endemico che il nostro paese sconta ormai da tempo rispetto a tutte le altre economie d’Europa. Parlo della ridotta presenza di capitale umano di alto livello e del drastico calo del numero di laureati non solo tra le classi più giovani, dai 20 ai 25 anni, ma anche nelle classi di età più avanzata. Sono tutti campanelli di allarme che ci mettono in guardia sulle capacità di sviluppo del nostro sistema paese”.
Concorda anche con l’analisi del contesto: pochi laureati, scarsi investimenti in formazione?
“Il basso livello di risorse destinate all’istruzione, la scarsa spesa per il settore ricerca e sviluppo, la precarietà, la ridotta presenza di capitale umano qualificato e una domanda di lavoro sempre più esigua sono purtroppo fra le peggiori piaghe d’Italia e risalgono a prima della crisi. Da questo punto di vista, è necessario intervenire su due fronti: sul modello e sulla qualità del nostro sistema produttivo. Un modello che non sia più prevalentemente basato sulla competizione di costo ma sulla qualità del prodotto e invertendo la rotta promuovere la crescita attraverso incentivi e tutele a favore di un lavoro stabile soprattutto delle fasce più deboli della nostra società, come giovani e donne.
Su questa linea s’inserisce la proposta che AlmaLaurea ha fatto al Governo, ovvero di favorire non solo l’accesso al credito, ma anche al capitale umano. Cosa ne pensa?
“Condivido pienamente questa ipotesi, credo sia la via giusta da percorrere per arginare il problema dell’occupazione dei laureati e per rimettere in moto la nostra economia. Certo, il tutto va fatto limitando le forme di assunzione precaria e incentivando la stabilità al lavoro perché, come si legge nel Rapporto AlmaLaurea, la precarietà continua a colpire anche a cinque anni dal conseguimento del titolo. Il che vuol dire avere retribuzioni più basse e meno diritti. E’ bene ricordarlo, l’accordo del 23 luglio del 2007 puntava a questo scopo, l’obiettivo era di favorire l’inserimento in azienda dei giovani, un input che doveva portare all’assunzione a tempo indeterminato”.
Anche il lavoro femminile avrebbe bisogno di un sostegno: le laureate risultano penalizzate.“La scarsa occupazione delle donne è uno dei più grossi mali d’Italia, un gap che caratterizza soprattutto il Sud dell’Italia e che ci vede ancora una volta agli ultimi posti nella classifica in Europa. Servono dei supporti per favorire l’ingresso delle donne sul mercato del lavoro, dalle politiche di conciliazione a quelle di sostegno, mirate non solo alla quantità ma anche alla qualità del lavoro che si offre”.
Uscire dalla crisi e trasformarla in un’opportunità di crescita è possibile?
Al momento parlare di opportunità è molto difficile. Ma occorre provarci. Per questo servono delle scelte precise, affinché la recessione possa trasformarsi davvero in un’opportunità. La radice del problema è da ricercare nella globalizzazione senza regole che ha caratterizzato l’andamento dell’economia mondiale di questi ultimi anni nel privilegio della finanziarizzazione sulla produzione e nel non riconoscimento del valore sociale del lavoro. Un paradosso: allora si diceva che il mercato globale non poteva essere regolato, ora si afferma esattamente il contrario. Ma le regole servono e vanno seguite sempre, non ricercate per opportunità. Non tutti i paesi usciranno da questa stretta allo stesso modo: chi continuerà a puntare sulla finanza o su un modello di sviluppo povero è destinato a fallire. Non mi stancherò mai di dirlo, dobbiamo tornare all’etica dello sviluppo”.
Redazione AlmaLaurea, 7 Aprile 2009