
Non solo cervelli in fuga, non necessariamente. Davide Carnevali, 29 anni, si occupa di drammaturgia, vive a Berlino e si definisce in “esilio morale” dall’Italia. Marcello Vitali Rosati, fiorentino, ha scelto di vivere a Parigi perché innamorato della città e quando ha ricevuto un’offerta per un post-doc a Pisa ha rifiutato: “Ho seri problemi di sopportazione nei confronti del mondo accademico…mi sono scontrato con questo sistema durante il dottorato e il mio sogno di ricercatore è andato in frantumi”. Giulia Tellarini a Barcellona ha avuto fortuna: ha prodotto un disco. Benedetta Tagliabue, milanese laureatasi a Venezia, dal suo ufficio con vista sulle Ramblas firma alcuni dei progetti architettonici più ambiziosi della capitale catalana. Storie di giovani senza radici, i nuovi emigranti italiani. Le ha raccolte nel libro “Vivo altrove”, edito da Bruno Mondadori, la giornalista Claudia Cucchiarato. Anche lei, nata a Treviso, 31 anni, vive altrove: dopo l’Erasmus a Barcellona, tre anni di lavoro senza “mai vedere un soldo”, ha deciso di trasferirsi nella città spagnola poco prima della laurea in Scienze della Comunicazione. “Non che all'arrivo a Barcellona tutto sia andato subito bene, ma qui almeno mi sono sentita apprezzata. Credo che i miei ex compagni di università rimasti in Italia siano persone ottime ed estremamente preparate: ma hanno paura, sono quasi assuefatti dall'umiliazione, preparati ad essere trattati da stagisti almeno fino ai 40 anni e proprio per questo a volte non ottengono quel che meritano”.
Come è nato il libro, perché lo hai scritto?
“Vivo altrove non è solo il titolo del libro, è un'affermazione. Io vivo a Barcellona da più di cinque anni. Appena sono arrivata in città mi sono resa conto di non essere affatto sola, negli stessi mesi in cui mi sono trasferita, altre migliaia di giovani italiani avevano deciso o stavano decidendo di fare la stessa cosa. Lo sapevo perché li vedevo ovunque e perché ricevevo quotidianamente mail o telefonate di persone che mi chiedevano consigli per trasferirsi. Ho iniziato ad occuparmi di questo fenomeno per alcuni giornali spagnoli e italiani e sono diventata un po' il punto di riferimento dei giovani italiani in Catalunya. Da lì è nata l'idea di scrivere un libro su questo argomento, ma mi sono di nuovo subito resa conto che Barcellona era solo una delle tante mete che i miei coetanei sceglievano per l'espatrio”.
Moltissimi, racconti, scelgono Berlino, Parigi, Londra, Dublino.
“La mobilità è un tratto caratteristico della generazione che ho scelto di descrivere, sono figli dell'Europa unita e della moneta unica. Sono in tanti a circolare, spesso senza mai comunicarlo alle istituzioni italiane, per il continente. Una massa di giovani che non si riesce a contare, e che quindi non esiste, perché non ha nessuna necessità né obbligo di iscriversi agli uffici consolari. Pochi però sono quelli che, anche dopo diversi anni trascorsi altrove, decidono di tornare in Italia. E proprio nella constatazione di questa sconfitta del nostro Paese sta la vera ragione per cui ho deciso di dare finalmente voce alle persone che se ne vanno, ad ogni costo, e che l'Italia non sa né trattenere, né valorizzare, né richiamare”.
Si narra di giovani che vivono all'estero, ma non sono solo cervelli in fuga, a volte cambiano Paese semplicemente perché vorrebbero cambiare l'Italia ma sentono di non potercela fare, è così?
“Non sono solo i cervelli quelli che se ne vanno. Al giorno d'oggi dall'Italia se ne stanno andando tutti: laureati, diplomati, stagisti. Si parla tanto di bamboccioni, ma una buona parte dei giovani che si pensa vivano ancora a casa con i propri genitori magari abitano da anni ad Amsterdam, a Stoccolma o a Parigi. E se ne vanno più che altro per stanchezza, per insoddisfazione, perché hanno voglia di vedere qualcosa di nuovo e di vivere un'esperienza che pensano possa essere positiva per il loro futuro, per cambiare se stessi più che il loro Paese. In alcuni casi può sembrare un movimento egoistico quello che sperimentano i giovani migranti italiani, ma non lo è affatto: se ne vanno per crescere e perché è naturale farlo nella società globale e liquida in cui viviamo. Ciò che non è affatto normale è che non ci siano altrettanti giovani provenienti da altri Stati sviluppati che vogliano venire da noi, a prendere il posto di una élite generazionale in fuga. Oppure non è normale che una volta che si decide di far ritorno in patria si venga trattati come o peggio di come si veniva trattati prima di partire, nonostante si abbiano all'attivo esperienze e conoscenze preziose per il tessuto imprenditoriale italiano o anche solo per la società multiculturale che faticosamente si sta cercando di costruire”.
Prevale la rassegnazione o c'è l'ottimismo di poter tornare, forse, un giorno con successo e soddisfazione?
“Prevale la rassegnazione. Vista da fuori l'Italia sembra ancora più asfittica e depressa di quanto appaia quando ci stai dentro. Non mi sto inventando nulla: serve uscire dall'Italia per rendersi conto di quali e quanti sono i vizi ai quali si era abituati e assuefatti. Ciò nonostante, esistono moltissime iniziative di persone che, proprio perché vedono da fuori come si sta riducendo il Paese, lottano affinché ci sia una specie di risveglio. Vivo altrove è stato pubblicato anche con l'intenzione di far capire come vive, cosa pensa e quali difficoltà ha chi ha deciso di andarsene dall'Italia. Siamo ancora in tempo per aprire un dibattito veramente serio ed efficace su questo argomento, per far cambiare idea ai tanti che hanno deciso di andarsene. Io stessa parlo sempre al condizionale, per ora non tornerei, devono cambiare tantissime cose, bisognerebbe iniziare subito”.
L’Italia, domandi provocatoriamente nel libro, non è un paese per giovani dunque?
“No, non lo è. Non so se lo sia stato in passato. Qualche settimana fa leggevo un'intervista a Umberto Eco pubblicata nel domenicale de El País. Diceva che la sua generazione era stata molto più fortunata e che pazienza se le nuove generazioni devono sudare e sputare sangue per ottenere anche un contratto co.co.pro. Non mi sembra una giustificazione: se i cosiddetti dinosauri continuano a stare al loro posto non è perché ci sia stata un'intercessione divina, né perché la società glielo chiede, ma è perché hanno paura di lasciare il posto a gente che forse non è altrettanto preparata, ma prima o poi dovrà pur iniziare a camminare con le proprie gambe. Mi sembra un discorso abbastanza logico quello della formazione e dell'incoraggiamento al lavoro dei giovani. Un discorso che hanno capito tutti i Paesi del mondo, tranne il più gerontocratico e vecchio dentro: l'Italia”.
Redazione AlmaLaurea, 26 Giugno 2010