GLI SBOCCHI PROFESSIONALI DEI LAUREATI IN SCIENZE POLITICHE NELL’INDAGINE ALMALAUREA
di Andrea Cammelli
Pisa, 25 ottobre 2002
Le tavole qui raccolte, presentate a Pisa il 25 ottobre 2002 nel corso della giornata di studio
"La Facoltà di Scienze politiche nella riforma", sono state ottenute con specifiche elaborazioni
sui dati della "IV indagine ALMALAUREA" sui laureati delle sessioni estive degli anni 2000, 1999
e 1998, intervistati telefonicamente nell'ottobre 2001 (rispettivamente, quindi, ad 1, 2 e 3
anni dal conseguimento della laurea).
Gli atenei coinvolti nell’indagine sono stati complessivamente 20
; i laureati da sottoporre
ad intervista 36.164, con tassi di risposta elevatissimi: 85,3% ad un anno dalla laurea, 84,5%
a due e 78,8% a tre. Le università con laureati in Scienze politiche erano 9, per un totale di
2.291 laureati (948 laureatisi nel 2000, 880 nel 1999 e 463 nel 1998 –
Tav. 2).
Nelle prime tavole viene anche presentato il “profilo” dei laureati dell’intero anno solare 2001:
si tratta di quanto emerge dalle informazioni raccolte con il questionario ALMALAUREA, consegnato
a tutti i laureandi delle Università consorziate, e compilato al momento della laurea. Nelle
tabelle presentate (Tavv. 4, 5 e 6), ai dati relativi a Scienze politiche (quasi 4.000 laureati,
pari al 41,6% di tutti i laureati in Italia in Scienze politiche) vengono affiancati quelli di
altre due facoltà “tradizionali” ed in qualche modo “confrontabili”, Economia e Giurisprudenza
,
oltre al totale relativo a tutti i laureati (quasi 60.000), di tutte le facoltà.
Tra i laureati di Scienze politiche è prevalente la presenza femminile (54,3%, dato comunque
inferiore al 57,2% del complesso delle facoltà); l’età media alla laurea (28,5
anni) è leggermente superiore a quella complessiva (28), ma di circa un anno superiore a
quella di chi si laurea in Giurisprudenza (27,6) e di quasi un anno e mezzo dei laureati di
Economia (27,1). Ciò è dovuto sicuramente anche alla presenza di numerosi studenti-lavoratori
e lavoratori-studenti: ben il 21,6% dei laureati di Scienze politiche aveva, nel corso degli
studi universitari, un lavoro stabile (contro il 15,1% di Economia ed il 10,8% di Giurisprudenza),
mentre il 56,7% ha comunque avuto esperienze lavorative, seppure non stabili, e solo il 20,4%
non ha avuto alcuna esperienza (30,1% ad Economia e 39% a Giurisprudenza): si tratta della
caratteristica che maggiormente differenzia i laureati in Scienze politiche da quelli delle
altre facoltà.
La durata degli studi appare comunque abbastanza contenuta (la durata mediana è di 7,1 anni,
identica a quella di tutte le facoltà, ed inferiore a quella – 7,3 – di Giurisprudenza), segno
che (vista l’elevata età media alla laurea) sono numerosi coloro che si iscrivono a Scienze
politiche non immediatamente dopo gli studi universitari
. La quota di laureati in corso è
comunque molto esigua (3,7%), inferiore alla già bassa percentuale generale (9,5%), ma superiore
a quelle registrata a Giurisprudenza (2,3%). Coloro che si laureano 4 e più anni fuori corso,
rappresentano invece il 43,3% tra i laureati di Scienze politiche.
Tra i laureati di questa facoltà sono numerosi (28,9%) coloro che compiono, durante gli anni
universitari, studi all’estero, quasi la metà dei quali nell’ambito di un programma dell’Unione
Europea. Anche per questo motivo le conoscenze linguistiche risultano superiori alla media
(e superiori a quelle dei laureati in Economia e Giurisprudenza); mentre più scarse si rivelano
le conoscenze informatiche.
Passando ad analizzare quanto emerso nella quarta indagine sulla condizione occupazionale dei
laureati, si nota innanzitutto (Tav. 8) che il 70,5% dei laureati in Scienze politiche ha
un’occupazione già un anno dopo il conseguimento della laurea. Si tratta di un valore elevato,
superiore di oltre 9 punti rispetto alla media generale (61,1% - Tav. 9), nettamente superiore
non solo al 31,5% relativo ai laureati in Giurisprudenza (che, ricordiamo, per svolgere la
libera professione, prima dell’esame di stato, devono svolgere due anni di praticantato
post-laurea), ma anche al dato di Economia (67,7%). Ad un anno dalla laurea, come si può
vedere, non vi sono differenze sostanziali nelle situazioni di uomini e donne; tale differenza
è invece molto accentuata a tre anni dalla laurea: nel collettivo dei laureati 1998,
infatti, lavora l’88,7% degli uomini ed il 78,8% delle donne.
L’elevato tasso di occupazione rilevato, è in parte dovuto ai lavoratori-studenti di cui
si parlava in precedenza: infatti (Tav. 10), il 23,1% degli intervistati (ovvero un terzo
degli occupati) prosegue un’attività lavorativa iniziata già prima di laurearsi (per il
complesso delle facoltà, questa quota è pari al 14,4%, meno di un quarto degli occupati;
per i laureati in Economia 13,1%, meno di un quinto degli occupati; per i laureati in
Giurisprudenza solo 8,9%, 28% degli occupati).
Oltre alla quota di occupati, vengono presentate quelle di coloro che non lavorano ma
non stanno nemmeno cercando un’occupazione (perché impegnati in attività di formazione
post-laurea, nel servizio di leva o per altri motivi) e di chi invece non lavora ed è alla
ricerca attiva di un’occupazione: si tratta rispettivamente del 10,6% e del 18,9% degli
intervistati di Scienze politiche (Tavv. 8 e 9). Considerando tutti gli elementi che,
in base alla definizione ISTAT, concorrono a determinare la posizione di disoccupato
(includendo quindi anche la disponibilità ad iniziare un’attività lavorativa entro 15 giorni),
il tasso di disoccupazione, risulta meno pesante (15,1%), ma comunque sempre piuttosto elevato
e superiore di quasi 2 punti percentuali alla media complessiva
(Tav. 11).
Esaminando le caratteristiche del lavoro svolto, si nota
(Tav. 12) che quasi la metà dei
laureati di Scienze politiche ha un’occupazione stabile (anche in questo caso la presenza
di numerosi lavoratori-studenti ha un certo peso); in particolare il 40,8% lavora alle
dipendenze con un contratto a tempo indeterminato (contro il 33% complessivo di tutte
le facoltà), mentre il 5,7% ha un lavoro autonomo. Non è trascurabile la quota di occupati
con contratto di formazione e lavoro o di apprendistato (10,2%), seppure inferiore di oltre
due punti rispetto a quella complessiva. Gli “atipici” rappresentano invece il 40% dei
laureati di Scienze politiche, e tra questi è particolarmente diffuso il contratto a
tempo determinato (16,8%), mentre sono numerosi, ma inferiori alla media, i collaboratori,
coordinati e continuativi o occasionali (20,7%). Infine, la quota di lavoratori senza
contratto è molto ridotta (2,5%).
I laureati in Scienze politiche risultano particolarmente “versatili”
(Tav. 13), dal momento
che sono numerosi (8) i rami di attività economica in cui ha trovato lavoro oltre il 5% dei
laureati ed in nessuno è impegnato più del 16%, quota raggiunta dal ramo “pubblica
amministrazione e forze armate”; la quota di occupati nel “commercio” è di poco inferiore
(15,8%), e sono numerosi anche gli occupati nei rami “altri servizi alle imprese” (12,1%),
“credito e assicurazioni” (10,4%), “istruzione e ricerca” (9,6%). Tali percentuali si
differenziano piuttosto nettamente da quelle rilevate sull’intero collettivo di laureati
italiani, tra i quali il ramo maggiormente diffuso è proprio “istruzione e ricerca” (11,6%
di occupati), seguito da “commercio” (10,5%), e da ”edilizia” (10%); il ramo “pubblica
amministrazione e forze armate”, invece, raccoglie solo il 5,8% di tutti gli occupati .
Ovviamente la situazione complessiva risulta molto più frammentata perché frutto di situazioni
molto diverse tra loro, con facoltà più o meno “specialistiche”, ciascuna delle quali
orientata verso specifici settori (ad esempio, come ci si poteva attendere, l’88,2% degli
occupati provenienti da Medicina e Chirurgia ha trovato lavoro nel ramo della “sanità”,
il 67,4% di quelli di Architettura lavora nell’”edilizia”, il 23,9% di quelli di Economia
nel “credito e assicurazioni”, il 22% degli ingegneri nell’”Edilizia” ed il 20,9%
nell’industria “metalmeccanica e meccanica di precisione”).
Per valutare l’efficacia della laurea nel lavoro intrapreso, è stato utilizzato un indicatore
in cui confluiscono le risposte date a domande relative al grado di necessità del titolo
acquisito per potere ricoprire la propria mansione, ed al livello di utilizzazione delle
competenze apprese con gli studi universitari
(Tav. 14). Il risultato di Scienze politiche
non è molto incoraggiante, dal momento che solo per il 29,7% degli occupati il titolo
acquisito risulta “efficace” o “molto efficace” (il valore medio complessivo di tutti i
laureati è pari a 55,7%). Tale quota sale al 72,2% se vengono considerati anche coloro
per i quali la laurea è stata valutata “abbastanza efficace”. Rimane tuttavia un 27,8%
per i quali la laurea risulta “poco o per nulla efficace” (la percentuale corrispondente,
relativa al complesso delle facoltà, è 14,6%).
Per valutare in modo più completo la “qualità” del lavoro svolto, si è utilizzato un
indicatore che tiene conto di diversi elementi: contratto di lavoro, necessità del titolo
universitario ai fini dell’assunzione, utilizzazione nell’attività lavorativa delle
competenze acquisite all’università e grado di soddisfazione per alcuni importanti aspetti
del lavoro svolto
(Tav. 15). Utilizzando tale indicatore, per i laureati di Scienze politiche
il valore mediano è di 67, su di una scala da 0 a 100. Si tratta di un valore di 5 punti
inferiore alla media (72), e piuttosto distante da quello ottenuto per i laureati di Medicina
e Chirurgia (83) o Ingegneri (81). Economia ha invece un punteggio mediano coincidente con
quello complessivo (72), mentre Giurisprudenza ottiene, come Scienze politiche, 67.
A tre anni dalla laurea, il tasso di occupazione di Scienze politiche cresce fino
all’83% (Tav. 17): si tratta di una percentuale ancora superiore alla media generale (75,3%).
Si riduce notevolmente la quota di coloro che sono alla ricerca di un’occupazione,
scendendo al 9,3%, valore comunque considerevolmente superiore al 5,7% rilevato per il
complesso delle facoltà.
Analizzando la coorte dei laureati in Scienze politiche nel 1998
(Tav. 18), si nota che
l’incremento della percentuale di occupati tra l’intervista realizzata un anno dopo la
laurea e quella eseguita due anni dopo, è di 20 punti: il tasso di occupazione di questo
collettivo, rilevato ad un anno dalla laurea, era infatti più basso di quello osservato per
i laureati del 2000 intervistati per la prima volta in questa quarta indagine, già illustrato
nelle pagine precedenti (70,5%). Osservando l’evoluzione della percentuale di occupati ad un
anno dal conseguimento del titolo universitario, nel corso delle quattro indagini ALMALAUREA,
si nota infatti che il tasso di occupazione è cresciuto dal 59,2% tra i laureati del 1997,
al 63,1% tra i laureati 1998, fino al 74,4% rilevato lo scorso anno sui laureati 1999; il
tasso, comunque elevato, rilevato quest’anno sui laureati 2000 (70,5%), rappresenta quindi
una lieve flessione.
Il tasso a tre anni dalla laurea è superiore di quasi 3 punti percentuali a quello registrato,
dopo lo stesso lasso di tempo, nella precedente indagine sui laureati 1997 (80,3%). Il dato
si può anche confrontare con quello emerso dell’indagine ISTAT svolta a livello nazionale sui
laureati del 1995 a circa tre anni dalla laurea: in quell’occasione il tasso di occupazione
osservato fu ancora inferiore, fermandosi al 77%.
A tre anni dalla laurea, gli occupati stabili rappresentano già il 65,5%, oltre l’80% dei
quali ha un contratto alle dipendenze a tempo indeterminato
(Tav. 19). Si riduce quindi la
quota dei laureati atipici (27%, contro il 26% del complesso delle facoltà), così come
quella degli occupati con contratto di formazione e lavoro o di apprendistato (6,1%).
Il 41,6% degli occupati ricopre la posizione di “impiegato o tecnico ad alta/media
qualificazione”
(Tav. 20): si tratta di una quota analoga a quella rilevata per il complesso
dei laureati (41,1%); più rappresentati rispetto alla media sono invece gli impiegati esecutivi,
che costituiscono il 16,4% degli occupati di Scienze politiche, mentre nel complesso sono solo
il 6,4%. Quasi un laureato occupato di Scienze politiche su 10 riveste un ruolo di dirigente o
di quadro direttivo; si tratta di una percentuale notevolmente più elevata di quella per il
totale dei laureati (4,2%), tra i quali è però presente una quota piuttosto alta di liberi
professionisti (11,2%) e di insegnanti (11%).
A tre anni dalla laurea, l’efficacia per i laureati di Scienze politiche non registra un
aumento sensibile
(Tav. 21): gli occupati per i quali il titolo è “efficace” o “molto efficace”
sono solo il 33,1%, valore superiore di poco più di tre punti percentuali di quello già
presentato per i laureati ad un anno (per il complesso dei laureati, invece, tale quota è
del 55,7% tra i laureati ad un anno e passa al 62,6% a tre anni). La facoltà di Scienze
politiche è anche quella in cui raggiunge il valore massimo la quota di occupati per i
quali il titolo risulta “poco o per nulla efficace”.
Anche l’indice di qualità del lavoro svolto
(Tav. 22) per i laureati di Scienze politiche
non subisce un incremento considerevole, portandosi a 70 (sempre su una scala 0-100; come
visto è 67 ad un anno dalla laurea), che rappresenta il valore di più basso nella
“graduatoria” per facoltà (la media generale è pari a 79).
Analizzando la condizione occupazionale per indirizzo, si nota che a tre anni dalla laurea
ben il 95,3% degli intervistati dell’indirizzo politico-economico sta lavorando
(Tav. 24).
Tale quota scende all’86,5% per il politico-sociale, mentre politico-amministrativo,
storico-politico e politico-internazionale hanno percentuali di occupati tra loro simili,
comprese tra il 79,8% ed il 78,1%. La quota di non occupati in cerca di un lavoro, oscilla
invece tra il 2,3% del politico-economico ed il 16,7% dello storico-politico. È molto esigua,
infine, per tutti gli indirizzi di studio, la quota di non occupati che non sono alla
ricerca attiva di un lavoro: raggiunge appena il 10% tra i laureati del politico-sociale.
L’indirizzo politico-internazionale è anche quello con la quota maggiore di occupati
stabili
(Tav. 25): ben il 63,4% ha un contratto dipendente a tempo indeterminato, mentre
il 14,6% ha un lavoro autonomo; l’indirizzo in cui è invece più diffuso, a tre anni dalla
laurea, il lavoro atipico è lo storico-politico, con il 27,7% di occupati con contratto di
collaborazione, coordinata e continuativa o occasionale ed il 10,6% di dipendenti a tempo
determinato. Le altre forme di lavoro atipico (tra le quali quello “interinale”) sono assai
poco diffuse tra i laureati di tutti gli indirizzi: raggiungono il 2,8% solo nel
politico-amministrativo.
L’efficacia della laurea
(Tav. 26) non si differenzia invece considerevolmente nei 5
indirizzi: gli occupati per i quali la laurea è maggiormente efficace oscillano tra il
32,6% dell’indirizzo storico-politico ed il 34,2% del politico-sociale; solo il
politico-internazionale è leggermente staccato, con solo il 25,5% di occupati con
laurea “efficace” o “molto efficace”. La quota di laureati per cui il titolo
è “poco o per nulla efficace” è minima per il politico-economico (12,8%), mentre oscilla
attorno al 20% per gli altri quattro indirizzi (con un massimo del 25,5% nel
politico-internazionale). Allo stesso modo, la qualità del lavoro svolto
(Tav. 27)
oscilla solo tra 68,5 (indirizzo storico politico) e 71 (politico-internazionale).
I cinque indirizzi si differenziano piuttosto nettamente per il ramo di attività in
cui hanno trovato lavoro i laureati che provengono da ciascuno di essi, denotando una
non sempre chiara coerenza tra ramo di attività economica e indirizzo di studio
intrapreso
(Tav. 28):
- quasi un occupato su tre, proveniente dall’indirizzo politico-amministrativo, ha trovato lavoro nel “credito e assicurazioni”, il 14,6% nella “pubblica amministrazione e forze armate” ed il 12,2% nel “commercio”;
- il ramo “credito e assicurazioni” è al primo posto anche per i laureati del politico-amministrativo, ma con una quota molto inferiore (18,3%); sorprende, forse, che anche gli occupati nella “pubblica amministrazione e forze armate” siano meno numerosi, rappresentando solo l’11,3%;
- anche nel politico-internazionale i tre rami di attività in cui i laureati paiono avere maggiori opportunità di lavoro, sono quelli già presenti ai primi tre posti per gli occupati dei due indirizzi appena visti, sebbene con ordine e pesi diversi: il ramo più diffuso è quello del “commercio” (22%), seguito da “credito e assicurazioni” e “pubblica amministrazione e forze armate”, entrambi con 10 occupati su 100;
- per i laureati dell’indirizzo storico-politico lo sbocco più diffuso è invece, sorprendentemente, quello delle “comunicazioni e telecomunicazioni”, con una quota comunque non molto elevata di occupati (14,9%); gli altri settori in cui hanno trovato lavoro i laureati di questo indirizzo sono quello dell’“istruzione e ricerca” (12,8%) e quello del “commercio” (8,5%). In tutti i casi sono indirizzi che non paiono strettamente correlati con l’indirizzo intrapreso; si tratta comunque, come detto, del percorso di studio per il quale la qualità del lavoro svolto risulta inferiore;
- per i laureati del politico-sociale la coerenza appare invece superiore, dal momento che l’11,7% lavora nel ramo “altri servizi sociali” ed il 10,4% nella “pubblica amministrazione e forze armate”.

