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Home > Università> Occupazione > II Indagine (2000)

Condizione Occupazionale dei Laureati 1997 e 1998 ad uno e due anni dalla conclusione degli studi


PRESENTAZIONE
di Andrea Cammelli

L'indagine sulla condizione occupazionale dei laureati delle università aderenti ad AlmaLaurea(1) giunge al secondo appuntamento. Dopo la positiva esperienza dell'anno passato, che consentì di approfondire la situazione circoscritta a 9 atenei, quest'anno l'indagine ha potuto essere estesa a 13 atenei ed ha compiuto un salto qualitativamente rilevante indagando i percorsi e le caratteristiche dell'accesso al lavoro (o della ricerca del lavoro) ad uno ed a due anni dalla conclusione degli studi. Per l'ateneo bolognese, che sul terreno degli sbocchi occupazionali era stato oggetto di apposita sperimentazione fin dal 1997, l'indagine è stata estesa ai laureati a tre anni dall'acquisizione del titolo. Grazie all'intesa fra gli atenei (che hanno anche sostenuto parte dei costi) ed al contributo del Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica in complesso l'indagine ha coinvolto quasi 20mila laureati. Col dilatarsi del tempo trascorso dall'acquisizione del titolo, possono ridursi alcune delle cautele che avevano doverosamente caratterizzato i commenti e le interpretazioni dell'anno passato; d'altra parte diventa possibile un primo, parziale, confronto circa gli esiti occupazionali di due successive generazioni di laureati, quelli del 1997 e quelli del 1998 (e quelli del 1996 per l'Università di Bologna); ciò consente dunque l'esame, sia pur limitato, della tendenza più recente del mercato del lavoro.

Gli obiettivi generali del Progetto AlmaLaurea, così come un dettagliato ed aggiornato identikit del laureato italiano, capace di restituire il profilo e le principali caratteristiche dei quasi 30mila laureati che hanno completato gli studi nel 1998 negli atenei già presenti in AlmaLaurea, sono disponibili su Internet all'indirizzo già segnalato(2). Il riferimento è d'obbligo perché una maggiore conoscenza delle caratteristiche del prodotto finito dell'università non può che facilitare e rendere più ponderata la lettura e l'interpretazione della documentazione presentata, sottraendola quantomeno alle più frequenti approssimazioni e distorsioni.

Il prodotto finito-laureato non si presta infatti a facili standardizzazioni ed è molto più disomogeneo di quanto si sia portati a ritenere, risultando caratterizzato da una articolazione e da una variabilità spesso sorprendenti. Si pensi ad esempio all'origine socio-economica, che vede un quinto dei laureati in Medicina e Chirurgia provenire da famiglie con ambedue i genitori laureati, condizione che invece non riguarda nemmeno due laureati su cento a Lingue e Letterature straniere. Si noti, ancora, l'amplissima variabilità che contraddistingue la durata degli studi e che conferma l'ampiezza del divario fra durata ufficiale degli studi e tempo effettivamente impiegato per concluderli. Meno di 8 dottori su cento risultano in corso, mentre per metà dei laureati concludere gli studi ha richiesto un tempo superiore almeno del 55 per cento a quello previsto dagli ordinamenti (almeno il 10 per cento in più fra i medici; il 70 per cento in più fra i neo architetti e i laureati in Scienze della Formazione). Tutta colpa degli studenti? Certo, il dato parzialmente si ridimensiona se si tiene conto che quasi 11 dottori su cento hanno raggiunto il titolo lavorando stabilmente durante gli studi. Ciò ha riguardato solo il 3 per cento dei laureati in Medicina e Chirurgia ma 22 laureati su cento delle facoltà di Scienze della Formazione e di Sociologia.

Sempre in tema di lavoro, riflettendo sulle difficoltà di inserimento (non solo quelle determinate dalla carenza di posti), c'è da sottolineare come poco meno della metà dei neo-dottori concludano i propri studi privi di una qualsiasi esperienza lavorativa seppure occasionale.

Ancora: l'intenzione/necessità di proseguire gli studi/completare la formazione è dichiarata da un terzo dei laureati in Ingegneria e, all'estremo opposto, da 92 laureati su cento in Medicina e Chirurgia e in Psicologia.

L'analisi delle votazioni di laurea documenta la difformità dei criteri di valutazione adottati nelle diverse facoltà anche dello stesso ateneo. Difformità ben note al mondo universitario, eppure tali da legittimare incomprensioni nella società e da alimentare sperequazioni nell'accesso al mondo del lavoro, soprattutto là dove (concorsi pubblici in particolare) la votazione acquisita si traduce in punteggi determinanti per la formazione di graduatorie. Fra i laureati in Giurisprudenza ed in Economia, per esempio, la votazione media non arriva a 99 su 110, mentre i loro colleghi di Lettere e Filosofia e di Scienze della Formazione sfiorano il punteggio di 109 su 110. Così, per esempio, la probabilità di essere assunti alla Banca d'Italia, dove la votazione minima richiesta è 105, risulta più alta per i laureati in Filosofia che non per quelli in Economia.

La internazionalizzazione degli studi, oltre a quella dei mercati, primo fra tutti quello del lavoro, costituirà il riferimento obbligato per il futuro prossimo oltreché il terreno su cui competere. Eppure l'80 per cento dei laureati italiani del 1998 vi si affaccia priva di qualsiasi esperienza di studio all'estero. A parte le iniziative personali, gli specifici programmi comunitari (Erasmus/Socrates, ecc.) hanno coinvolto poco più di 7 laureati su cento: il 2 per cento fra i medici, il 3,5 fra i farmacisti, il 4 fra i laureati in Scienze matematiche fisiche e naturali, il 5,5 fra gli ingegneri e, comprensibilmente, il 55 per cento di quanti hanno concluso la Scuola superiore di lingue moderne. Ma è vero che la tendenza è in aumento. Quasi 6 laureati su cento hanno sostenuto almeno un esame all'estero e 3,5 su cento vi hanno preparato la loro tesi di laurea. Assai più diffuse le conoscenze linguistiche nell'autovalutazione dichiarata dai laureati. Hanno una conoscenza almeno buona dell'inglese 44 laureati su cento (il 26 per cento dei medici veterinari e il 54 per cento dei laureati in Scienze politiche, senza tener conto dei laureati della Scuola superiore di Lingue moderne e della facoltà di Lingue e Letterature straniere).

Ma non c'è dubbio che l'handicap più pesante che penalizza il laureato italiano, soprattutto nel confronto internazionale, resta quello dell'età elevata alla conclusione degli studi. Il più lungo ciclo di studi secondari superiori a livello europeo, il più lungo ciclo ufficiale di studi universitari (con la sola esclusione dei diplomi universitari peraltro assai poco seguiti), il ritardo pressoché generalizzato alla laurea, tutto ciò fa sì che solo 18 laureati su cento concludano i loro studi prima del 25esimo anno di età, mentre per 47 su cento il titolo di dottore è acquisito dai 27 anni in su. Complessivamente, fra i quasi 30mila laureati esaminati, l'età media alla laurea sfiora i 28 anni (27,7 per l'esattezza)(3). Ciononostante la preparazione è tutt'altro che conclusa: intervistati ad un anno dalla conclusione degli studi, 67 laureati su cento dichiarano di aver intrapreso almeno un'ulteriore attività di qualificazione (Formazione post-laurea, conclusa o in corso).

Frequentemente citato per sintetizzare i mali dell'università italiana e per sottolinearne il ritardo nel contesto europeo ed internazionale, un indicatore elaborato dall'OCDE attribuisce all'Italia un tasso di disoccupazione dei laureati 1995 nella classe di età 25-29 pari al 32,7 per cento: un valore 2,4 volte superiore a quello registrato in Francia; 6,4 volte superiore a quello registrato in Germania; 9 volte superiore a quello registrato nel Regno Unito(4). La drammatizzazione della situazione italiana (ancora più accentuata guardando ai valori dell'indice che l'OCDE propone nella classe di età 20-24), pare piuttosto il risultato dell'elevata età media alla laurea dei giovani (!) italiani (27,7 come si è visto) e della conseguente minore esposizione all'accesso nel mercato del lavoro entro il 29° anno di età. Al di là della correttezza formale dell'indicatore, ciò che deve essere sottolineato è la sua improponibilità come termine di confronto fra esiti di sistemi formativi disomogenei e di ben diversa durata.

Se è vero che l'università italiana non ha ancora acquisito tutti i requisiti dell'università di massa è altrettanto certo che non ha più i caratteri dell'università di élite. Da un lato, infatti, la selezione che caratterizza gli studi preuniversitari(5), l'elevato ma negli ultimi anni decrescente tasso di passaggio all'università(6), il fenomeno degli immatricolati fantasma (fra il 10 e il 15 per cento degli iscritti al primo anno in realtà non arriva nemmeno a pagare la seconda rata delle tasse) e quello degli abbandoni entro il primo anno (che assieme agli immatricolati fantasma raggiunge il 20-25 per cento degli iscritti ufficiali)(7), riducono consistentemente la quota di giovani in età impegnati sul terreno della formazione superiore. Ciononostante, il basso tasso di universitarizzazione della popolazione(8) fa sì che per 72 laureati su cento la laurea compaia per la prima volta in famiglia.

Quelli presentati costituiscono soltanto i primi risultati dell'indagine avviata. Intanto perché le modalità con cui l'indagine è stata progettata (intervista telefonica più intervista postale - ancora in corso - ai laureati non reperiti telefonicamente) assicureranno un livello di partecipazione ed un tasso di risposta finale ancora più elevati di quelli, peraltro già consistenti, ottenuti al termine delle interviste telefoniche.

Ma a caratterizzare questi come i primi risultati non è solo la diversa consistenza della documentazione che alla fine si renderà disponibile: come per la precedente indagine, infatti, un apposito Gruppo di lavoro fra i 13 atenei direttamente coinvolti procederà, in tempi necessariamente più lunghi, ad approfondire l'indagine. Utilizzando in modo integrato la documentazione risultante dall'intervista (telefonica o postale) e la documentazione già disponibile nella banca dati AlmaLaurea, il Gruppo di lavoro proseguirà lo studio avviato analizzando, tra l'altro, le caratteristiche strutturali della popolazione indagata, i modi e i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, i percorsi formativi intrapresi dopo la laurea, i motivi del mancato inserimento nel mondo del lavoro, la relazione fra riuscita negli studi e sbocchi occupazionali, l'efficacia degli studi compiuti, e provvederà alla stesura del Rapporto di ricerca conclusivo (Oltre ai risultati complessivi per ciascuno degli Atenei coinvolti nell'indagine precedente è stato predisposto uno specifico Rapporto; il Rapporto finale è in fase di stampa).

Trarre dalla pur ricca documentazione prodotta conclusioni circa il primato di una facoltà o di un ateneo, risulterebbe ingiustificato oltreché erroneo.

Ma il rinvio per un'analisi più approfondita al Rapporto finale, nulla toglie al significato e alla portata del risultato più rilevante già acquisito con queste prime elaborazioni: ad un anno dalla conclusione degli studi universitari quasi 56 laureati su cento risultano occupati (e solo 25 su cento non lavorano e cercano lavoro). Un risultato positivo che migliora di quasi 4 punti percentuali quello registrato ad un anno dalla laurea dai laureati 1997 e contraddice luoghi comuni tendenti ad accreditare l'equazione laurea = disoccupazione. Tale giudizio è ancor più positivo se si tiene conto che il livello occupazionale aumenta sensibilmente (fino a sfiorare il 64 per cento) tralasciando, per esempio, i laureati di Medicina e Chirurgia e Giurisprudenza per i quali è pressoché obbligatoria la prosecuzione della propria formazione (cfr., nelle Avvertenze, l'incidenza di queste due facoltà sull'indice di occupazione complessiva). Infatti nella definizione di occupato da noi adottata (analogamente a quella utilizzata dall'Istat per le proprie indagini condotte sui laureati a tre anni dalla conclusione degli studi e da noi ripresa anche per garantire la necessaria comparabilità) sono esclusi i laureati che hanno dichiarato di essere impegnati in attività di qualificazione retribuite quali: tirocinio, praticantato, specializzazione, dottorato di ricerca, attività sostenuta da borsa di studio. Attività comprese invece nella definizione di occupato utilizzata sempre dall'Istat nell'indagine sulle forze di lavoro. Si consideri che ove fosse assunto quest'ultimo criterio definitorio il tasso di occupazione ad un anno dalla laurea aumenterebbe di 10 punti percentuali passando da 56,3 a 66,4 per cento.

Pur adottando la definizione restrittiva di cui sopra, confortanti elementi di conferma si ricavano dai risultati dell'indagine condotta a due anni dalla conclusione degli studi: il tasso di occupazione nell'intervallo fra primo e secondo anno dall'acquisizione del titolo ha guadagnato 15 punti percentuali, raggiungendo il 67 per cento del collettivo indagato (mentre si riduce attorno al 14,4 per cento la quota dei laureati che non lavorano e cercano).

Confortante anche la percentuale accertata di occupati a tre anni dalla conclusione degli studi; sia pure limitatamente all'ateneo bolognese tale valore risulta pari al 78 per cento(9).

Com'era da attendersi, pur con qualche interessante sorpresa, la situazione occupazionale risulta ampiamente diversificata, tra l'altro, a seconda degli studi intrapresi (anche a causa della differente caratterizzazione per genere delle facoltà e della maggiore o minore diffusione di una precedente occupazione) e della regione di residenza (e quindi del diverso dinamismo dei mercati del lavoro locali).

Ugualmente diversificata risulta la valutazione dell'efficacia della laurea espressa dai laureati ottenuta combinando la necessità del titolo acquisito per il lavoro svolto e l'utilizzazione delle competenze apprese con gli studi universitari. A soli dodici mesi dalla conclusione degli studi è comprensibile che solo una parte delle potenzialità della preparazione acquisita ha avuto modo di realizzarsi, soprattutto presso le facoltà che assicurano una formazione polivalente, meno specialistica. Ma questo indicatore non mostra significativi progressi anche dilatando il campo di osservazione a due anni dall'acquisizione del titolo. Diventa allora necessario approfondire l'indagine valutando anche l'ipotesi di un eccesso di preparazione rispetto alle esigenze del mercato nazionale ed estero (overstudying).

Se la volontà di collaborazione fra gli atenei aderenti ad AlmaLaurea verrà confermata, la prossima indagine potrà approfondire aspetti importanti della condizione occupazionale a tre anni dall'acquisizione del titolo e si estenderà a 18 università comprendendo gli atenei di Piemonte Orientale, Politecnico di Torino, Siena, Roma-Lumsa, Torino.
 



AVVERTENZE

La consapevolezza della ridotta significatività statistica di indicatori riguardanti collettivi di consistenza particolarmente ridotta non si è tradotta nell'esclusione dei medesimi (a parte lo sparuto drappello costituito dai nove laureati della facoltà di Conservazione dei beni culturali). E' stata privilegiata infatti la necessità di una documentazione completa segnalando in ogni caso l'ampiezza dei collettivi indagati. Si sono invece evitate (almeno nell'elaborazione dei primi risultati) disaggregazioni che pure sarebbero risultate importanti: si pensi all'articolazione in corsi di laurea particolarmente estesa in alcune facoltà (per esempio Scienze matematiche, fisiche e naturali, ed Ingegneria).

In sintonia con l'indagine Istat sui laureati del 1995, i laureati sono stati differenziati a seconda che continuino la propria formazione professionale attraverso attività di qualificazione post-laurea (tirocinio, praticantato, specializzazione, dottorato, master, corso di formazione professionale) oppure che decidano di inserirsi direttamente nel mercato del lavoro. Si sono considerati pertanto occupati coloro che, non svolgendo alcuna attività di formazione, hanno dichiarato di avere un lavoro retribuito.

La corretta interpretazione dei valori del tasso di occupazione deve tener conto di numerose variabili che concorrono a determinarlo (e che verranno approfondite dal Gruppo di lavoro). Si tratta delle differenti caratteristiche strutturali della popolazione osservata quali ad esempio il sesso, l'età, il tipo di maturità conseguita, la regolarità negli studi (aspetti che il Profilo del laureato evidenzia), della differente capacità attrattiva dei mercati del lavoro locali e regionali (si vedano i risultati ottenuti classificando i laureati per regione di residenza, indipendentemente dalla sede degli studi: cfr. Tasso di occupazione per residenza).

Come già sottolineato, si deve tenere presente che, ad un anno dalla laurea, la condizione occupazionale non può che risultare particolarmente ridotta per i laureati delle facoltà che prevedono, conclusi gli studi, la frequenza di scuole di specializzazione, tirocini, ecc. (per esempio Medicina e Chirurgia, Giurisprudenza, Psicologia). Ciò naturalmente influenzerà (come già si è detto), riducendolo, anche il risultato complessivo per singolo ateneo (cfr. Tasso di occupazione ad un anno: incidenza delle facoltà con elevata quota di formazione post-laurea). Occorre quindi considerare con attenzione anche il dato relativo ai laureati che non lavorano ma non cercano e le motivazioni della non ricerca (cfr. Motivi della non ricerca da parte dei laureati non occupati).

Considerazioni analoghe debbono essere tenute presenti nella valutazione dei laureati che non lavorano ma cercano (quelli che impropriamente, con estrema semplificazione, potrebbero essere definiti come disoccupati); in quanto anch'essi, in parte ed in misura diversamente apprezzabile a seconda della facoltà di laurea, impegnati in attività di ulteriore qualificazione o nel servizio di leva (cfr. Laureati non occupati in cerca di lavoro).

Lo stesso tentativo di valutare l'efficacia della laurea, nella percezione - dichiarata dall'intervistato - circa il grado di necessità del titolo acquisito ai fini dell'attività lavorativa svolta ed il livello di utilizzazione delle competenze acquisite con gli studi universitari, deve essere visto tenendo presente, fra l'altro, il breve periodo di esperienza lavorativa, l'eventuale proseguimento dell'attività già svolta, il diverso peso attribuito al titolo di studio nel settore pubblico rispetto a quello privato (cfr. Efficacia della laurea nel lavoro svolto).




NOTE:

(1)
Al Gennaio 2000 aderiscono al Progetto ALMALAUREA le Università di: Bari, Bologna, Cassino, Catania, Chieti, Ferrara, Firenze, Genova, Messina, Modena e Reggio Emilia, Molise, Padova, Parma, Piemonte Orientale, Roma LUMSA, Siena, Torino, Torino Politecnico, Trento, Trieste, Udine, Venezia Architettura.
(2)
Entro il prossimo aprile sarà disponibile la nuova edizione del Profilo dei laureati, riguardante oltre 45mila laureati nell'anno 1999.
(3)
L'età media alla laurea per facoltà risulta:
(4)
OCDE, Regards sur l'èducation. Les indicateurs de l'OCDE, 1997.
(5)
Di mille iscritti al primo anno di suola media solo 684 acquisiscono la maturità (Isfol, Formazione e occupazione in Italia e in Europa. Rapporto 1998, Roma 1998).
(6)
Nel 1997/98 si sono immatricolati all'università 65,7 diplomati su 100; erano 71,8 nel 1992/93 (Istat, Università e lavoro. Statistiche per orientarsi, 1999).
(7)
A. Cammelli, Aspetti del processo di universitarizzazione: 1960-1995, in Accademia Nazionale dei Lincei, L'Università in Italia. Appunti per un convegno, Roma 1998. Si veda anche Istat, Università e lavoro. Statistiche per orientarsi, Op. cit.
(8)
Al censimento del 1991 la diffusione di laureati fra la popolazione di almeno 20 anni è del 4,7 per cento (5,7 per cento fra i maschi; 3,8 per cento fra le femmine).
(9)
Fra i laureati del 1995, a livello nazionale, l'indagine Istat, a tre anni dalla laurea, ha accertato un tasso di occupazione pari al 72,4% (Istat, Università e lavoro. Statistiche per orientarsi, Op. cit.).