La riforma alla prova dei fatti
Indice
A che punto è la riforma? di Andrea Cammelli1. L’indagine 2006
2. I tipi di corso
3. Le caratteristiche dei laureati al loro ingresso all’università
4. Le discipline di studio
5. Il lavoro durante gli studi e la frequenza alle lezioni
6. La diffusione dei tirocini nei piani di studio
7. I laureati Socrates/Erasmus
8. La riuscita negli studi nella fase di transizione dal vecchio al nuovo sistema universitario
9. Le condizioni per la riuscita negli studi
10. I giudizi sull’esperienza universitaria
11. I servizi per gli studenti: Università, città, Diritto allo Studio
12. Le prospettive di studio
13. Le prospettive di lavoro
14. Le possibili strategie di ricerca del lavoro
15. I laureati di cittadinanza estera
Note metodologiche
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A che punto è la riforma?
Caratteristiche e performances dei laureati 2005
di Andrea Cammelli
C ome è noto, la riforma prevista nel D.M. 509/99 ha ridisegnato l’offerta formativa, ne ha previsto l’articolazione in livelli differenti, si è proposta obiettivi ambiziosi (maggiore diffusione dei titoli universitari nella popolazione, riduzione degli abbandoni, miglioramento della riuscita, avvicinamento al mondo del lavoro, internazionalizzazione dei percorsi di studio attraverso la generalizzazione dei crediti formativi). Mentre in alcune realtà1 l’attuazione della riforma ha preso le mosse già a partire dal 2000–01, l’intero sistema universitario l’ha avviata dall’anno accademico successivo. Ciò significa che, a parte i pochi atenei partiti in anticipo, i primi laureati di primo livello che hanno compiuto per intero la loro formazione in un percorso di studi riformato hanno conseguito il titolo a partire dalla sessione estiva 2004.
In questo contesto, la cui lettura come si vedrà meglio è particolarmente complessa, due aspetti risultano chiari: a) soltanto ora comincia ad essere disponibile una documentazione sufficientemente ampia dalla quale trarre utili indicazioni per modifiche, correzioni, integrazioni, cambiamenti, di quanto previsto nel progetto riformatore; b) ogni operazione di valutazione delle caratteristiche del capitale umano prodotto dal sistema universitario secondo gli ordinamenti pre e post–riforma, così come ogni tentativo di monitorare l’efficacia o meno della riforma stessa, deve misurarsi con profili di laureati progettati con obiettivi, caratteristiche, prospettive di studio, ecc. profondamente diversificati.
Rebus sic stantibus è evidente che il confronto delle caratteristiche strutturali, delle performances di studio, degli esiti occupazionali e formativi, tra i laureati di primo livello e i laureati pre–riforma risulta, per un verso solo formalmente proponibile, e per un altro di difficile realizzazione. Particolarmente per tutta la fase di transizione, caratterizzata dalla graduale scomparsa dei tradizionali percorsi di studio e dal progressivo affermarsi del nuovo ordinamento.
Il Rapporto 2006
Anche questo Rapporto sui laureati, in quanto puntuale radiografia del capitale umano uscito dalle università nell’intero 2005, costituisce un punto di riferimento molto particolare per coloro che guardano al sistema di istruzione superiore del Paese come ad un fattore nevralgico dello sviluppo. La popolazione osservata, in 38 dei 48 atenei consorziati (ai 35 atenei compresi nel Rapporto precedente si sono aggiunte le Università di Camerino, Lecce e Roma La Sapienza)2, sfiora complessivamente le 180mila unità circa metà delle quali hanno portato a termine i corsi di primo livello introdotti con la Riforma dell’ordinamento didattico universitario del 1999 e attivati dal 2001 (in alcuni casi già dal 2000). Il campo di osservazione del Profilo 2005 copre oltre il 61 per cento del sistema universitario italiano e garantisce la rappresentatività a livello nazionale per gruppo disciplinare, per genere e per le tre grandi ripartizioni territoriali (Nord, Centro e Sud), pur in presenza di una sottorappresentazione del Nord–Ovest conseguente all’assenza di larga parte dei laureati negli atenei lombardi.
Al di là della questione sulla rappresentatività a livello nazionale, questo Rapporto restituisce alle 38 università coinvolte una documentazione (interamente consultabile su Internet3) completa, affidabile, aggiornata, articolata a livello di Ateneo, Facoltà (eventualmente per sede), corso e classe di laurea (a seconda che i laureati abbiano concluso studi del precedente ordinamento, oppure quelli post–riforma), gruppo disciplinare. Caratteristiche queste che hanno destato nei confronti dell’annuale Rapporto sul Profilo dei laureati un interesse via via crescente; soprattutto fra quanti sono impegnati negli Organi di Governo delle università, nel Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, nei Nuclei di Valutazione, nelle Commissioni Didattiche, nelle strutture dedicate all’orientamento pre e post–universitario, negli istituti di istruzione secondaria superiore e nello stesso mondo del lavoro e delle professioni.
La ricchezza della documentazione messa a disposizione da AlmaLaurea costituisce un’imprescindibile base empirica per ogni analisi del funzionamento del sistema universitario e per ogni riflessione tesa ad ideare e attuare interventi migliorativi.
Le riflessioni in queste pagine introduttive prendono spunto dalle analisi presentate più avanti alle quali rinviano per ogni ulteriore approfondimento. Come si noterà si tratta di analisi sviluppate secondo una precisa logica fondata sulla propedeuticità degli argomenti trattati.
La riforma: un cantiere in continua trasformazione
Fin dalla presentazione del Profilo dei laureati dell’anno 20024, si erano anticipate le difficoltà crescenti a cui si sarebbe dovuto far fronte per monitorare con tempestività e dettagliatamente, ma soprattutto in modo comprensibile a tutti, le performances dei laureati italiani. Più recentemente, si è messo in evidenza come l’articolazione ed il livello di complessità raggiunto dal sistema universitario presuppone una conoscenza tale da confinare l’utilizzabilità anche della più rigorosa documentazione quasi esclusivamente agli addetti ai lavori; rendendo ancora più ardua la già difficile scelta dei giovani e delle loro famiglie, nonché le stesse attività di orientamento in ingresso svolte dal personale docente della scuola secondaria superiore e dell’università. Difficoltà crescenti si sottolineava “tanto più se prima ancora della conclusione della verifica della Riforma avviata dovessero essere introdotte ulteriori modifiche. Difficilmente una funzione delicata ed ancora così gracile come quella del corretto orientamento dei giovani agli studi universitari ed al lavoro, potrebbe sopportare una stagione di incertezza e di rivolgimenti lunga tanto quanto una continua fase di transizione”5. È esattamente ciò che si è puntualmente verificato con l’approvazione del D.M. 270/2004, che riorganizza il percorso del 3+2. Tale Decreto prevede tra l’altro il cosiddetto sistema ad Y, che è stato presentato come separazione, dopo il primo anno comune, tra un percorso “metodologico” (utile a chi continua gli studi) e uno “professionalizzante”; peraltro, i testi non sono chiari, l’interpretazione prevalente ritiene che per le università la differenziazione sia solo una possibilità e non un obbligo e infine l’intera attuazione è temporaneamente bloccata – in vista di un possibile riesame – per quanto riguarda i decreti relativi alle classi di laurea e di laurea magistrale. Inoltre le modifiche recentemente approvate per la facoltà di Giurisprudenza introducono in questa facoltà il nuovo modello 1+4, di fatto la laurea magistrale a ciclo unico. Al di là del rischio di un ritorno al passato e di possibili effetti a catena come qualcuno ha paventato, resta il fatto che tali modifiche sono avvenute ben prima che le necessarie verifiche sull’efficacia del 3+2 fossero compiute, non solo all’interno dei percorsi universitari ma, soprattutto, nell’impatto con il mercato del lavoro dove i laureati di primo livello, nella migliore delle ipotesi, si sono soltanto affacciati.
Un monitoraggio complesso
A caratterizzare una fase di transizione che, senza la “riforma della riforma” cui si è accennato più sopra, si potrebbe completare entro due/tre anni, al tradizionale prodotto dell’università italiana, il laureato tout court (che nelle indagini AlmaLaurea era andato articolandosi in tre profili dalle performances inevitabilmente diversificate a seconda dell’attività lavorativa svolta o meno, con maggiore o minore continuità, durante il percorso di studi), è andata affiancandosi una più ampia gamma di titoli universitari. Titoli che è bene ricordare vista la loro ancora incompiuta metabolizzazione non solo fra il grande pubblico ma non infrequentemente anche fra gli stessi addetti ai lavori, nel mondo universitario e della scuola, ma anche in quello delle imprese. Allo stato attuale e, in ogni caso, per le riflessioni che verranno svolte in questo Rapporto, si tratta delle lauree di primo livello conseguibili al termine di un primo triennio di studio, di quelle specialistiche (o magistrali) raggiungibili con un ulteriore biennio di formazione, di quelle specialistiche a ciclo unico che in alcune aree (medicina e chirurgia, odontoiatria, medicina veterinaria, farmacia, architettura), analogamente a quanto avviene a livello europeo, prevedono un periodo di 5–6 anni di formazione.
Ma la complessità di una puntuale verifica va bene al di là della molteplicità dei titoli previsti dalla riforma (e dalle successive modifiche) che dovrebbero costituire il futuro scenario di riferimento a livello nazionale ed internazionale6. Per tutta la fase di transizione, caratterizzata dal graduale contrarsi (fino alla scomparsa) dei tradizionali percorsi di studio e dal progressivo affermarsi del nuovo ordinamento, ogni monitoraggio incentrato sulla comparazione deve fare i conti, particolarmente nel periodo iniziale, con due limiti evidenti.
Da un lato l’analisi riferita al complesso dei laureati di un anno (comprendendo quindi tutti i percorsi di studio, anche quelli avviati nel vecchio ordinamento), non consente di fare piena chiarezza sulle tendenze in atto. Ciò a causa delle caratteristiche strutturali della popolazione osservata, che si combinano, anno dopo anno, secondo un rapporto che vede i laureati del nuovo ordinamento dilatarsi progressivamente mentre si riduce il peso dei loro colleghi pre–riforma.
Dall’altro, l’esame dei risultati ottenuti esclusivamente da quanti hanno seguito e concluso il percorso definito dalla riforma, è reso tanto più problematico quanto più nella popolazione esaminata convergono laureati che hanno compiuto il loro percorso di studi interamente nell’università riformata (definiti in questo Rapporto “puri”) accanto a coloro che hanno portato a termine gli studi lungo un percorso formativo iniziato nel vecchio ordinamento (definiti “ibridi”)7. Complessità che trova un ulteriore motivo di aggravamento, soprattutto nei primi anni, quando la documentazione disponibile è inevitabilmente troppo esigua per risultare significativa.
La portata di questa complessità è ben sintetizzata dall’evoluzione della popolazione esaminata fra il 2001 e il 2005 negli Atenei aderenti ad AlmaLaurea (sostanzialmente identica a quella di fonte MIUR registrata nell’intero sistema universitario italiano). All’inizio del periodo considerato, coincidente con l’avvio della riforma per tutto il sistema universitario, il monitoraggio aveva davanti a sé un collettivo pressoché interamente costituito da laureati tradizionali. Laureati che l’anno dopo costituiscono l’88 per cento del complesso monitorato, nel 2003 il 77 per cento, l’anno successivo il 62 per cento, rappresentando ancora nel 2005 poco meno della metà del complesso dei laureati. Contemporaneamente lo scenario è andato popolandosi di laureati di primo livello (quasi il 12 per cento nel 2002, poco più del 20 per cento nel 2003, diventati il 45 per cento nel 2005), di lauree specialistiche a ciclo unico (4.481 laureati, pari al 2,5 per cento nel 2005), mentre hanno fatto la loro apparizione e stanno crescendo visibilmente i laureati specialistici (5.690 laureati, pari al 3,2 per cento nel 2005).
Come si è anticipato, il quadro è ulteriormente complicato dal progressivo modificarsi della struttura delle popolazioni indagate. Così, per esempio, fra i laureati tradizionali (caratterizzati con il trascorrere del tempo da performances sempre più accidentate) è andata via via crescendo la quota dei fuori corso che, fra i laureati del 2005, sfiora il 90 per cento. Parallelamente, fra i laureati di primo livello, quelli che hanno concluso un percorso interamente compiuto nel nuovo ordinamento (i laureati cosiddetti “puri”) sono andati, ovviamente, crescendo nel tempo e, nel 2005, rappresentano il 72 per cento dei laureati di primo livello. Ma a quattro anni dall’avvio della riforma, la quota di laureati transitati dal vecchio ordinamento al nuovo (i laureati cosiddetti “ibridi”), resta ancora consistente (28 su cento) con effetti distorsivi sulla valutazione complessiva delle performances dei laureati di primo livello.
Il prodotto finito dell’università
Le puntualizzazioni necessarie che sono state appena svolte suggeriscono due possibili chiavi di lettura della documentazione disponibile. La prima, volta a valutare le performances del capitale umano complessivamente formatosi nel sistema universitario italiano nel 2005 (limitatamente ai 38 atenei aderenti da almeno un anno ad AlmaLaurea), tramite un confronto con i risultati ottenuti dai laureati degli anni precedenti. Si tratta di una valutazione che guarda, in un’ottica comparativa, all’istruzione di terzo livello secondo le classificazioni utilizzate in ambito internazionale. Istruzione di terzo livello di cui quella analizzata in questo rapporto costituisce la parte più consistente. Un’ottica inadeguata tuttavia a restituire indicazioni utili sullo stato di avanzamento della riforma universitaria. Indicazioni che invece è possibile trarre, pur con tutte le limitazioni e dunque con le necessarie cautele che verranno evidenziate in seguito, attraverso una diversa ottica di lettura: quella che analizza l’evoluzione delle diverse componenti del capitale umano prodotto negli ultimi due anni, con particolare attenzione alle lauree di primo livello.
L’esame esteso all’intera popolazione dei laureati secondo il primo dei due approcci indicati consente di rilevare nell’intervallo 2001–2005, sotto diversi aspetti, apprezzabili miglioramenti. In parte sicuramente attesi. Progressi che si manifestano con l’evidente contrarsi dell’età alla laurea (che passa da 28 anni a 26,9) tanto più apprezzabile perché si realizza all’elevarsi contemporaneamente dell’età media all’immatricolazione (da 20 a 20,6), frutto dell’accesso agli studi universitari di nuove fasce di popolazione. È aumentata, parallelamente, la percentuale dei laureati in età inferiore ai 23 anni (una presenza comprensibilmente pressoché nulla nell’anno di avvio della riforma) che riguarda oggi 18 laureati su cento. Diminuisce il ritardo alla laurea che in media si esprimeva nel 70 per cento in più del tempo previsto dagli ordinamenti nel 2001, e che è divenuto oggi pari al 49 per cento. La stessa percentuale dei laureati in corso, di poco superiore al 10 per cento all’inizio del periodo considerato, ha riguardato nel 2005 un terzo del complesso dei laureati.
C’è un ulteriore elemento che deve essere messo in campo per consentire di apprezzare compiutamente i risultati sopraindicati. L’articolazione dell’unico identikit del laureato in tre profili che tengono conto dell’attività lavorativa svolta o meno, con maggiore o minore continuità, durante il percorso di studi consente di dimensionare la varietà della domanda formativa indirizzata all’università, di valutare più compiutamente l’inevitabile diversità delle performances, di approfondire la consistenza e le cause alla base di risultati così problematici in termini di riuscita negli studi che si registrano anche in quella popolazione di laureati che hanno concluso il proprio percorso formativo senza avere mai svolto alcuna attività lavorativa nemmeno saltuaria. Così nel 2005, con una tendenza crescente rispetto all’anno precedente, per oltre 8 laureati su cento pari a più di 12mila unità (tanti quanti ne laurea in un anno una grande università come quella di Padova) la laurea è stata acquisita lavorando stabilmente durante gli studi, soprattutto nell’area dell’insegnamento (16,1 per cento) ed in quella medica (15,9). E ciò rappresenta sicuramente solo la parte emersa di un desiderio/bisogno di formazione molto più ampio che si manifesterebbe pienamente se appena gli atenei fossero in grado di coglierne a fondo la rilevanza dal punto di vista politico–culturale oltre che consistenza. D’altra parte la stessa opportunità offerta dalla riforma di iscriversi a tempo non pieno incontra una qualche difficoltà ad affermarsi, tanto è vero che nel 2004–05 ne ha beneficiato solo l’1,6 per cento del complesso degli iscritti al sistema universitario italiano.
La diversità delle performances è sintetizzata in modo efficace dal ritardo alla laurea (i lavoratori–studenti impiegano in media l’87 per cento in più della durata legale del corso contro il 28 per cento degli studenti–studenti) e dalla votazione alla laurea (pari a 101,3 su 110 per i lavoratori–studenti e a 104,2 su 110 per i laureati che non hanno svolto alcuna attività di lavoro nel corso degli studi universitari). Permangono gli interrogativi posti dalla riuscita di un quarto del complesso dei laureati che pur in assenza di attività lavorative, seppur saltuarie, concludono gli studi con un ritardo medio così consistente.
Fra i laureati si manifesta una sovrarappresentazione di giovani provenienti da classi favorite dal punto di vista socioculturale e ciò avviene senza differenze evidenti fra le diverse aree geografiche. Ciò non toglie che anche fra i laureati dell’ultima generazione osservata 75 su cento acquisiscano con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine.
L’analisi di altri aspetti che caratterizzano la qualità del percorso di studi compiuto sembra confermare nell’ultimo biennio ulteriori miglioramenti o comunque il mantenimento di performances elevate. Così è per quanto riguarda la frequenza alle lezioni che per 63 laureati su cento riguarda più dei tre quarti degli insegnamenti previsti, la diffusione nel bagaglio formativo dei laureati degli stage (che riguardano nell’ultimo anno 38 laureati su cento; 4 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente), le conoscenze linguistiche (nell’intervallo la conoscenza “almeno buona” dell’inglese scritto e parlato aumenta di almeno 3 punti percentuali) e quelle informatiche (aumenta di quasi 4 punti la conoscenza dei linguaggi di programmazione e dei sistemi operativi), il carico di studio dichiarato sostenibile da 88 laureati su cento, tanti quanti al termine del percorso di studi si dichiarano complessivamente soddisfatti dell’esperienza di studi compiuta, anche se solo 68 laureati su cento la ripeterebbero nello stesso corso e nello stesso ateneo.
Completano il quadro la crescente domanda di formazione post–laurea (che nel 2005 ha riguardato 65 laureati su cento) e una contrazione delle esperienze di studio all’estero complessivamente modesta ma che agisce su una quota di laureati interessati a questo processo di formazione che non supera l’11 per cento.
Il complesso dei laureati di primo livello
Ma, si è già detto, la verifica sullo stato di avanzamento della riforma universitaria deve essere circoscritta, ovviamente, ai laureati di primo livello (come si è visto, infatti, lauree specialistiche e lauree specialistiche a ciclo unico8 hanno riguardato nel 2005 una percentuale di laureati consistente ma ancora fortemente minoritaria). Nel confronto con l’anno precedente la popolazione osservata, circa 80mila laureati di primo livello, mostra performances parzialmente contraddittorie. Segnali di miglioramento si registrano infatti con l’ulteriore riduzione dell’età alla laurea (da 26,2 a 25,7 anni), con il lieve aumento dei laureati che vantano nel proprio bagaglio formativo un’esperienza di studi all’estero (dal 7 all’8 per cento) e con la maggiore diffusione delle conoscenze linguistiche (la lingua inglese scritta e parlata è conosciuta “almeno bene” da un una quota di laureati superiore di 3 punti percentuali rispetto a quella dell’anno precedente: 60,4 per la lingua scritta e 52,1 per quella parlata su 100 laureati del 2005). Di segno opposto risulta, invece, l’andamento degli altri indicatori: si riduce lievemente la percentuale di laureati di età inferiore ai 23 anni (da 40,3 a 38,7 per cento), si contrae in misura consistente la quota dei laureati in corso (–10 punti percentuali, a partire dal 63 per cento del 2004), cala di cinque punti percentuali la frequenza assidua alle lezioni (da 77 a 72 per cento), si riduce di quasi tre punti percentuali la quota dei laureati coinvolti in stage (da 60 a 57 per cento), di un punto percentuale la percezione della sostenibilità del carico di studio (da 89 a 88 per cento), di un punto e mezzo la soddisfazione complessiva per il percorso di studi appena concluso (da 87,8 a 86,4 per cento) e di quasi 2 punti e mezzo l’ipotesi di reiscrizione allo stesso corso dello stesso ateneo (da 69,9 a 67,4 per cento).
Si registra inoltre una contrazione, peraltro modesta, nella quota dei lavoratori–studenti che costituiscono pur sempre il 9 per cento della popolazione dei laureati di primo livello. Sostanzialmente immutata (26,7 per cento nel 2005) la percentuale dei laureati che concludono gli studi privi qualsiasi esperienza lavorativa.
Lievita fra i laureati l’intenzione di proseguire gli studi: intenzione che riguarda nel 2005 78,6 laureati su cento (due punti percentuali e mezzo in più di quanto registrato l’anno precedente); prosecuzione degli studi che per oltre 61 laureati su cento si indirizza verso la laurea specialistica.
Si tenga conto che l’ulteriore verifica compiuta a parità di atenei osservati nei due anni di riferimento, per escludere il possibile effetto di distorsione dovuto all’ingresso nella popolazione del 2005 dei laureati degli Atenei di Camerino, Lecce, Roma La Sapienza, non ha portato apprezzabili modifiche ai risultati appena evidenziati.
I laureati “puri” ovvero la riforma alla prova dei fatti
Perché la verifica sullo stato di avanzamento della riforma risulti puntuale occorre sottrarla agli elementi di potenziale distorsione dovuti alla diversa struttura dei laureati, circoscrivendola dunque ai laureati che in questo Rapporto abbiamo definito “puri”; limitandola cioè a coloro che hanno compiuto il loro percorso di studi interamente nell’università riformata, ad esclusione quindi di coloro che hanno portato a termine i loro studi dopo un percorso formativo avviato nel vecchio ordinamento. L’identikit dei laureati “puri” è considerevolmente migliore di quello osservato per il complesso dei laureati di primo livello e, ovviamente, ancora di più per i neo–dottori “ibridi”. Non si deve dimenticare tuttavia che certe peculiarità di eccellenza che caratterizzano quanti giungono per primi al traguardo e che risultano ancora presenti in misura consistente nella generazione dei laureati “puri” esaminati nel Rapporto 2005, potrebbero ridimensionarsi nelle coorti successive. D’altronde, pur con tutte le cautele del caso, i laureati “puri” rappresentano, come si è detto, il 72 per cento del complesso dei laureati di primo livello del 20059: non più lo sparuto drappello di precursori degli anni passati ma ormai un esercito di quasi 50mila laureati.
Fin dall’ingresso all’università i laureati “puri” vantavano una votazione all’esame di maturità di 6 punti superiore ai loro colleghi (84,8 contro 78,4 su 100). Inoltre, l’attività lavorativa svolta (o meno) durante gli studi caratterizza in modo determinante i due collettivi. Fra i laureati “puri” la quota di lavoratori–studenti è pari ad un terzo di quella riscontrata fra i loro colleghi “ibridi” (5,6 contro 16,7 per cento, rispettivamente); per contro, la percentuale di studenti giunti al traguardo del titolo senza avere dovuto coniugare studio e lavoro (anche solo saltuario) supera il 30 per cento fra i laureati “puri” e poco meno del 18 per cento fra gli “ibridi”. La diversità delle performances risulta evidente Per i laureati “puri” risulta più bassa l’età alla laurea (24 anni contro 27,9), di gran lunga maggiore la quota di quanti hanno concluso gli studi prima di avere compiuto il 23–esimo anno (57 per cento contro 1,6); tre volte più elevata, conseguentemente, tra i “puri” la quota di quanti concludono in corso i propri studi (64,4 contro 20,4 per cento) e appena affacciatosi il ritardo alla laurea (5 per cento in più della durata prevista dagli ordinamenti rispetto al 73 per cento). I laureati “puri” inoltre frequentano di più le lezioni, conoscono molto meglio l’inglese sia scritto che parlato, sono più soddisfatti del percorso di studi intrapreso (88 contro l’83 per cento), ripeterebbero l’identica scelta compiuta 69 laureati su cento contro 63. Utilizzano di più le opportunità di studio all’estero, soprattutto quelle offerte dai programmi dell’Unione Europea. Opportunità che, come abbiamo evidenziato più volte, hanno subito un consistente ridimensionamento fra i laureati del nuovo ordinamento, non solo quello fisiologico dovuto alla contrazione degli anni di studio previsti per i laureati di primo livello. È ben vero che fra i laureati di secondo livello (lauree specialistiche) l’esperienza formativa degli studi all’estero risulta molto più consistente e riguarda quasi 15 laureati su cento. Ma non si può nascondere che sotto questo profilo la riforma universitaria rischia di alimentare un elemento di disparità a scapito delle lauree di primo livello.
Fra i tanti aspetti esaminati, pongono qualche interrogativo il primo manifestarsi del fenomeno dei fuori corso che, per quanto limitato ad un solo anno di ritardo (né ancora poteva risultare molto più ampio), riguarda già oltre un terzo dei laureati “puri”, e l’ampiezza della domanda di formazione post–laurea che interessa 84 laureati “puri” su cento: 18 punti percentuali in più di quanto non avvenga fra i laureati “ibridi”.
La verifica dello stato di avanzamento della riforma in ciascun gruppo di corsi di laurea (anche nell’articolazione per singolo ateneo) è assicurata dalla documentazione analitica consultabile su internet. La sottolineatura delle migliori performances nell’ambito dei diversi gruppi di corsi di laurea oltre a evidenziare le realtà di eccellenza consente di delineare scenari dove potrebbero realizzarsi ulteriori opportunità formative condotte in Italia o all’estero in età ancora giovanile; dove esistono le possibilità di ricercare e sperimentare le più favorevoli condizioni offerte dal mercato del lavoro; dove è possibile realizzare progetti capaci di coniugare lavoro e moduli di formazione specialistica. Tutto ciò in sintonia con gli obiettivi e i parametri che contraddistinguono le esperienze europee ed internazionali più avanzate.
I migliori risultati per quanto riguarda l’età alla laurea sono stati ottenuti nell’area ingegneristica che ha visto i propri 5.900 laureati concludere gli studi a 22,9 anni; all’estremo opposto i 1.700 laureati del gruppo insegnamento che hanno conseguito il titolo a 25 anni. Le considerazioni di cui sopra sembrano particolarmente vere per i laureati “puri” del gruppo scientifico che nel 69 per cento dei casi concludono gli studi prima di avere compiuto 23 anni. Certo è che fra i laureati “puri” l’intenzione di proseguire gli studi dopo la laurea, che già complessivamente riguarda 84 laureati su 100, si dilata fino a raggiungere la gran parte dei 2.500 laureati del gruppo psicologico (96,4 per cento), mentre sembra interessare molto meno i 500 laureati del gruppo chimico–farmaceutico (72 per cento).
Così un’alta assiduità alle lezioni caratterizza oltre 93 laureati del gruppo ingegneristico su cento (ma solo 55 laureati del gruppo giuridico). Il tirocinio formativo coinvolge 95 laureati del gruppo agrario su 100 e nemmeno 20 laureati del gruppo giuridico.
Diversamente soddisfatti del percorso compiuto i laureati dei differenti gruppi di corsi di laurea: quelli del gruppo scientifico confermerebbero nell’80 per cento dei casi la scelta già compiuta nel medesimo corso e nello stesso ateneo. Più sofferta, all’estremo opposto, l’esperienza dei laureati del gruppo linguistico che ripeterebbero la stessa identica esperienza solo nel 55 per cento dei casi.
I laureati specialistici
Un’attenzione tutta particolare dovrà essere destinata agli esiti delle lauree di secondo livello previste dalla riforma. Ciò sarà meglio realizzabile nel prossimo futuro quando la consistenza della popolazione indagata e la disponibilità della documentazione per l’intero collettivo, consentiranno analisi più complete e rappresentative tali da verificare percorsi svolti interamente nell’università riformata. Tenendo conto, fra l’altro, della relazione fra titolo magistrale e classe di laurea di provenienza unitamente all’ateneo di acquisizione del titolo di primo livello.
Ma già da quest’anno i quasi 6mila laureati specialistici (o magistrali) del 2005 (per l’85 per cento provenienti da lauree di primo livello ed in gran parte definibili “ibridi”) consentono alcune riflessioni. La metà delle lauree specialistiche si concentra nei tre gruppi ingegneristico (20,4 per cento), economico–statistico (14,8) e politico–sociale (14,4). Su valori compresi fra l’8,6 e il 7,5 per cento troviamo i laureati di secondo livello dei gruppi geo–biologico, letterario, scientifico e psicologico. Si tratta di laureati che hanno concluso per il 95 per cento dei casi i loro studi in corso, ad un’età media di 28 anni, con una votazione finale prossima al massimo (109,2 su 110). Sono giovani provenienti da ambienti familiari mediamente più favoriti che si collocano a metà strada fra i laureati di primo livello e i laureati dei corsi specialistici a ciclo unico. Mentre il 20 per cento di questi ultimi escono da famiglie con entrambi i genitori laureati, la stessa condizione riguarda poco meno di 12 laureati magistrali su cento ma solo 9 laureati di primo livello.
I laureati immatricolati over 30: nuova domanda di formazione?
Il fenomeno delle immatricolazioni tardive all’università rispetto all’età canonica, negli ultimi anni è crescente ed evidenzia la presenza consistente di ultratrentenni che decidono di intraprendere un percorso di studio. Sono oltre il 5 per cento del complesso dei laureati del 2005, costituiscono una popolazione di oltre 9mila laureati (tanti quanti hanno concluso gli studi nell’Ateneo fiorentino nell’intero 2005), nel 70 per cento dei casi sono laureati di primo livello. Il fenomeno risulta di estremo interesse e prefigura analisi e verifiche che sono finora mancate; ma si tratta di approfondire anche quanta parte di queste nuove vocazioni agli studi rispondano a reali interessi formativi e quante siano puramente e semplicemente il portato dell’opportunità offerta dalla riforma, di vedere consacrati con un titolo di studio universitario precedenti percorsi formativi ed esperienze lavorative trasformabili in crediti.
Fra i laureati di primo livello del 2005 immatricolati oltre i 30 anni di età quasi la metà (44,5 per cento) ha acquisito un titolo nell’ambito delle professioni sanitarie, altri 16 per cento nei corsi economico–statistici e un altro 12 per cento nel gruppo politico–sociale. Due terzi sono lavoratori–studenti, vengono da famiglie significativamente meno favorite, vantano una preparazione scolastica pre–universitaria spiccatamente tecnica (ciò è vero per 48 laureati su cento contro il 28 per cento del complesso dei laureati di primo livello), si laureano alla soglia dei 42 anni riuscendo quasi sempre ad essere in corso (85 per cento), ottenendo una votazione finale allineata a quella degli altri laureati. La quasi totalità di questi laureati adulti (91 per cento) risulta pienamente soddisfatta dell’esperienza fatta.
I servizi per gli studenti
Sia pure non strettamente connessa alla verifica della riforma universitaria, alla quale è stata dedicata la parte più rilevante delle analisi in questo Rapporto, si è ritenuto opportuno presentare una prima serie di elaborazioni su un terreno particolarmente delicato per la vita dello studente universitario, sul quale operano – con differenti responsabilità – università, enti per il Diritto allo Studio, amministrazioni centrali, regionali e locali; protagonisti che sono stati invitati ad intervenire con un’apposita relazione di approfondimento alla quale si rinvia.
L’analisi ha riguardato distintamente le valutazioni dei laureati che hanno usufruito di borse di studio, dei servizi di alloggio, di ristorazione, dei servizi culturali, ricreativi, sanitari e dei trasporti delle città in cui operano gli atenei. L’ampia documentazione ricavata su questo argomento dalle integrazioni al questionario AlmaLaurea richieste dal CNVSU con apposita convenzione, offre numerosi spunti di riflessione ampiamente richiamati in questo stesso Rapporto con il duplice obiettivo di accertare il grado di soddisfazione–criticità dei servizi offerti per affidarli alle valutazioni e agli interventi possibili degli amministratori responsabili dei diversi servizi.
Ciò che emerge è un quadro variegato, da approfondire ulteriormente che vede un quarto dei laureati fruitori di borse di studio (31 su cento dei laureati residenti al Sud e 21 su cento dei loro colleghi residenti al Nord) ma meno di 5 su cento (4,7) che hanno utilizzato un posto alloggio. I servizi culturali e ricreativi sono apprezzati di più nelle città del Nord e del Centro e, in generale, nelle città di media e grande dimensione. La maggiore soddisfazione per i trasporti e i servizi sanitari si riscontra nelle città del Nord–Est.
Più in generale la tendenza riscontrata è che i laureati residenti risultano più critici di quelli non residenti.
Le caratteristiche dei laureati di cittadinanza estera
Nel 2005, nei 38 atenei AlmaLaurea oggetto di questo Rapporto, i laureati di cittadinanza estera risultano 3.707, costituendo il 2,1 per cento del complesso dei laureati e circa due terzi dei laureati esteri nell’intero sistema universitario italiano10. Il forte incremento dell’ultimo anno è dovuto in gran parte all’ingresso nel collettivo di atenei analizzati di Roma “La Sapienza”, dove la componente straniera rappresenta il 4 per cento del complesso dei laureati. L’aumentata capacità attrattiva degli atenei del nostro Paese è testimoniata dal crescente numero di iscritti di nazionalità estera e sembra trovare conferma anche nel parallelo aumento dei laureati non italiani. Nell’anno accademico 2004–05 la presenza nelle nostre università di cittadini di nazionalità estera ha toccato il suo massimo storico con oltre 38mila unità, solo in parte dovuto alla componente immigrata nel nostro Paese. Un’inversione di tendenza incoraggiante ma ben lontana dal colmare il ritardo accumulato nei confronti degli altri grandi paesi. Nel 2003–04 il sistema di istruzione superiore francese, dove la popolazione studentesca estera rappresentava l’11 per cento del totale, era stato scelto da 2.687 studenti statunitensi, 6.448 sudamericani, 36mila asiatici; nello stesso anno nelle università italiane gli iscritti statunitensi erano 348, i sudamericani 2.866, gli asiatici 4.373. La Francia, nel medesimo anno, ospitava 11.514 studenti cinesi, l’Italia solo 27611.
Rinviando allo specifico approfondimento contenuto in questo Rapporto sembra opportuno sottolineare che la presenza dei laureati stranieri nel vecchio e nel nuovo sistema universitario è sostanzialmente la stessa. Il 72 per cento dei laureati di cittadinanza estera proviene da un Paese europeo (principalmente dalla Grecia e dall’Albania), ma negli ultimi anni è cresciuta significativamente la presenza dei laureati dell’America Latina. I laureati esteri provengono da un contesto socioeconomico familiare elevato, generalmente superiore a quello degli stessi laureati italiani.
Considerazioni conclusive
La verifica dello stato di attuazione della riforma universitaria, già complessa di per sé, è diventata ancora più difficoltosa per le modifiche che al processo riformatore sono state apportate in corso d’opera. Al di là della bontà o meno delle modifiche introdotte è certo che è mancato finora un monitoraggio rigoroso fondato su un’attendibile e completa base documentaria. Senza valutazioni attendibili, autonomia e responsabilità rischiano di diventare parole vuote nell’attività di qualsiasi università. L’VIII Rapporto evidenzia come soltanto con la generazione dei laureati 2005 inizi ad essere disponibile una documentazione sufficientemente ampia dalla quale trarre utili indicazioni per modifiche, correzioni, integrazioni, cambiamenti, di quanto previsto nel progetto riformatore. Le prese di posizione critiche nei confronti della riforma che hanno chiamato in causa persino l’insoddisfazione dei giovani e quelle del mondo imprenditoriale per le nuove figure di laureati, hanno dimenticato che i primi laureati triennali figli esclusivamente dell’università riformata sono usciti dal sistema universitario italiano nell’estate del 2004, in larghissima maggioranza hanno proseguito per la successiva laurea specialistica che stanno portando a termine nel migliore dei casi solo in questi mesi. Quindi i soli laureati post–riforma che il mondo imprenditoriale può avere conosciuto sono, quasi esclusivamente, quelli frutto di conversioni e di passaggi dal vecchio al nuovo ordinamento avvenuti su un retroterra formativo spesso assai tormentato e con percorsi frequentemente abbreviati. Ma in realtà l’università riformata è ancora per gran parte del mondo imprenditoriale e dell’opinione pubblica un oggetto complesso, alle volte misterioso e spesso difficilmente esplorabile. L’esperienza condotta da AlmaLaurea s.r.l., conferma questa valutazione. Fra i numerosi criteri di selezione disponibili per ricercare e selezionare fra i 700mila CV dei laureati presenti in banca dati, la distinzione lauree pre e post riforma è stata fra quelle meno utilizzate dalle aziende. La complessa esplorazione del sistema universitario rende così ancora più ardua la già difficile scelta dei giovani e delle loro famiglie, nonché le stesse attività di orientamento in ingresso svolte dal personale docente della scuola secondaria superiore.
I risultati dell’analisi accuratamente compiuta, sia pure con tutte le cautele del caso e con i limiti dovuti alla carenza di validi elementi di comparazione, evidenziano uno scenario tutt’altro che sconfortante. I 50mila laureati di primo livello del 2005, figli esclusivi della riforma, hanno concluso i loro studi con buone performances: dalla ridotta età alla laurea, all’elevata percentuale di laureati al di sotto dei 23 anni; dall’alta regolarità negli studi alla maggiore assiduità nella frequenza delle lezioni, alla migliore conoscenza della lingua inglese e degli strumenti informatici.
Ma emergono anche aspetti sui quali vigilare con molta attenzione: la limitata partecipazione all’esperienze di studio all’estero, il primo manifestarsi del fenomeno dei fuori corso e l’ampiezza della domanda di formazione post–laurea a determinare la quale non sembrano estranee le più generali difficoltà che caratterizzano il mercato del lavoro e quelle che rendono problematica a gran parte del sistema produttivo nazionale, soprattutto a quello delle piccole e medie imprese, la valorizzazione del capitale umano formato dalle università.
Il positivo, seppure ancora timido, affacciarsi all’università di giovani provenienti da fasce di popolazione meno favorite, associato all’altrettanto positiva necessità, ampiamente verificata, di un’assidua frequenza alle lezioni, sottolinea l’urgenza di provvedere con il potenziamento di servizi di Diritto allo Studio adeguati alla nuova domanda di formazione, a cominciare da una politica per gli alloggi.
L’accertamento della qualità della formazione impartita ed acquisita dai laureati post riforma costituisce un terreno fondamentale di verifica da esplorare in profondità avvalendosi anche dei risultati acquisiti da questo Rapporto che ha obiettivi parzialmente diversi. Non si può dimenticare comunque che la riforma avviata a “costo zero” e in tempi ridotti ha comportato per le università prezzi elevati, sfide coraggiose ed ha chiamato i docenti a partecipare ad una vera e propria rivoluzione culturale. Sollecitazioni che non sempre sono state raccolte.
Certo è che un sistema più incentivante, anche quantitativamente, di quello attuale avrebbe certamente favorito percorsi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi che l’armonizzazione all’Europa ci richiedeva. I positivi risultati raggiunti, presentati in questo Rapporto, sono in gran parte ascrivibili alla buona volontà che, sia pure spesso non riconosciuta, non manca tuttavia anche nel nostro sistema universitario.
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1 Limitatamente agli Atenei presenti nel Profilo 2005 si tratta di Perugia, Sassari, Torino Università, Politecnico di Torino ed Udine.
2 Il Rapporto 2006 riguarda le Università di Bari, Basilicata, Bologna, Bolzano, Calabria, Camerino, Cassino, Catania, Catanzaro, Chieti–Pescara, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Lecce, Messina, Milano–IULM, Modena e Reggio Emilia, Molise, Padova, Parma, Perugia, Piemonte Orientale, Reggio Calabria–Mediterranea, Roma–La Sapienza, Roma–LUMSA, Roma Tre, Salerno, Sassari, Siena, Torino Politecnico, Torino Università, Trento, Trieste, Udine, Venezia–Ca’ Foscari, Venezia–IUAV e Verona. A maggio 2006 risultano consorziati ad AlmaLaurea anche gli Atenei di Cagliari, L’Aquila, Milano–San Raffaele, Napoli–Seconda Università, Perugia–Università per Stranieri, Roma–Campus Bio–Medico, Roma–IUSM, Teramo, Valle d’Aosta e Viterbo, che saranno compresi nei prossimi Rapporti sul Profilo dei laureati.
3 L’intera documentazione nella sua articolazione più ampia è consultabile all’indirizzo: www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2005.
4 Cfr. A. Cammelli, La qualità del capitale umano dell’università. Caratteristiche e performance dei laureati 2002, Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, 2003.
5 A. Cammelli, La qualità del capitale umano dell’università. Caratteristiche e performance dei laureati 2004, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), L’università in transizione: laureati vecchi e nuovi alla luce della riforma, Il Mulino, 2005, pp. 15–16.
6 Fino ad oggi il numero contenuto delle lauree specialistiche non ha comportato problemi di conteggio nel bilancio annuale dei titoli conseguiti; quando il loro numero diventerà rilevante l’aspetto metodologico del rischio del doppio conteggio dovrà essere tenuto presente e introdurrà, come è chiaro fin d’ora, un ulteriore elemento di complessità in ogni operazione di monitoraggio.
7 La classificazione “puri”/”ibridi” sostituisce in questo Rapporto la distinzione dei laureati “regolari under 23”, ormai poco adeguata per il 2005.
8 Poiché chi ha concluso nel 2005 un corso di laurea specialistica a ciclo unico (LSCU) ha necessariamente iniziato gli studi universitari prima dell’attuazione del Decreto 509/99, gli attuali laureati specialistici a ciclo unico sono assimilabili ai laureati nei corsi pre–riforma (CDL) delle corrispondenti discipline di studio (architettura e ingegneria edile, farmacia e farmacia industriale, medicina e chirurgia, medicina veterinaria e odontoiatria e protesi dentaria).
9 Il riferimento è al collettivo dei laureati che, alla vigilia della laurea, hanno compilato il questionario AlmaLaurea.
10 Senza considerare i laureati provenienti dalla Repubblica di San Marino.
11 Cfr. europa.eu.int/comm/eurostat/.

