I laureati dell'università riformata
Indice
La riforma degli ordinamenti didattici:
luci ed ombre a sei anni dall’avvio
di Andrea Cammelli
2. I tipi di corso
3. Le caratteristiche dei laureati al loro ingresso all’università
4. Le discipline di studio
5. Il lavoro durante gli studi e la frequenza alle lezioni
6. La diffusione dei tirocini nei piani di studio
7. I laureati Socrates/Erasmus
8. La riuscita negli studi nell’università riformata
9. Le condizioni per la riuscita negli studi
10. I giudizi sull’esperienza universitaria
11. I servizi per gli studenti: Università, città, Diritto allo Studio
12. Le prospettive di studio
13. Le prospettive di lavoro
14. Le motivazioni nella scelta del corso di laurea
15. Gli adulti all’università
16. I laureati di cittadinanza estera
Note metodologiche
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La riforma degli ordinamenti didattici: luci ed ombre a sei anni dall’avvio
Caratteristiche e performances dei laureati 2006
di Andrea Cammelli(versione definitiva 10 giugno 2007)
Per quanto operare in un cantiere in continua trasformazione renda arduo ogni tentativo di seria verifica, lo stadio più maturo della fase di transizione che ha caratterizzato gli anni successivi all’avvio della Riforma degli ordinamenti didattici prevista dal DM 509/1999 consente oggi analisi ed approfondimenti, sia pure ancora necessariamente parziali, finora problematici. L’ampiezza della popolazione osservata, soprattutto quella dei laureati che hanno compiuto l’intera esperienza formativa all’interno dei percorsi riformati (quelli che abbiamo definito “puri”, “i figli della Riforma”), l’articolazione dei titoli di primo e secondo livello che finalmente è possibile cominciare a monitorare, il numero di atenei coinvolti, tratteggiano un quadro ampio che anno dopo anno appare meglio definito. Tutto ciò fa sì che questo Rapporto sui laureati, in quanto puntuale radiografia del capitale umano uscito dalle università nell’intero 2006, costituisca ancora più dei precedenti un punto di riferimento importante per coloro che guardano al sistema di istruzione superiore del Paese come ad un fattore nevralgico dello sviluppo. La popolazione osservata, in 41 dei 49 atenei consorziati (ai 38 atenei compresi nel Rapporto precedente si sono aggiunte le Università di Cagliari, della Tuscia-Viterbo e il Campus Bio-Medico di Roma)1, supera complessivamente le 185 mila unità e la consistenza dei laureati di primo livello (98mila) introdotti con la Riforma dell’ordinamento didattico universitario del 1999 e attivati dal 2001 (in alcuni casi già dal 2000) sopravanza, per la prima volta, quella dei laureati pre-riforma2. Il campo di osservazione del Profilo 2006 copre oltre il 64 per cento del sistema universitario italiano e garantisce la rappresentatività a livello nazionale per gruppo disciplinare, per genere e per ripartizione territoriale (Nord, Centro e Sud), pur in presenza di una sottorappresentazione del Nord-Ovest conseguente all’assenza di larga parte dei laureati negli atenei lombardi.
Al di là della rappresentatività a livello nazionale, questo Rapporto restituisce alle 41 università coinvolte una documentazione (interamente consultabile su Internet3) completa, affidabile, aggiornata, articolata a livello di Ateneo, Facoltà (eventualmente per sede), corso e classe di laurea (a seconda che i laureati abbiano concluso studi del precedente ordinamento oppure quelli post-riforma), gruppo disciplinare. Caratteristiche queste che hanno destato nei confronti dell’annuale Rapporto sul Profilo dei laureati un interesse via via crescente; soprattutto fra quanti sono impegnati negli Organi di Governo delle Università, nel Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (e domani nell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), nei Nuclei di Valutazione, nelle Commissioni Didattiche, nelle strutture dedicate all’orientamento pre e post-universitario, negli Istituti di istruzione secondaria superiore e nello stesso mondo del lavoro e delle professioni.
L’ampiezza della documentazione e delle elaborazioni messe a disposizione da AlmaLaurea costituisce una fonte essenziale per ogni analisi sul funzionamento dell’università italiana e per un’attenta verifica dello stato di avanzamento della Riforma, sottraendola ad interpretazioni ideologiche e di parte prive di qualsiasi verifica empirica. La documentazione, e le conclusioni che da essa – come si vedrà – è possibile trarre, potranno risultare di supporto soprattutto ad ogni riflessione tesa ad attuare interventi migliorativi particolarmente nell’attuale fase che vede il sistema universitario impegnato in un'operazione delicatissima, quella della revisione delle classi dei corsi di studio. Tanto più che questo Rapporto si arricchisce di nuove informazioni e di approfondimenti importanti che, senza compromettere la comparabilità nel tempo dei principali indicatori previsti nell’impianto generale, tentano di cogliere i mutevoli segni dei tempi che attraversano la vita dell’università.
Costituiscono novità nel campo delle informazioni raccolte: il titolo estero di studi secondari superiori, le motivazioni nella scelta del corso di laurea, la distinzione fra master universitari e master non universitari nell’intenzione di proseguire gli studi, la disponibilità a lavorare a tempo pieno e in modo autonomo/in conto proprio nell’esame delle prospettive di lavoro.
Il Rapporto approfondisce, inoltre, con una attenzione particolare, la tematica dei laureati che si sono immatricolati in età adulta, una componente in continua espansione che sta silenziosamente modificando le caratteristiche strutturali della popolazione universitaria. L’analisi dei laureati di cittadinanza estera è stata arricchita con i risultati ottenuti da una specifica indagine, “Studiare e vivere da stranieri nelle università italiane”, realizzata recentemente via web e che ha ottenuto un risultato eccellente, testimoniato dalle risposte fornite da quasi il 50 per cento dei 2.500 laureati di nazionalità estera che hanno concluso gli studi in uno dei 41 atenei nell’anno 2006.
Nei capitoli successivi, sviluppati secondo una precisa logica fondata sulla propedeuticità degli argomenti trattati, i diversi temi sono analizzati ed ulteriormente approfonditi.
Un monitoraggio complesso
La riforma degli ordinamenti didattici del 1999, a fianco del tradizionale prodotto dell’università italiana, il laureato tout court (che nelle indagini AlmaLaurea era andato articolandosi in tre profili dalle performances inevitabilmente diversificate a seconda dell’attività lavorativa svolta o meno, con maggiore o minore continuità, durante il percorso di studi), ha introdotto una più ampia gamma di titoli universitari. Titoli che è bene richiamare nella loro configurazione essenziale, vista la loro ancora incompiuta metabolizzazione non solo fra il grande pubblico ma non infrequentemente anche fra gli stessi addetti ai lavori, nel mondo universitario e della scuola, ma anche in quello delle imprese. Allo stato attuale e, in ogni caso, per le riflessioni che verranno svolte in questo Rapporto, si tratta delle lauree di primo livello conseguibili al termine di un primo triennio di studio, di quelle specialistiche raggiungibili con un ulteriore biennio di formazione e di quelle specialistiche a ciclo unico che in alcune aree (medicina e chirurgia, odontoiatria, medicina veterinaria, farmacia, architettura), analogamente a quanto avviene a livello europeo, prevedono un periodo di 5-6 anni di formazione.
Ma la complessità di una puntuale verifica va bene al di là della molteplicità dei titoli previsti dalla riforma (e dalle successive modifiche) che dovrebbero costituire il futuro scenario di riferimento a livello nazionale ed internazionale. Come è stato dettagliatamente dimostrato nei precedenti Rapporti, per tutta la prima fase del passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento, caratterizzata dal graduale contrarsi (fino alla scomparsa) dei percorsi di studio tradizionali e dal progressivo affermarsi di quelli previsti dal nuovo ordinamento, ogni monitoraggio incentrato sulla comparazione deve fare i conti con due limiti evidenti.
Da un lato l’analisi riferita al complesso dei laureati di un anno (comprendendo quindi tutti i percorsi di studio, anche quelli avviati nel vecchio ordinamento), non consente di fare piena chiarezza sulle tendenze in atto. Ciò a causa delle caratteristiche strutturali della popolazione osservata, che si combinano, anno dopo anno, secondo un rapporto che vede i laureati del nuovo ordinamento dilatarsi progressivamente mentre si riduce il peso dei loro colleghi pre-riforma.
Dall’altro, l’esame dei risultati ottenuti esclusivamente da quanti hanno seguito e concluso il percorso definito dalla riforma è reso tanto più problematico quanto più nella popolazione esaminata convergono laureati che hanno compiuto il loro percorso di studi interamente nell’università riformata (definiti in questo Rapporto “puri”) accanto a coloro che hanno portato a termine gli studi lungo un percorso formativo iniziato nel vecchio ordinamento (definiti “ibridi”).
All’inizio del periodo considerato, coincidente con l’avvio della riforma per tutto il sistema universitario, il monitoraggio aveva davanti a sé un collettivo pressoché interamente costituito da laureati tradizionali. Laureati che l’anno dopo, nel 2002, costituiscono l’88 per cento del complesso monitorato, il 49 nel 2005 e poco più di un terzo del complesso dei laureati del 2006. Contemporaneamente lo scenario è andato popolandosi di laureati di primo livello (quasi il 12 per cento nel 2002, il 45 per cento nel 2005 e diventati oltre la metà, 53 per cento, nel 2006), di lauree specialistiche a ciclo unico (4.481 laureati, pari al 2,5 per cento nel 2005 cresciuti fino a 5.750, pari al 3,1 per cento nel 2006), mentre hanno fatto la loro apparizione e stanno crescendo visibilmente i laureati specialistici (triplicatisi rispetto all’anno precedente e divenuti 17.057 laureati, pari al 9,2 per cento nel 2006).
Come si è anticipato, il quadro è ulteriormente complicato dal progressivo modificarsi della struttura delle popolazioni indagate. Così, per esempio, fra i laureati pre-riforma (caratterizzati con il trascorrere del tempo da performances sempre più accidentate) è andata via via crescendo la quota dei fuori corso che, fra i laureati del 2006, supera il 94 per cento. Parallelamente, fra i laureati di primo livello, quelli che hanno concluso un percorso interamente compiuto nel nuovo ordinamento (i laureati cosiddetti “puri”) sono andati, ovviamente, crescendo nel tempo e, nel 2006, rappresentano l’81 per cento dei laureati di primo livello. A cinque anni dall’avvio della riforma, la quota di laureati transitati dal vecchio ordinamento al nuovo (i laureati cosiddetti “ibridi”) si attesta quindi al 19 per cento, con effetti distorsivi sulla valutazione complessiva delle performances dei laureati di primo livello. Il medesimo criterio classificatorio, adottato anche per i 17.057 laureati specialistici di quest’anno, consente anche in queste lauree di secondo livello la distinzione fra laureati “puri” (70 per cento) e laureati “ibridi” (30). L’operazione analoga, realizzata sulle lauree specialistiche a ciclo unico, evidenzia la netta prevalenza in questo settore dei laureati transitati dal vecchio al nuovo ordinamento, quindi - per definizione - “ibridi”, che costituiscono infatti l’87 per cento del totale.
Il prodotto finito dell’università
La
molteplicità e la difformità delle popolazioni di
laureati che compongono il prodotto
finito dell’università riformata, rendono arduo ogni
tentativo di costruire un quadro unitario. La valutazione delle
performances
riguardanti l’intera popolazione dei laureati, tuttavia, trova
la sua spiegazione nella necessità di pervenire ad una sintesi
della qualità del capitale umano formatosi nel sistema
universitario italiano tale da consentire le tradizionali valutazioni
comparative a livello internazionale.
L’esame esteso all’intera popolazione dei laureati negli atenei aderenti ad AlmaLaurea consente di rilevare nell’intervallo 2001-2006, sotto diversi aspetti, apprezzabili miglioramenti. In parte sicuramente attesi. Progressi che si manifestano con l’evidente contrarsi dell’età alla laurea (che passa da 28 anni a 27,1) tanto più apprezzabile perché si realizza all’elevarsi contemporaneamente dell’età all’immatricolazione (da 20 a 20,8), frutto dell’accesso agli studi universitari di nuove fasce di popolazione. È aumentata, parallelamente, la percentuale dei laureati in età inferiore ai 23 anni (una presenza comprensibilmente pressoché nulla nell’anno di avvio della riforma) che riguarda oggi 18 laureati su cento. Diminuisce il ritardo alla laurea, che in media si esprimeva nel 69 per cento in più del tempo previsto dagli ordinamenti nel 2001, e che è divenuto oggi pari al 49 per cento. La stessa percentuale di laureati in corso, di poco superiore al 10 per cento all’inizio del periodo considerato, raggiunge nel 2006 il 34,3 per cento.
C’è un ulteriore elemento che deve essere messo in campo per consentire di apprezzare compiutamente i risultati sopraindicati. L’articolazione dell’unico identikit del laureato in tre profili, che tengono conto dell’attività lavorativa svolta o meno, con maggiore o minore continuità, durante il percorso di studi, consente di dimensionare la varietà della domanda formativa indirizzata all’università, di valutare più compiutamente l’inevitabile diversità delle performances, di approfondire la consistenza e le cause alla base di risultati così problematici in termini di riuscita negli studi che si registrano anche in quella popolazione di laureati che hanno concluso il proprio percorso formativo senza avere mai svolto alcuna attività lavorativa nemmeno saltuaria. Così nel 2006, con una tendenza crescente rispetto all’anno precedente, per quasi 9 laureati su cento - pari a quasi 14mila unità (tanti quanti ne laurea in un anno una grande università come quella di Padova) - la laurea è stata acquisita lavorando stabilmente durante gli studi, soprattutto nell’area dell’insegnamento ed in quella delle professioni sanitarie (entrambe attorno al 19 per cento). E ciò rappresenta sicuramente solo la parte emersa di un desiderio/bisogno di formazione molto più ampio che si manifesterebbe pienamente se appena gli atenei fossero in grado di coglierne a fondo la rilevanza dal punto di vista politico-culturale oltre che la consistenza. D’altra parte la stessa opportunità offerta dalla riforma di iscriversi a tempo non pieno incontra una qualche difficoltà ad affermarsi, tanto è vero che nel 2005/06 ne ha beneficiato solo l’1,8 per cento del complesso degli iscritti al sistema universitario italiano (l’anno precedente era stato l’1,6 per cento).
La diversità delle performances è sintetizzata in modo efficace dal ritardo alla laurea (i lavoratori-studenti impiegano in media l’89 per cento in più della durata legale del corso contro il 30 per cento degli studenti-studenti4) e dalla votazione alla laurea (pari a 101,4 su 110 per i lavoratori-studenti e a 104 su 110 per i laureati che non hanno svolto alcuna attività di lavoro nel corso degli studi universitari). Permangono gli interrogativi posti dalla riuscita di un quarto del complesso dei laureati che pur in assenza di attività lavorative, seppur saltuarie, concludono gli studi con un ritardo medio così consistente.
Fra i laureati si manifesta una sovrarappresentazione di giovani provenienti da classi favorite dal punto di vista socioculturale e ciò avviene senza differenze evidenti fra le diverse aree geografiche. Ciò non toglie che anche fra i laureati dell’ultima generazione osservata 73 su cento acquisiscano con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine.
L’analisi di altri aspetti che caratterizzano la qualità del percorso di studi compiuto sembra confermare nell’ultimo biennio ulteriori miglioramenti o comunque il mantenimento di performances elevate. Così è per quanto riguarda la frequenza alle lezioni, che per 63 laureati su cento riguarda più dei tre quarti degli insegnamenti previsti, la diffusione nel bagaglio formativo dei laureati degli stage (che riguardano nell’ultimo anno 44 laureati su cento; 6 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente), le conoscenze linguistiche (nell’intervallo la conoscenza “almeno buona” dell’inglese scritto e parlato aumenta anche se di poco) e quelle informatiche (aumenta di 3 punti la conoscenza dei fogli elettronici e di quasi 5 la conoscenza di strumenti multimedia), il carico di studio dichiarato sostenibile da 87 laureati su cento, tanti quanti al termine del percorso di studi si dichiarano complessivamente soddisfatti dell’esperienza di studi compiuta, anche se solo 68 laureati su cento la ripeterebbero nello stesso corso e nello stesso ateneo.
Completano il quadro la crescente domanda di formazione post-laurea (che nel 2006 ha riguardato 66 laureati su cento) e una contrazione delle esperienze di studio all’estero complessivamente modesta ma che agisce su una quota di laureati interessati a questo processo di formazione di poco superiore al 10 per cento.
I laureati “puri” ovvero la riforma alla prova dei fatti
Perché
la verifica sullo stato di avanzamento della riforma risulti puntuale
occorre sottrarla agli elementi di potenziale distorsione dovuti alla
diversa struttura dei laureati, circoscrivendola dunque ai laureati
che in questo Rapporto abbiamo definito “puri”;
limitandola cioè a coloro che hanno compiuto il loro percorso
di studi interamente nell’università riformata, ad
esclusione quindi di coloro che hanno portato a termine i loro studi
dopo un percorso formativo avviato nel vecchio ordinamento. Nel
Rapporto dello scorso anno, commentando l’identikit dei laureati
“puri”, che risultava considerevolmente migliore di quello
osservato per il complesso dei laureati di primo livello e,
ovviamente, ancora di più per i neo-dottori “ibridi”,
avevamo sottolineato come “certe peculiarità di
eccellenza che caratterizzano quanti giungono per primi al traguardo
e che risultano ancora presenti in misura consistente nella
generazione dei laureati “puri” esaminati nel Rapporto
2005, potrebbero ridimensionarsi nelle coorti successive”. La
consistenza della popolazione dei laureati di primo livello “puri”
osservati nel 2006 (oltre 68mila), che rappresenta ormai l’81
per cento del complesso dei laureati di primo livello5,
consente valutazioni sempre più fondate e capaci di restituire
il progredire della Riforma ed il diffondersi dei suoi effetti
nell’ambito dei singoli gruppi disciplinari. Un confronto
possibile non certo con le performances dei laureati “puri”
2004, che rappresentavano uno sparuto drappello di precursori
contrassegnato da risultati di eccellenza come solitamente fanno
registrare tutti i primi arrivati. Il confronto diventa invece di
grande interesse con i risultati accertati per i laureati del 2005
(confronto che non appare disturbato dalla presenza fra i laureati
del 2006 dei dottori degli atenei di Cagliari, della Tuscia e del
Campus Bio-Medico, che complessivamente pesano sulla popolazione
osservata per meno del 3 per cento). Un confronto che mentre conferma
la più generale tendenza ipotizzata mostra contemporaneamente
risultati complessivamente positivi (cfr. la tabella di sintesi,
pagg. 27-28). L’ampliarsi della popolazione osservata a
5 anni dall’avvio della riforma avrebbe legittimato risultati
in termini di riuscita ridimensionati, anche in misura rilevante,
rispetto all’anno precedente. È
bene dire subito che non è stato così; pur in presenza
di un evidente aumento del ritardo alla laurea, che deve essere
oggetto di una attenta vigilanza ma che, non dimentichiamo,
riguardava 89,5 laureati su cento immediatamente prima dell’avvio
della riforma, quasi tutti gli altri principali parametri esaminati
restituiscono segnali sostanzialmente positivi, in qualche caso –
come si vedrà – addirittura confortanti. Il che non
toglie che, come si avrà modo di sottolineare, la situazione
si presenti con diversificazioni profonde, qualche volta perfino in
misura insospettabile, fra i gruppi di corsi di laurea.
Il retroterra di studi secondari superiori esaminato è caratterizzato dal differente percorso formativo e dal voto di diploma, i cui andamenti non si discostano in misura apprezzabile da quelli registrati fra i laureati triennali “puri” dell’anno precedente, mentre si conferma, sia pure in misura modesta, il maggiore accesso agli studi universitari di giovani provenienti da percorsi tecnico-professionali (dal 29,5 nel 2005 al 31,3 nel 2006) e da ambienti familiari meno favoriti. Fra i laureati “puri”, infatti, si contrae ulteriormente rispetto all’anno precedente la quota di quanti hanno almeno un genitore laureato (23,9 per cento) e parallelamente cresce la percentuale di giovani di estrazione operaia (22,9). Modifiche modeste ma conferme significative. Ricorrendo ad una classificazione che coglie in buona misura la complessa geografia dell’istruzione secondaria superiore, c’è da sottolineare che 36 laureati su cento hanno il diploma di liceo scientifico, ma sono oltre 58 su cento fra i laureati di ingegneria e fra quelli del gruppo geo-biologico mentre raggiungono punte minime nel gruppo insegnamento e medico-professioni sanitarie (19,8 e 24,3, rispettivamente). Con un diploma tecnico nel proprio bagaglio risultano 28,3 laureati su cento che si sono distribuiti diversamente fra i differenti gruppi disciplinari: sono meno del 13 per cento fra i laureati dei percorsi letterario e psicologico, mentre sfiorano il 50 per cento fra i loro colleghi economico-statistici ed agrari. Con studi classici alle spalle risultano quasi 15 laureati su cento: poco presenti fra i laureati in ingegneria e in educazione fisica (meno del 6 per cento) e molto più concentrati, invece, fra i neo dottori del gruppo letterario ed ancora di più in quello giuridico (33,2 e 37,6 per cento rispettivamente).
Fra i laureati “puri” le differenze tra le votazioni medie di maturità risultano contenute in meno di 4 punti su cento (3,9 per l’esattezza): fra il minimo di 82,3/100 per i diplomati degli istituti professionali e il massimo di 86,2/100 per i giovani che hanno acquisito la maturità linguistica6.
Mentre le differenze nelle votazioni fra i diversi tipi di maturità risultano contenute, le stesse sono rilevanti, invece, se esaminate in funzione del percorso di studio compiuto dai laureati. Il voto acquisito alla maturità è uguale 84,1 su cento per il complesso dei laureati “puri” 2006, ma risulta inferiore di quasi 10 punti fra i laureati in educazione fisica e in medicina-professioni sanitarie (75,3 e 76,5 rispettivamente), e su valori ben superiori per i laureati del gruppo scientifico (89,1) e soprattutto per i neo ingegneri (90,4/100).
L’analisi degli indicatori della regolarità negli studi (età alla laurea, consistenza dei laureati in corso, ritardo) ma anche della qualità della formazione (frequenza agli insegnamenti, studi all’estero, consistenza delle esperienze di tirocini essenzialmente), delle valutazioni espresse al termine degli studi (sull’esperienza universitaria complessiva, sui rapporti con i docenti, sul carico degli insegnamenti, sulla disponibilità ad iscriversi nuovamente allo stesso corso nello stesso ateneo) e sull’intenzione di proseguire gli studi, deve essere preceduta da un approfondimento importante; capace di dimensionare la componente che ha portato a termine gli studi contemporaneamente ad un’attività lavorativa e, soprattutto, di apprezzarne il peso ed il ruolo nei differenti gruppi disciplinari. Complessivamente tale componente non riguarda che 5,3 laureati “puri” su cento (risultando in calo – modesto – rispetto all’anno precedente), ma è poco più che simbolica fra i laureati di ingegneria (1,4 per cento) e del gruppo geo-biologico (1,6) mentre costituisce oltre il 10 per cento fra i neo dottori del gruppo insegnamento e il 12,3 per cento dei laureati nelle professioni sanitarie. Se l’opportunità dell’accreditamento delle esperienze di lavoro, che la riforma riconosce, non altera per esempio l’indice di ritardo alla laurea, sono facilmente immaginabili gli effetti sugli altri indicatori. Analogo approfondimento deve essere compiuto tenuto conto che quasi 9 laureati “puri” su cento hanno acquisito la laurea di primo livello nel campo delle professioni sanitarie. Si tratta di laureati che, soprattutto nella fase di avvio della riforma universitaria, mostrano caratteristiche strutturali del tutto particolari con riflessi evidenti su aspetti importanti delle esperienze di studio compiute e della loro valutazione. Alle principali differenze mostrate da questo specifico collettivo si farà riferimento di volta in volta. In questa sede è opportuno anticipare che le performances di questi laureati da un lato migliorano gli indicatori dell’intera popolazione dei laureati di primo livello “puri” (regolarità negli studi, frequenza alle lezioni, svolgimento di stage, soddisfazione complessiva per il corso e per i docenti), dall’altro hanno invece un effetto penalizzante (regolarità all’immatricolazione, età alla laurea, esperienze di studio all’estero). In ogni caso è bene precisare che queste differenze non sono tali da modificare in misura apprezzabile il quadro complessivo che emerge dall’analisi compiuta.
Fra i quasi 70mila laureati “puri” del 2006 l’età alla laurea non supera in media i 24,2 anni; un valore gravato dalla presenza del 9 per cento di laureati immatricolatisi con un ritardo compreso fra 2 e 10 anni e da altri 3,7 per cento il cui ritardo all’immatricolazione risulta superiore ai 10 anni! In ogni caso un’età alla laurea ben lontana dai 28 anni che caratterizzavano i laureati italiani alla vigilia della riforma. Un indice collocato fra il minimo dei laureati in ingegneria e nel gruppo geo-biologico, pari a 23,2, e l’età massima che caratterizza i laureati del gruppo insegnamento (25,6 anni) e, soprattutto, i laureati nelle professioni sanitarie (27 anni). Così concludono gli studi a meno di 23 anni 54 laureati su cento del gruppo geo-biologico ed una percentuale poco inferiore di ingegneri (52), mentre allo stesso traguardo non arrivano che 34 laureati delle professioni sanitarie su cento e solo 28 laureati del gruppo insegnamento.
La regolarità negli studi, la capacità cioè di completare il percorso formativo nei tempi previsti dagli ordinamenti, seppure ridottasi rispetto a quella registrata l’anno precedente (64,4 per cento), continua a riguardare quasi la metà dei laureati (49,2 per cento; cinque volte superiore al 9-10 per cento che caratterizzava il complesso dei laureati pre-riforma). Ma ancora una volta è il risultato di sintesi di situazioni profondamente diversificate. Concludono nei tre anni previsti 82 laureati delle professioni sanitarie su cento e 53 laureati su cento del gruppo chimico-farmaceutico. All’estremo opposto, restare in corso riesce possibile soltanto a 39 laureati su cento sia del gruppo insegnamento che di quello letterario. Bisogna aggiungere, per la verità, che altri 42 laureati su cento di ognuno di questi due gruppi concludono entro il primo anno fuori corso.
A rimanere su valori sorprendentemente elevati (molto più elevati di quanto registrato fra i laureati pre-riforma) è la frequenza alle lezioni. Hanno dichiarato di avere frequentato regolarmente più del 75 per cento degli insegnamenti previsti 72 laureati “puri” su cento: oltre il 90 per cento dei neo ingegneri e dei dottori del gruppo chimico-farmaceutico e - singolare alla luce della documentazione tradizionale - il 51 per cento dei laureati del gruppo giuridico.
Anche le esperienze di studio all’estero, di cui continuiamo a segnalare con preoccupazione la consistenza ridotta e la flessione dopo l’avvio della riforma, mostrano timidissimi segni di ripresa, certo lontani anni luce da recenti proposte che puntano ad estendere a tutta la popolazione universitaria periodi di studio/lavoro all’estero di almeno 6 mesi. Con programmi dell’Unione Europea hanno studiato all’estero 5,6 laureati su cento (l’anno prima erano 5,2): 25 neo dottori su cento nel gruppo linguistico, 9 su cento nel gruppo politico-sociale, ma pochissimi fra i laureati nei percorsi scientifici e meno di tutti fra i chimico-farmaceutici (1,3 per cento!).
In crescita, sostenuta, risultano anche le esperienze di tirocinio e stage riconosciute dal corso di studi, a sottolineare il forte impegno delle università e la crescente collaborazione con il mondo del lavoro (l'80 per cento dei tirocini sono stati svolti al di fuori dell'università). Esperienze che entrano nel bagaglio formativo di 58 laureati su cento (due punti percentuali più dell’anno passato): 92 su cento neo dottori in agraria e 89 laureati del gruppo insegnamento, ma anche 47 laureati su cento del gruppo economico-statistico e perfino 19 dottori su cento nelle materie giuridiche. È evidente che la qualità di queste esperienze, cresciute tanto repentinamente nel passaggio fra il vecchio e il nuovo ordinamento, andrà attentamente monitorata, come AlmaLaurea ha già fatto7 ed ha messo in cantiere di ripetere prossimamente, ma intanto è bene ricordare che l’esperienza di tirocinio/stage si associa ad un più elevato indice di occupazione. L’ultima indagine sulla condizione occupazionale dei laureati ha accertato l’esistenza di un differenziale pari a 10 punti percentuali fra chi ha svolto uno stage durante gli studi rispetto a chi non vanta un’esperienza analoga8.
Aumentano i laureati decisamente soddisfatti dell’esperienza universitaria portata a termine così come quelli che esprimono pieno apprezzamento per il corpo docente e per l’adeguatezza delle strutture universitarie; valutazioni, queste ultime due, che pure restano su valori più contenuti.
Si dichiarano decisamente soddisfatti del corso di studio concluso 36 laureati su cento (ed altri 52 su cento esprimono una soddisfazione più moderata): il 44 per cento dei laureati dei gruppi chimico-farmaceutico, giuridico e medico-professioni sanitarie e all’estremo opposto, su valori quasi dimezzati, 25 laureati su cento in architettura e 21 del gruppo linguistico.
Un quinto dei laureati è rimasto decisamente soddisfatto dei rapporti con i docenti (ed altri 65 su cento dichiarano di esserlo in misura più contenuta): soprattutto fra i laureati del gruppo medico-professioni sanitarie e del gruppo chimico-farmaceutico (31 e 28 per cento rispettivamente). Più severo il parere dei laureati in psicologia ed architettura, che solo nel 13 per cento dei casi si dichiarano pienamente soddisfatti.
Per quanto riguarda il carico di studio degli insegnamenti, il 30 per cento dei laureati ritiene che sia stato decisamente sostenibile (ed altri 57 lo giudicano comunque sostenibile): più i laureati del gruppo insegnamento (41 per cento), assai meno i neo architetti (22 per cento) ed ancor meno i neo ingegneri (18 su cento).
A ripetere l’esperienza di studio appena compiuta, nello stesso percorso di studio della stessa università, sono disponibili 69 laureati su cento. Altri 11 resterebbero nello stesso Ateneo ma si orienterebbero diversamente; altrettanti farebbero la scelta inversa: stesso corso ma in altro ateneo. Altri 6 cambierebbero sia corso sia università ma solo 1 non si iscriverebbe più. La piena conferma dell’esperienza compiuta trova d’accordo il 78 per cento dei neo ingegneri e dei laureati del gruppo scientifico, 58 laureati su cento del gruppo insegnamento e poco più di 53 del gruppo linguistico.
L’accertamento circa l’intenzione di proseguire gli studi, completata la laurea di primo ciclo, è sicuramente uno degli indicatori cardine della verifica dello stato di avanzamento della riforma. È evidente che su quest’indicatore convergono e si sintetizzano una pluralità di fattori che riguardano le strategie di vita del singolo (fra sindrome di Peter Pan e tentazione del nuovo), la capacità formativa dell’università, le convinzioni e le perplessità del corpo docente circa la bontà del primo ciclo di studi nell’università riformata, l’ampiezza e la ricchezza dell’offerta formativa proposta al termine del primo livello, il dinamismo e le difficoltà della domanda emergente dal mercato del lavoro, la posizione degli ordini professionali. Certo è che, conclusi gli studi di primo livello, 83 laureati su cento dichiarano l’intenzione di proseguire gli studi: il 96 per cento dei neo psicologi e il 93 per cento dei giuristi, ma anche il 71 per cento dei dottori in agraria e perfino il 59 per cento dei laureati nelle professioni sanitarie.
Alla laurea specialistica, che rappresenta l’obiettivo più diffuso fra quanti sono orientati a proseguire gli studi, ambiscono 71 laureati su cento: l’89-90 per cento dei laureati in psicologia e in giurisprudenza, ma anche nei percorsi di studio che fanno registrare i valori più bassi l’attrazione della laurea specialistica riguarda il 55 per cento dei laureati del gruppo insegnamento, il 52 per cento dei neo dottori in educazione fisica e il 28 per cento dei laureati delle professioni sanitarie.
Il dubbio, a lungo alimentato, era che le intenzioni dichiarate al momento della laurea trovassero un consistente ridimensionamento alla prova dei fatti, nei dodici mesi immediatamente successivi. Un’ipotesi che non si è verificata, anzi! Innanzitutto si sottolinea come, complessivamente, l’intenzione di proseguire gli studi con una laurea specialistica sia addirittura cresciuta rispetto al 2005, quando riguardava il 68 per cento dei laureati. Ciò ha aumentato l’interesse per la verifica, compiuta su quella generazione di laureati “puri”, della corrispondenza fra intenzioni dichiarate alla vigilia della conclusione degli studi e realizzazioni delle stesse ad un anno di distanza9.
L’accertamento compiuto restituisce un quadro caratterizzato dal fatto che ad essersi avviati sulla strada della laurea specialistica, a dodici mesi dall’acquisizione del titolo di dottore, è un numero di laureati di primo livello perfino superiore (+ 1,3 per cento) a quello di chi aveva manifestato questa intenzione alla conclusione degli studi e questa tendenza riguarda, sia pure in misura diversa, tutti i gruppi disciplinari con le sole eccezioni dei laureati in educazione fisica (che vedono ridursi di 17,2 punti percentuali gli intenzionati a proseguire; dal 67,5 al 50,3 per cento) e soprattutto i neo dottori nelle professioni sanitarie, fra i cui laureati le intenzioni di proseguire gli studi, che al momento della laurea avevano suggestionato quasi 31 laureati su cento, si ridimensionano drasticamente fino a riguardare meno di 5 laureati su cento.
I laureati specialistici
Favorita dall’avvio della riforma in alcune università fin dal 200010, la consistenza dei laureati specialistici, diventati oltre 17mila negli Atenei aderenti ad AlmaLaurea nel 2006, comincia a consentire primi importanti elementi di valutazione. Anche su questo versante gli approfondimenti e le valutazioni più rilevanti verranno condotti concentrando l’attenzione sui laureati “puri” (10mila), che rappresentano oltre il 70 per cento dei laureati specialistici che è stato possibile indagare in dettaglio (attraverso i questionari restituiti).Si tratta, è bene precisarlo subito, di una popolazione contrassegnata da alcune particolari caratteristiche: sul versante delle performances è evidente che trattandosi dei primi laureati specialistici giunti al traguardo siamo di fronte a risultati di eccellenza che, verosimilmente, tenderanno a sbiadire nei prossimi anni. Tanto più che una quota rilevante (52 per cento) di questi laureati è concentrata in tre soli percorsi formativi: ingegneristico (24,5 per cento), economico-statistico (16,6) e politico-sociale (10,9). Su valori compresi fra l’8,9 e il 7,6 per cento troviamo i laureati di secondo livello dei gruppi geo-biologico, psicologico e giuridico. Composizione che ha riflessi evidenti negli studi secondari superiori di origine (rispetto ai laureati di primo livello “puri” risulta infatti sovrarappresentato il liceo scientifico). Si vedranno meglio, in seguito, le performances di questi laureati. Ma che si tratti di una popolazione con caratteristiche davvero particolari è confermato dalla quota elevata di coloro che, terminato il secondo ciclo dell’università riformata, aspirano a proseguire gli studi: il 16 per cento con un dottorato di ricerca, il 7 per cento con master universitari ed altrettanti con scuole di specializzazione. L’intenzione di proseguire è espressa complessivamente da oltre 43 laureati puri su cento (l’82 per cento dei laureati “puri” del gruppo psicologico, il 67 per cento dei loro colleghi del gruppo giuridico, il 62 per cento del geo-biologico e solo un quarto dei laureati “puri” economico-statistici ed ingegneri).
L’analisi condotta mette in evidenza che si tratta di laureati che hanno concluso nell’84 per cento dei casi i loro studi in corso (dal 98 per cento dei laureati del gruppo giuridico al 75 di quelli in ingegneria, al valore minimo del 62,2 per cento dei laureati in architettura), ad un’età media di 25,6 anni (compresa fra i 28,9 anni del gruppo insegnamento e i 24,5 dei gruppi giuridico e chimico-farmaceutico). La specificità più volte richiamata dei laureati delle professioni sanitarie trova conferma anche nel ridotto contingente (126 in tutto) di quanti hanno acquisito la laurea specialistica nello stesso ambito. Così risulta, fra l’altro, per quanto riguarda la regolarità degli studi (97 per cento in corso), l’altissima percentuale di quanti hanno studiato svolgendo continuativamente un’attività lavorativa (complessivamente 83 laureati su cento), l’età media alla laurea superiore ai 42 anni, indice che spiega almeno in parte l’ambiente socio-economico di provenienza (solo il 6,4 per cento proviene da famiglie con almeno un genitore laureato, rispetto al 31,1 verificato nel complesso dei laureati specialistici puri).
Nel profilo dei laureati specialistici “puri” la votazione finale è prossima al massimo (109,7 su 110). È questo il risultato di sintesi che vede due terzi dei percorsi di studio in esame superare la votazione di 110 (si consideri che 110 e lode è convenzionalmente posto uguale a 113), mentre al di sotto si collocano – tra i gruppi più consistenti – le votazioni dei laureati del gruppo ingegneria ed economico-statistico11. L’ambiente familiare di provenienza vede i laureati specialistici “puri” mediamente favoriti rispetto ai laureati “ibridi” (il 25,6 per cento dei secondi escono da famiglie con laurea, rispetto come si è detto al 31,1 per cento dei primi).
Nel bagaglio formativo quinquennale dei laureati specialistici “puri” si riscontrano indici particolarmente elevati di frequenza alle lezioni (85 laureati su cento dichiarano di avere frequentato regolarmente più dei tre quarti degli insegnamenti previsti). L’assiduità maggiore, superiore al 94 per cento, si riscontra nell’ambito dei gruppi chimico-farmaceutico, professioni sanitarie, geo-biologico ed ingegneria; all’estremo opposto, fra i 165 laureati del gruppo insegnamento, i frequentanti non superano il 57 per cento. Nello stesso bagaglio formativo si riscontra una consistente esperienza di stage, che coinvolge complessivamente 54 laureati specialistici “puri” su cento (il 95 per cento nel gruppo psicologico e il 17 per cento nel gruppo giuridico), ed una più diffusa utilizzazione delle opportunità di studio all’estero con programmi comunitari: complessivamente 10,2 su cento (quasi il doppio di quanto accertato fra i laureati “puri” di primo livello). A parte il gruppo linguistico, dove questa opportunità coinvolge oltre un terzo dei laureati, valori più elevati si riscontrano nei gruppi architettura e politico-sociale (15,5 e 13,5 rispettivamente).
L’esperienza compiuta di laurea specialistica risulta ampiamente apprezzata (se sono decisamente soddisfatti 47 laureati su cento, altrettanti esprimono comunque una valutazione positiva) tanto che la gran parte (77 per cento) la ripeterebbe nelle stesse condizioni (stesso corso e stesso ateneo). Un processo di fidelizzazione superiore all’84 per cento e dunque particolarmente riuscito per i 148 laureati specialistici “puri” del gruppo chimico-farmaceutico, i 759 colleghi del gruppo giuridico e i 502 laureati specialistici “puri” del gruppo scientifico.
Popolazione adulta e nuova domanda di formazione
Il
fenomeno delle immatricolazioni tardive all’università
rispetto all’età canonica, negli ultimi anni, per
effetto della riforma, è crescente ed evidenzia la presenza
consistente di popolazione adulta che decide di intraprendere un
percorso di studio universitario. Fra i laureati di primo livello del
2006 solo il 79 per cento risulta immatricolato all’età
prevista (19 anni) o con un solo anno di ritardo; fra i loro colleghi
pre-riforma del medesimo anno la stessa modalità di
immatricolazione riguarda 88 laureati su cento. Per 13 laureati su
cento di primo livello il ritardo all’immatricolazione varia
fra i 2 ed i 10 anni; per altri 8 su cento il ritardo supera
addirittura i 10 anni. Complessivamente ad immatricolarsi in
ritardo sono stati oltre 20mila laureati, tanti quanti hanno concluso
gli studi nel medesimo anno a Roma La Sapienza (l’ateneo più
grande del Paese), 7.800 immatricolatisi di fatto a trent’anni
compiuti. Fra i laureati specialistici, per i quali l’età
all’immatricolazione regolare è convenzionalmente
fissata a 22 anni, la presenza di immatricolati in età adulta
risulta percentualmente ancora più consistente, seppure
numericamente minore. Con oltre 10 anni di ritardo si sono
immatricolati 13 laureati specialistici su cento ed altri 18 con un
ritardo compreso fra i 2 ed i 10 anni. Si tratta complessivamente di
quasi 5.400 laureati specialistici, dei quali oltre 2.200 con un
ritardo all’immatricolazione superiore a 10 anni. Il
fenomeno, di estremo interesse, è stato oggetto di uno specifico
approfondimento che viene presentato in questo stesso Rapporto12.
Come già sottolineato nel Rapporto dell’anno passato si tratta anche di verificare quanta parte di queste nuove vocazioni agli studi rispondano a reali interessi formativi e quante siano puramente e semplicemente il portato dell’opportunità, offerta dalla riforma, di vedere consacrati con un titolo di studio universitario precedenti percorsi formativi ed esperienze lavorative trasformabili in crediti. Non a caso i laureati iscritti in età adulta sono particolarmente presenti, anche fra i laureati 2006 (come fra i laureati dell’anno precedente), nell’ambito delle professioni sanitarie. Hanno acquisito il titolo in quest’ambito un terzo dei laureati di primo livello del 2006 immatricolati con oltre 10 anni di ritardo e oltre il 40 per cento dei laureati specialistici con analogo ritardo all’immatricolazione. Il risultato di tutto ciò in termini di età media alla laurea è evidente (laureati di primo livello 43 anni; laureati specialistici 45) ed è stato più volte richiamato anche per mettere in guardia dagli effetti distorsivi, sia pure contenuti visto il peso percentualmente modesto di questa categoria, sull’età alla laurea dell’intera popolazione dei laureati esaminati.
Ma non sono ovviamente solo le professioni sanitarie ad alimentare la nuova domanda di formazione adulta. L’area delle scienze umane e sociali si segnala come un terreno particolarmente fertile su questo versante; fra i laureati di primo livello avvicinatisi in ritardo all’università 56 su cento hanno conseguito il titolo in questi percorsi di studio.
Come precedentemente si è ricordato a proposito dei lavoratori-studenti, questa nuova richiesta di formazione, testimoniata da quasi un quinto del complesso dei laureati, interroga in primis le università del Paese e la loro capacità di diversificare ed articolare la propria offerta formativa per rispondere in modo qualificato ad una domanda d’istruzione superiore destinata a dilatarsi nel prossimo futuro.
Le caratteristiche dei laureati di cittadinanza estera
Nel
2006, nei 41 atenei AlmaLaurea oggetto di questo Rapporto, i laureati
di cittadinanza estera risultano 4.200, costituendo il 2,3 per cento
del complesso dei laureati e circa il 60 per cento dei laureati
esteri nell’intero sistema universitario italiano13.
L’aumentata capacità attrattiva degli atenei del nostro
Paese è testimoniata dal crescente numero di iscritti esteri e
sembra trovare conferma anche nel parallelo aumento dei laureati non
italiani. Nell’anno accademico 2005/06 la presenza nelle nostre
università di cittadini di nazionalità estera ha
toccato il suo massimo storico con oltre 41mila unità (erano
38mila l’anno passato), solo in parte dovuto alla componente
immigrata nel nostro Paese. Un’inversione di tendenza
incoraggiante eppure ben lontana dal colmare il ritardo accumulato
nei confronti degli altri grandi Paesi. Nel 2003/04 il sistema di
istruzione superiore francese, dove la popolazione studentesca estera
rappresentava l’11 per cento del totale, era stato scelto da
2.687 studenti statunitensi, 6.448 sudamericani, 36mila asiatici; nel
2005/06 nelle università italiane gli iscritti statunitensi
erano 240 (348 due anni prima), i sudamericani 2.811, gli asiatici
4.742. La Francia, nel 2003/04, ospitava 11.514 studenti cinesi,
l’Italia due anni dopo solo 811 (erano 276 due anni prima)14.
Rinviando allo specifico approfondimento contenuto in questo Rapporto sembra opportuno sottolineare che la presenza dei laureati stranieri nel vecchio e nel nuovo sistema universitario è sostanzialmente la stessa. Il 72 per cento dei laureati di cittadinanza estera proviene da un Paese europeo (ma principalmente dalla Grecia e dall’Albania); tuttavia negli ultimi anni è cresciuta significativamente la presenza dei laureati dell’America Latina. I laureati esteri provengono da un contesto socioeconomico familiare elevato, generalmente superiore a quello degli stessi laureati italiani; infatti per il 46 per cento provengono da famiglie con almeno un genitore laureato, un livello molto più alto di quello riscontrato fra i laureati italiani (25 per cento).
Quest’anno, per la prima volta, come si è anticipato, sono state approfondite, con una specifica indagine, caratteristiche, motivazioni, abitudini di vita degli studenti di nazionalità estera laureati nelle università italiane, le loro opinioni sul sistema universitario e la loro percezione della società che li ha accolti. L’indagine, realizzata tramite questionario on line, ha coinvolto 2.532 laureati, ottenendo un ottimo tasso di risposta.
L’approfondimento offre più di uno spunto di riflessione, alle volte anche critico, ma il confronto fra le principali caratteristiche dell’università italiana e quelle dell’università del Paese di provenienza in linea generale è positivo per il sistema universitario italiano soprattutto per la facilità di iscrizione, la possibilità di essere accettati, le politiche di sostegno al Diritto allo Studio e le attrezzature didattiche.
Il 58 per cento degli intervistati non ha avuto grandi difficoltà di inserimento o di adattamento all’inizio degli studi universitari e 59 su 100, se potessero tornare indietro, sceglierebbero nuovamente la stessa università italiana dove si sono laureati. Altri 16 laureati su cento si indirizzerebbero però verso un diverso ateneo italiano, 6 frequenterebbero un’università nel loro Paese di origine e 17 studierebbero in un altro Paese ancora.
Considerazioni conclusive
Le
modifiche apportate in corso d’opera alla riforma degli
ordinamenti didattici del ‘99 hanno a lungo reso più
difficoltoso ogni tentativo di verifica dello stato di attuazione
della riforma universitaria. Una verifica di per sé già
complessa per l’inevitabile modificarsi anno dopo anno, lungo
tutta la fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento, della
composizione della popolazione indagata (con i laureati del vecchio
ordinamento tendenzialmente in riduzione e quelli del nuovo in
crescita) e con essa delle sue principali caratteristiche
strutturali. È
mancata a lungo, così, la possibilità di un
monitoraggio rigoroso fondato su un’attendibile e completa base
documentaria. E in assenza di valutazioni attendibili, com’è
noto, autonomia e responsabilità diventano parole vuote
nell’attività di qualsiasi università.
L’indisponibilità di una verifica seria supportata da una
documentazione incontestabile non ha impedito invece che proseguisse,
a volte accesissimo, il dibattito sulla riuscita/fallimento della
riforma. Spesso caratterizzato da prese di posizione autorevolmente
proposte più che corredate di attendibili evidenze empiriche;
alimentato frequentemente, anche in sedi qualificate e su testate
prestigiose, da luoghi comuni, esperienze personali circoscritte,
sentito dire presentati come verità rivelate.
Se con la generazione dei laureati 2005 aveva iniziato a precisarsi una documentazione di una certa consistenza anche sotto il profilo qualitativo ma ancora carente soprattutto nella componente di maggiore interesse conoscitivo – quella dei laureati esclusivamente figli della riforma, come li abbiamo definiti nel precedente rapporto – l’ampiezza e l’articolazione della documentazione disponibile quest’anno, per i laureati del 2006, ridimensiona i precedenti limiti e consente di spingersi verso interpretazioni più fondate, ipotizzare conclusioni più coerenti e suggerire indicazioni più utili per ogni intervento migliorativo.
Esclusi dalla popolazione osservata i laureati che hanno ottenuto il titolo di studio universitario in seguito a convenzioni speciali (essenzialmente lavoratori del campo sanitario, membri delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate), l’analisi è stata circoscritta dapprima al prodotto finito complessivo dell’università, giungendo ad una sintesi delle caratteristiche del capitale umano formatosi che documenta apprezzabili miglioramenti riscontrabili nell’intervallo 2001-2006 (miglioramenti in parte attesi ovviamente, come per l’età alla laurea).
Ma è l’analisi compiuta sulla popolazione dei laureati di primo livello “puri” osservati nel 2006 (oltre 68mila, l’81 per cento del complesso dei laureati di primo livello) a consentire valutazioni in grado di restituire lo stato d’avanzamento reale della Riforma ed il diffondersi dei suoi effetti nell’ambito dei singoli gruppi disciplinari, confrontandole con le performances accertate per i laureati del 2005 (il confronto con i laureati del 2004 risultando improponibile).
Il raffronto mostra risultati complessivamente confortanti, qualche aspetto da correggere ed almeno un pesante punto interrogativo.
Come detto in precedenza, fra i laureati di primo livello “puri” è ora già riscontrabile la presenza di studenti che hanno accumulato un certo ritardo alla laurea. Infatti i primi immatricolati post-riforma (2001/02) che hanno concluso gli studi nel 2006 (più esattamente nell’anno accademico 2006/07: maggio 2006-aprile 2007) si sono laureati al secondo anno fuori corso15. Diversamente, i “puri” del 2005 erano quasi esclusivamente laureati in corso o al primo anno fuori corso - non poteva che essere così. In questa fase di attuazione della riforma, pertanto, la crescita dell’età media alla laurea per i laureati triennali “puri” è un fatto prevedibile. In ogni caso l’incremento fra il 2005 e il 2006 è stato piuttosto contenuto (da 24,0 a 24,2 anni) e l’età alla laurea si mantiene tuttora ben lontana dai 28 anni che hanno caratterizzato a lungo i laureati italiani fino alla vigilia della riforma.
La regolarità negli studi, la capacità cioè di completare il percorso formativo nei tempi previsti dagli ordinamenti, seppure ridottasi rispetto a quella registrata l’anno precedente (erano risultati regolari 64,4 laureati su cento), continua a riguardare quasi la metà dei laureati; un valore ben superiore al 9-10 per cento che caratterizzava il complesso dei laureati negli anni immediatamente precedenti l’avvio della riforma. Ma sarebbe imprudente sottovalutare la contrazione avvenuta fra i due ultimi anni, tenendo conto che secondo la documentazione del Ministero dell’Università più recente (2005/06) gli studenti fuori corso fra gli iscritti ai corsi di primo livello costituiscono già il 27,7 per cento e che tra gli immatricolati dell’anno precedente un quinto non ha acquisito nessun credito nei primi dodici mesi.
A rimanere su valori elevati (molto più elevati di quanto registrato fra i laureati pre-riforma, per alcune facoltà – come giurisprudenza – valori impensabili fino a qualche anno fa) è la frequenza alle lezioni. Hanno dichiarato di avere frequentato regolarmente più del 75 per cento degli insegnamenti previsti 72 laureati “puri” su cento.
È evidente che il positivo affacciarsi all’università di giovani e di adulti provenienti da fasce di popolazione meno favorite, associato ad un’assidua frequenza alle lezioni, sottolineano l’urgenza di provvedere con il potenziamento di servizi di Diritto allo Studio adeguati alla nuova domanda di formazione, a cominciare da una politica per gli alloggi.
Lo studio all’estero, che da tempo abbiamo segnalato con preoccupazione per la ridotta consistenza e per la flessione dopo l’avvio della riforma, mostra timidissimi segni di ripresa; con programmi dell’Unione Europea hanno studiato all’estero 5,6 laureati su cento, valori molto distanti dall’obiettivo/intenzione, annunciato recentemente nel corso delle celebrazioni per il ventesimo anniversario dell’avvio del Programma Erasmus, di estendere progressivamente a tutta la popolazione universitaria periodi di studio/lavoro all’estero di almeno 6 mesi.
Le esperienze di tirocinio e stage riconosciute dal corso di studi, moltiplicatesi nel passaggio fra il vecchio e il nuovo ordinamento, entrano nel bagaglio formativo di 58 laureati su cento (due punti percentuali più dell’anno passato). Testimonianza indiscutibile dell’impegno delle università e della collaborazione con il mondo del lavoro, stage e tirocini attendono una approfondita verifica della qualità di tali proposte formative. Certo è che all’esperienza di tirocinio/stage si associa già un più elevato indice di occupazione (10 punti percentuali in più fra chi ha svolto uno stage durante gli studi rispetto a chi non vanta un’esperienza analoga, secondo l’ultima indagine AlmaLaurea).
La valutazione ampiamente positiva dell’esperienza universitaria portata a termine accenna a crescere nell’opinione dei laureati. Si dichiarano decisamente soddisfatti del corso di studio concluso 36 laureati su cento (ed altri 52 esprimono una soddisfazione più moderata). L’apprezzamento per i docenti, seppure in aumento, registra valutazioni più critiche. Un quinto dei laureati è rimasto decisamente soddisfatto ed altri 65 su cento lo sono in misura più contenuta. La piena sostenibilità del carico di studio degli insegnamenti è confermato dal 30 per cento dei laureati (per altri 57 la sostenibilità è comunque riconosciuta, seppure non pienamente).
In questo quadro complessivamente positivo emergono aspetti sui quali vigilare con molta attenzione: la consistenza del fenomeno dei fuori corso e la ridotta partecipazione alle esperienze di studio all’estero, come si è visto. Ma a porre seri interrogativi sulla compiutezza dell’impianto riformatore è, soprattutto, l’ampiezza della domanda di ulteriore formazione che si indirizza alla laurea specialistica (magistrale) e che coinvolge 71 laureati “puri” su cento (dall’89-90 per cento dei laureati in psicologia e in giurisprudenza al 55 per cento dei laureati del gruppo insegnamento). Un dato sul quale riflettere senza pudori e senza tentennamenti alla luce di ciò che il Rapporto di quest’anno ha accertato: da un lato, ad un anno dalla laurea, le intenzioni di proseguire gli studi espresse alla vigilia della conclusione della formazione di primo livello non solo non sono diminuite, come ci si poteva attendere, ma sono addirittura cresciute (sia pure in misura modesta); dall’altro c’è la conferma dell’intenzione di proseguire espressa dai laureati specialistici (una popolazione per la prima volta di notevole consistenza). Sebbene non si possa dimenticare che, trattandosi dei primi laureati specialistici “puri”, il loro bagaglio formativo risulta di eccellenza, resta il fatto che il desiderio di continuare a studiare (soprattutto con un dottorato di ricerca) riguarda il 43 per cento di loro.
Si è scritto che la riforma non viene apprezzata dal mercato e che si assiste al drastico peggioramento non solo delle prospettive occupazionali dei laureati di primo livello rispetto a quelli del vecchio ordinamento, ma che per i primi peggiorano perfino la stabilità, la retribuzione e la qualità del lavoro. Il precedente Rapporto AlmaLaurea ha dimostrato chiaramente l’infondatezza di queste tesi precisando che tali risultati sono dovuti alla prosecuzione degli studi, verso la laurea specialistica, di una quota rilevante di laureati di primo livello, una parte dei quali tenta di raggiungere l’obiettivo, magari per la necessità di mantenersi agli studi, coniugando studio e lavoro; un’attività lavorativa che così specificata è ovviamente meno stabile, meno retribuita, di minore qualità. Anche il Rapporto 2006 conferma pienamente le caratteristiche differenziali dell’occupazione cercata/ottenuta nei due distinti percorsi dai laureati di vecchio e di nuovo ordinamento.
Nel Rapporto precedente era stata chiarita anche l’insostenibilità della presunta insoddisfazione del mondo imprenditoriale per le nuove figure di laureati per il semplice fatto che “i primi laureati triennali figli esclusivamente dell’università riformata sono usciti dal sistema universitario italiano nell’estate del 2004, in larghissima maggioranza hanno proseguito per la successiva laurea specialistica che stanno portando a termine nel migliore dei casi solo in questi mesi [estate 2006]. Quindi i soli laureati post-riforma che il mondo imprenditoriale può avere conosciuto sono, quasi esclusivamente, quelli frutto di conversioni e di passaggi dal vecchio al nuovo ordinamento avvenuti su un retroterra formativo spesso assai tormentato e con percorsi frequentemente abbreviati.” E nello stesso Rapporto si concludeva ricordando che “in realtà l’università riformata è ancora per gran parte del mondo imprenditoriale e dell’opinione pubblica un oggetto complesso, alle volte misterioso e spesso difficilmente esplorabile.”
Naturalmente è possibile che a forza di sentire screditare la riforma, nel mondo imprenditoriale come fra gli studenti universitari, i quali in aula vengono ripetutamente considerati studenti di serie B, si sia insinuato il dubbio sulla sua validità e sulle capacità dei neo laureati triennali!
È chiaro invece che su questo snodo nevralgico della riforma confluiscono e si intrecciano una pluralità di situazioni: le strategie di vita dei giovani e la loro difficoltà ad affrontare il nuovo, la capacità formativa dell’università, la sua disponibilità ad emendarsi ed a mettersi in sintonia con le esigenze della società, l’atteggiamento dei docenti di fronte alla riforma e alla rivoluzione culturale che essa ha proposto loro (a costo zero, senza averne verificato il consenso e la disponibilità), il comportamento degli ordini professionali, il sistema produttivo del Paese ed il mercato del lavoro pubblico e privato ancora così debole ed impreparato alla valorizzazione delle risorse umane formate dall’università, il Governo e le scelte che gli competono sul terreno dei mezzi da investire nell’istruzione e nella ricerca universitaria e delle verifiche da effettuare sistematicamente.
Problematiche che interpellano dunque interlocutori diversi, istituzionali e non, chiedendo ai migliori fra loro di rendersi protagonisti di una profonda riflessione che non può essere compiuta senza la ricerca di una collaborazione e di una intesa che fino ad oggi è stata più dichiarata che concretamente perseguita: nell’interesse dei giovani, e più in generale del Paese. In questa direzione ogni sforzo risulta tanto più opportuno e concretamente attuabile vista la stagione, che sta vivendo il mondo universitario, incentrata sulla revisione delle classi di laurea e sulle misure più recentemente adottate dal Ministero (note come “pacchetto serietà”) che limitano a 20 gli esami per acquisire la laurea di primo livello ed ampliano la discrezionalità delle facoltà in materia di ordinamenti didattici riducendo da due terzi alla metà i crediti formativi universitari vincolanti a livello nazionale.
Principali caratteristiche dei laureati 2006
1 Il Rapporto 2006 riguarda le Università di Bari, Basilicata, Bologna, Bolzano, Cagliari, Calabria, Camerino, Cassino, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Lecce, Messina, Milano-IULM, Modena e Reggio Emilia, Molise, Padova, Parma, Perugia, Piemonte Orientale, Reggio Calabria-Mediterranea, Roma-Campus Bio-Medico, Roma-La Sapienza, Roma-LUMSA, Roma Tre, Salerno, Sassari, Siena, Torino Politecnico, Torino Università, Trento, Trieste, Udine, Venezia-Ca’ Foscari, Venezia-IUAV e Verona Viterbo-Tuscia. A maggio 2007 risultano consorziati ad AlmaLaurea anche gli Atenei di Castellanza-LIUC, L’Aquila, Milano-San Raffaele, Napoli-Seconda Università, Perugia-Università per Stranieri, Roma-IUSM, Teramo, Valle d’Aosta, che saranno compresi nei prossimi Rapporti sul Profilo dei laureati.
2 Sono stati esclusi i laureati che hanno ottenuto il titolo di studio universitario in seguito a convenzioni speciali (essenzialmente lavoratori del campo sanitario e membri delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate).
3 L’intera documentazione nella sua articolazione più ampia è consultabile all’indirizzo:
www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2006.
4 La relazione fra lavoro svolto durante gli studi e ritardo alla laurea si manifesta in misura rilevante fra i laureati del vecchio ordinamento. Fra i laureati “puri” del primo livello questa relazione non ha avuto modo ancora di concretizzarsi.
5 Il riferimento è al collettivo dei laureati che, alla vigilia della laurea, hanno compilato il questionario AlmaLaurea.
6 Nel complesso dei laureati di primo livello, le differenze risultano pressoché identiche (pari a 4,1 su cento), ma su valori più bassi, compresi fra il minimo di 80,8/100 per gli istituti professionali e 84,9 per i diplomi linguistici. Le altre votazioni risultano (in ordine crescente): liceo psico-socio-pedagogico 81,7; istituti tecnici 81,8; licei scientifici 81,9; licei classici 83,3; istruzione artistica 83,8.
7 Cfr. A. Cammelli, La qualità del capitale umano dell’università. Caratteristiche e performances dei laureati 2003, in AlmaLaurea, Profilo dei laureati 2003, Bologna 2004, pag. XVIII.
8 Cfr. AlmaLaurea, IX Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, Bologna 2007.
9 Con una specifica indagine on line.
10 Limitatamente agli Atenei presenti nel Profilo 2006 si tratta di Cagliari, Perugia, Sassari, Torino Università, Politecnico di Torino ed Udine.
11 Per i laureati “puri” dei corsi specialistici le votazioni finali risultano: letterario 111,9; chimico-farmaceutico 111,7; geo-biologico 111,2; scientifico 111,1; insegnamento 111; linguistico 110,6; agrario 110,5; politico-sociale e psicologico 110,2; giuridico 110; architettura 109,2; medico (professioni sanitarie) e ingegneria 108,7; economico-statistico 108,4; educazione fisica 108,1.
12 Su questo stesso argomento AlmaLaurea (Davide Cristofori) ha presentato, il 30 marzo 2007 presso l’Università di Roma Tre, nell’ambito del Convegno “Adulti e Università – Accogliere ed orientare nei nuovi Corsi di Laurea”, un approfondimento dal titolo “L’esperienza universitaria: Giovani e Adulti a confronto”.
13 Escludendo i laureati provenienti dalla Repubblica di San Marino.
14 Cfr. europa.eu.int/comm/eurostat/.
15 Trascurando per semplicità i rari casi dei laureati che si sono immatricolati nel 2000/01 in uno degli Atenei che hanno anticipato l’applicazione della riforma universitaria.

