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Home > Università > Profilo > Profilo dei laureati 2007 > Premessa

Indagine 2008.
Profilo dei laureati 2007

"Nel cantiere delle riforme universitarie."

Indice

La riforma permanente fra realtà e percezioni
di Andrea Cammelli

1. L’indagine 2008
2. I tipi di corso
3. Le caratteristiche dei laureati al loro ingresso all’università
4. Le discipline di studio
5. Il lavoro durante gli studi e la frequenza alle lezioni
6. La diffusione e la qualità dei tirocini formativi
7. I laureati Socrates/Erasmus
8. La riuscita negli studi nell’università riformata
9. Le condizioni per la riuscita negli studi
10. I giudizi sull’esperienza universitaria
11. I servizi per il Diritto allo Studio
12. Le condizioni di vita nelle città universitarie
13. Le prospettive di studio
14. Le prospettive di lavoro
15. Gli adulti all’università
16. I laureati di cittadinanza estera
Appendice - Informazioni sulle variabili

Scarica l'intera documentazione come archivio .zip

La riforma permanente fra realtà e percezioni
Caratteristiche e performances dei laureati 2007

di Andrea Cammelli
(versione 28 maggio 2008)

Revisioni, modifiche in corso d’opera, riforme delle riforme, aggiornamenti e correzioni di rotta proseguono alacremente nel cantiere sempre aperto delle riforme universitarie. Questa attività impegna la parte più sensibile e interessata del mondo universitario, delle imprese e della società civile, mentre nel Paese prevale l’indifferenza o il disorientamento dei cittadini che, spesso, ne hanno sentore solo per sentito dire. Dopo gli squilibri dovuti, fra l’altro, all’accelerazione impressa al processo riformatore fin dal suo avvio, quando nel 1999 la Dichiarazione di Bologna aveva ipotizzato un arco di tempo decennale per l’affermarsi dello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore1, aggiustamenti e migliorie non sono mancati, assieme a qualche ripensamento e ad alcuni ritorni al passato. In questo contesto è comprensibile come ogni tentativo di seria verifica “misurando il misurabile e rendendo misurabile ciò che non lo è”, come sosteneva Galileo Galilei, diventi arduo, spesso frustrante, e finisca per confermare in chi ne diffida che “ciò che veramente conta non può essere contato”2, rafforzando così – in tanti – la convinzione del primato assoluto della discrezionalità.

Questo rapporto si fonda sulla convinzione che sebbene i numeri non dicano tutto, i dati empirici costituiscano la base indispensabile per ogni accertamento rigoroso e che in assenza di valutazioni attendibili, autonomia e responsabilità diventino parole vuote ovunque, anche nell’attività di qualsiasi università. La difficoltà di disporre di verifiche serie, sorrette da una documentazione incontestabile, circa lo stato d’avanzamento della Riforma, non ha impedito che proseguisse il dibattito sulla riuscita/fallimento della Riforma stessa. Nondimeno tale dibattito è stato caratterizzato spesso da prese di posizione autorevolmente proposte, più che corredate di attendibili evidenze empiriche; frequentemente accompagnato dall’incapacità di leggere e di interpretare la documentazione disponibile; alimentato purtroppo, anche in sedi qualificate e su testate prestigiose, da percezioni, luoghi comuni, esperienze personali, aneddoti non rappresentativi e impressioni soggettive presentati come verità rivelate.

Certo è che ogni controllo è reso più difficoltoso dal modificarsi, anno dopo anno, lungo tutta la fase di transizione dal vecchio al nuovo ordinamento, della composizione della popolazione indagata (con i laureati del vecchio ordinamento in riduzione e quelli del nuovo in crescita), e delle sue stesse caratteristiche strutturali. Modifiche e ripensamenti introdotti in itinere hanno aperto nuove fasi di transizione complicando ulteriormente il già complesso quadro di riferimento.

Anche se la transizione continua, anno dopo anno i Rapporti AlmaLaurea consentono valutazioni via via più nitide sui laureati di ogni livello dell’università riformata: in particolare su quelli triennali che, essendo decollati per primi, rappresentano la popolazione più prossima alla stabilizzazione. Sul complesso dei laureati 2007, quelli di primo livello rappresentano il 56,7 per cento dei neo dottori usciti dalle università esaminate. Ma soprattutto i figli della riforma (che abbiamo definito puri, in quanto hanno svolto per intero il corso di studi nell’università riformata) costituiscono oltre l’85 per cento del complesso dei laureati di primo livello dell’ultimo anno. Così l’ampiezza e l’articolazione della documentazione disponibile, che si estende anche ai laureati specialistici, consentono quest’anno interpretazioni più fondate, conclusioni più coerenti oltreché indicazioni più utili per interventi migliorativi.

è appena il caso di ricordare che il confronto fra performance dei laureati pre-riforma e quelle dei laureati di primo livello del nuovo ordinamento è di fatto una forzatura. Perché ad essere diversa, nell’architettura del progetto riformatore, non è solo la durata degli studi. Lo sono più complessivamente l’intero progetto formativo, gli obiettivi, i percorsi da compiere, gli approfondimenti da realizzare e le competenze da acquisire ai diversi livelli di formazione, e di conseguenza, mediante le interazioni con i mercati del lavoro, le stesse prospettive lavorative. Per le stesse ragioni sarebbe una forzatura anche il confronto fra performance dei laureati pre-riforma e quelle dei laureati di secondo livello nell’università riformata. Tutto ciò suggerisce comunque cautela ed invita a considerare la documentazione dei laureati pre-riforma, come un indispensabile un punto di riferimento.

In questo Rapporto l’analisi si snoderà, di conseguenza, lungo un doppio percorso, rispondente a una duplice finalità conoscitiva. Da un lato, il fine è quello di accertare le caratteristiche e la qualità del capitale umano complessivamente formatosi nel sistema universitario italiano, cercando di minimizzare le forzature di cui si è detto più sopra e di consentire le necessarie valutazioni comparative a livello internazionale (indipendentemente dal percorso e dal livello di studi compiuti nel vecchio o nel nuovo ordinamento). Dall’altro, il fine è quello di accertare lo stato d’avanzamento della riforma universitaria. E ciò è fattibile in modo corretto solo se l’analisi viene calibrata sulla riuscita e sulle performance dei soli laureati che ne sono il frutto, quelli puri3.

Sul primo versante lo scenario che emerge delinea un capitale umano contraddistinto da apprezzabili, continui miglioramenti, riscontrabili nella gran parte degli elementi osservati, rispetto alla situazione registrata all’avvio della riforma. Certo, in parte si tratta di miglioramenti attesi, come la riduzione dell’età alla laurea, diminuita di un anno dai 28 anni che caratterizzavano mediamente il laureato italiano ancora nel 2001 (vera e propria anomalia nel panorama internazionale). Ma c’è di più: i miglioramenti sono più numerosi, come si potrà osservare nel Rapporto.

Circoscritta ai figli della riforma, anche nell’articolazione per livello di laurea (di primo livello, specialistica), l’analisi compiuta sul secondo versante restituisce un quadro che appare in via di stabilizzazione. Dopo le performance dei primi laureati dell’università riformata, eccellenti per definizione e – come avevamo anticipato – destinate ad un progressivo ridimensionamento, le leve più recenti di neo dottori manifestano risultati meno brillanti, inferiori a quelli degli anni precedenti, eppure attestati quasi sempre su valori assai migliori di quelli registrati prima dell’avvio della riforma. Se il processo di stabilizzazione potesse ritenersi concluso, o prossimo alla conclusione, la verifica, almeno quella dell’efficacia interna al sistema di istruzione universitaria, risulterebbe sotto questo profilo complessivamente confortante. Si evidenziano, tuttavia, alcuni aspetti da correggere ed almeno un cruciale punto interrogativo: quello riguardante l’elevata percentuale dei giovani che vogliono proseguire gli studi. Questa è un’aspirazione diffusa, è bene sottolineare, che si riscontra non solo fra i laureati di primo livello (complessivamente nell’80 per cento; 65 per cento verso la laurea specialistica), ma anche fra i laureati magistrali (43 per cento), oltreché – com’è scontato almeno per i laureati medicina e chirurgia – fra i laureati specialistici a ciclo unico (74 per cento). è un obiettivo perseguito con una determinazione ed in una misura così consistente (soprattutto se si proviene da ambiti familiari culturalmente ed economicamente più favoriti) da porre numerosi e seri quesiti non solo ad una riforma che si era proposta di ridurre l’età di ingresso nel mercato del lavoro, ma allo stesso mondo universitario, al sistema produttivo, alla pubblica amministrazione e più in generale alla capacità del sistema Paese di valorizzare appieno il capitale umano formato dalle università.

Unitamente ad un indubbio processo di espansione dell’accesso all’istruzione universitaria, che ha consentito tra l’altro ad una quota crescente di giovani provenienti da ambienti sociali meno favoriti di acquisire la laurea4, rischia di affermarsi un sistema caratterizzato da una forte dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere mète e obiettivi formativi più ambìti e più concorrenziali che restano così, prevalentemente, alla portata di quanti possono permetterselo.

L’eccezionale allungamento della speranza di vita alla nascita verificatosi negli ultimi 60 anni colloca in una nuova prospettiva le scelte d’investimento in capitale umano delle nuove generazioni. Ma la questione è tanto più rilevante se si tiene a mente che, a causa della contrazione della natalità, il Paese è andato perdendo nell’ultimo ventennio il 42 per cento della propria popolazione giovanile diciannovenne (quella potenzialmente interessata agli studi universitari) e che nel panorama dei paesi OCSE, l’Italia figura con una percentuale di laureati (titoli “lunghi” o “brevi” che siano) nella popolazione di 25-34 anni, che è meno della metà di quella francese, spagnola, statunitense5. Di fatto, dopo un forte aumento di immatricolazioni e di laureati successivo all’avvio della riforma, da tre anni si assiste al calo dei nuovi ingressi (complessivamente -9 per cento) che inizia a ripercuotersi anche sul volume dei laureati.

L’analisi della qualità della formazione nell’università (senza distinzione fra prima e dopo la riforma) è fondamentale per la crescita della società della conoscenza e per la possibilità del Paese di competere a livello internazionale. Una crescita in cui la valorizzazione delle migliori capacità, dei migliori talenti risulterà decisiva e tanto più ampia promuovendo l’accesso al sapere fino ai più alti livelli; anche di chi a lungo ne è stato escluso.

Che l’avere portato a concludere gli studi universitari il doppio dei giovani (da 150mila a 300mila fra il 1999 e il 2007), sia avvenuto solo a scapito della qualità (certo, segnali in questa direzione non mancano), negando così la crescita complessiva del capitale umano disponibile per il Paese, rispecchia una visione riduttiva e miope.


Per assicurare la qualità nelle strutture di istruzione superiore, sono stati proposti importanti strumenti di verifica a livello internazionale6. In questo contesto ci si limita ad accennare alla valutazione dei docenti sulla preparazione e sulle competenze acquisite dai giovani, espressa durante il percorso di studio e nella sintesi finale alla laurea (efficacia interna), e all’apprezzamento che il mercato del lavoro (pubblico e privato) e quello delle professioni, manifestano rispetto al capitale umano prodotto dal sistema universitario (efficacia esterna).

Al di là di luoghi comuni e di percezioni diffuse, pur ricordando i limiti del confronto, le indagini AlmaLaurea fanno emergere una sorprendente continuità nelle valutazioni dei docenti prima e dopo la riforma (confermata dalla variabilità che non mostra modifiche apprezzabili). In ciascuno degli anni fra il 2001 e il 2007 il voto medio d’esame risulta sempre pari a 26,2/30; nel 2001 il voto di laurea era pari a 102,5 (compreso fra il 98,1 dei neo dottori in giurisprudenza e il 108,6 dei laureati del gruppo letterario); nel 2007 il voto risulta pari a 102,9 (compreso, ancora, fra il 98,2 nel gruppo giuridico e il 107,7 del gruppo letterario)7.

Non si evidenziano nemmeno particolari diversità nell’occupazione e nel trattamento retributivo per i laureati di primo livello che lavorano (i quali sono relativamente pochi, in quanto la maggior parte di essi, com’è noto, prosegue gli studi); anzi, a parità di condizioni, risultano guadagnare perfino più dei loro colleghi pre-riforma8.

Questo Rapporto sui laureati usciti dalle università nell’intero 2007 costituisce un punto di riferimento importante per coloro che guardano al sistema di istruzione superiore del Paese come ad un fattore nevralgico dello sviluppo. La popolazione osservata, in 46 dei 51 atenei consorziati (ai 41 atenei compresi nel Rapporto precedente si sono aggiunte le Università di Castellanza-LIUC, Milano-San Raffaele, Napoli-Seconda Università, Roma-IUSM e Valle d’Aosta)9, sfiora complessivamente le 185 mila unità; la consistenza dei laureati di primo livello è pari a 105 mila10.

Il campo di osservazione del Profilo 2007 copre oltre il 64 per cento del sistema universitario italiano e garantisce la sostanziale rappresentatività a livello nazionale per gruppo disciplinare, per genere e per ripartizione territoriale (Nord, Centro e Sud), pur in presenza di una sottorappresentazione del Nord-Ovest conseguente all’assenza di larga parte degli atenei lombardi.

Oltre a garantire la rappresentatività a livello nazionale, questo Rapporto restituisce alle 46 università coinvolte una documentazione (interamente consultabile su Internet11) completa, affidabile, aggiornata, articolata a livello di Ateneo, Facoltà (quando necessario, per sede), corso e classe di laurea (a seconda che i laureati abbiano concluso gli studi nell’ambito del precedente ordinamento oppure dopo la riforma), gruppo disciplinare. Caratteristiche queste che hanno destato nei confronti dell’annuale Rapporto sul Profilo dei laureati un interesse via via crescente; soprattutto fra quanti sono impegnati negli Organi di Governo delle Università, nel Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (e domani nell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), nei Nuclei di Valutazione, nelle Commissioni Didattiche, nelle strutture dedicate all’orientamento pre e post-universitario, negli Istituti di istruzione secondaria superiore e nello stesso mondo del lavoro e delle professioni.

L’ampiezza della documentazione e delle elaborazioni resi disponibili da AlmaLaurea costituisce una fonte essenziale per ogni analisi sul funzionamento dell’università italiana e per un’attenta verifica dello stato di avanzamento della Riforma. La documentazione, e le conclusioni che da essa – come si vedrà – è possibile trarre, potranno risultare di supporto soprattutto ad ogni riflessione tesa ad attuare interventi migliorativi. Questo è particolarmente vero nell’attuale fase che vede il sistema universitario impegnato, dopo la revisione delle classi di laurea, nella riprogettazione della propria offerta formativa12. Tanto più che questo Rapporto si arricchisce di nuove informazioni e di approfondimenti importanti che, senza compromettere la comparabilità nel tempo dei principali indicatori previsti nell’impianto generale, tentano di cogliere i mutevoli segni dei tempi che attraversano la vita dell’università. La differenziazione dei questionari sottoposti ai laureandi, specialistici o meno, ha consentito di analizzare la continuità di sede fra studi di primo e secondo livello e, sempre con riferimento agli specialistici, se il periodo di studio all’estero e quello di effettuazione dell’esperienza di tirocinio/stage, sono stati realizzati nel primo o nel secondo livello di studio. Dopo l’avvio della riforma il tirocinio/stage ha visto raddoppiare la quota di laureati coinvolti (nel 2007 ha riguardato oltre la metà del complesso dei laureati) ed è stato oggetto di un’approfondita verifica, affidata ad una specifica indagine illustrata in seguito.

Prospettive di lavoro ed aspetti ritenuti importanti dai laureati nella ricerca dello stesso, così come i settori di attività economica preferiti, vengono analizzati e approfonditi in un’altra parte del Rapporto. In generale, risalta, fra tutti, l’acquisizione di professionalità, decisiva per 82 laureati su cento, su valori invariati negli ultimi anni. In progressiva crescita invece la domanda di stabilità del posto di lavoro, cui guardano oggi due terzi dei laureati, 9 punti percentuali più di quanto rilevato tre anni prima. Si tratta di una caratteristica del lavoro ricercato assai più rilevante, per i giovani, del guadagno e delle possibilità di carriera. Il divario occupazionale fra Nord e Sud (confermato anche nell’ultimo Rapporto sulla condizione dei laureati e pari a 23 punti percentuali ad un anno dalla laurea13) si traduce nella maggiore disponibilità dei laureati del Mezzogiorno a valutare positivamente i diversi tipi di contratto, le differenti aree aziendali, la mobilità territoriale.

Per la prima volta il Rapporto approfondisce anche le condizioni abitative dei laureati fuori sede (in termini di costi e di qualità degli alloggi) ed estende la valutazione dei laureati ai servizi cittadini, anche a quelli sportivi e commerciali. Va sottolineato fin d’ora che per un terzo dei laureati studiare all’università significa ricorrere ad un alloggio in affitto (in misura più consistente per chi ha affrontato percorsi di studio tecnico-scientifici e per quanti hanno studiato nelle sedi universitarie del Nord-Est). Nel giudizio degli utilizzatori la qualità degli alloggi viene valutata positivamente da 60 laureati su cento mentre il costo dell’affitto risulta soddisfacente solo per il 46 per cento di essi.


Un monitoraggio complesso

La riforma degli ordinamenti didattici del 1999, a fianco del tradizionale prodotto dell’università italiana, il laureato tout court, ha introdotto una più ampia gamma di titoli universitari. Si tratta delle lauree di primo livello conseguibili al termine di un primo triennio di studio, di quelle specialistiche ottenibili con un ulteriore biennio di formazione e di quelle specialistiche a ciclo unico che in alcune aree (medicina e chirurgia, odontoiatria, medicina veterinaria, farmacia, architettura e più recentemente giurisprudenza), analogamente a quanto avviene a livello europeo, prevedono un periodo di 5-6 anni di formazione.

La complessità di una puntuale verifica, al di là della molteplicità dei titoli previsti dalla riforma (e dalle successive modifiche), deve fare i conti con due limiti evidenti. Da un lato, l’analisi riferita al complesso dei laureati di un anno (compresi quindi tutti i percorsi di studio, anche quelli avviati nel vecchio ordinamento), non consente di fare piena chiarezza sulle tendenze in atto nel processo di riforma. Ciò a causa delle caratteristiche strutturali della popolazione osservata, che si combinano, anno dopo anno, secondo un rapporto che vede i laureati del nuovo ordinamento dilatarsi progressivamente, mentre si riduce il peso dei loro colleghi pre-riforma. Un ulteriore elemento di complicazione è dovuto alla compresenza, fra i laureati del nuovo ordinamento, dei laureati che hanno compiuto il loro percorso di studi interamente nell’università riformata (definiti in questo Rapporto “puri”) accanto a coloro che hanno portato a termine gli studi lungo un percorso formativo iniziato nel vecchio ordinamento (definiti “ibridi”).

Il capitale umano formato dalle università: un bilancio complessivo

La valutazione delle performance riguardanti l’intera popolazione dei laureati trova la sua spiegazione, come si è anticipato, nella necessità di pervenire ad un riscontro di sintesi sulla qualità del capitale umano formatosi nel sistema universitario italiano. La situazione presenta quasi ovunque segnali di miglioramento nei confronti dei laureati del 2001 ed anche dell’anno 2006.

Del contrarsi dell’età alla laurea (da 28 a 27 anni) si è già detto. Per quanto atteso il dato è tanto più apprezzabile perché si realizza in simultanea con l’elevarsi dell’età all’immatricolazione (da 20,0 a 20,9 anni), frutto dell’accesso agli studi universitari di nuove fasce di popolazione. È aumentata, parallelamente, la percentuale dei laureati in età inferiore ai 23 anni (una presenza comprensibilmente pressoché nulla nell’anno di avvio della riforma), che riguarda oggi 18 laureati su cento. Diminuisce il ritardo alla laurea, che in media consisteva nel 69 per cento in più del tempo previsto dagli ordinamenti nel 2001, e che è divenuto oggi pari al 45 per cento. La stessa percentuale di laureati in corso, 9,5 per cento all’inizio del periodo considerato, raggiunge nel 2007 il 37,9 per cento.

C’è un ulteriore elemento che deve essere messo in campo per consentire di apprezzare compiutamente i risultati sopraindicati. L’articolazione dell’unico identikit del laureato in tre profili, che tengono conto dell’attività lavorativa svolta o meno, con maggiore o minore continuità, durante il percorso di studi, consente di dimensionare la varietà della domanda formativa indirizzata all’università, di valutare più compiutamente l’inevitabile diversità delle performance, di approfondire la consistenza e le cause alla base di risultati così problematici in termini di riuscita negli studi registrati anche in quella popolazione di laureati che ha concluso il proprio percorso formativo senza avere mai svolto alcuna attività lavorativa nemmeno saltuaria. Così nel 2007, con una tendenza crescente rispetto all’anno precedente, per quasi 10 laureati su cento la laurea è stata acquisita lavorando stabilmente durante gli studi, soprattutto nell’area dell’insegnamento (23 per cento) ed in quella delle professioni sanitarie (16 per cento). E questa è sicuramente solo la parte emersa di un desiderio/bisogno di formazione molto più ampio che si manifesterebbe pienamente se gli atenei fossero in grado di coglierne a fondo la rilevanza dal punto di vista politico-culturale, oltre che la consistenza. D’altra parte la stessa opportunità offerta dalla riforma di iscriversi a tempo non pieno14 incontra qualche difficoltà ad affermarsi, tanto è vero che nel 2006/07 ne ha beneficiato solo l’1,8 per cento del complesso degli iscritti al sistema universitario italiano (esattamente come nell’anno precedente).

La diversità delle performance è sintetizzata in modo efficace dal ritardo alla laurea (i lavoratori-studenti15 impiegano in media il 72 per cento in più della durata legale del corso contro il 27 per cento degli studenti che non hanno lavorato stabilmente durante gli studi16) e dalla votazione alla laurea (pari a 101,6 su 110 per i lavoratori-studenti e a 104,3 su 110 per i laureati che non hanno svolto alcuna attività di lavoro nel corso degli studi universitari). Permangono gli interrogativi posti dalla riuscita di un quarto del complesso dei laureati che, pur in assenza di attività lavorative, seppur saltuarie, concludono gli studi con un ritardo medio così consistente.

Fra i laureati si manifesta una sovrarappresentazione dei giovani provenienti da classi favorite dal punto di vista socio-culturale, e ciò avviene senza differenze evidenti fra le diverse aree geografiche. Ciò non toglie che, anche fra i laureati dell’ultima generazione osservata, 72 su cento acquisiscano con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine.

L’analisi di altri aspetti che caratterizzano la qualità del percorso di studi compiuto sembra confermare nell’ultimo biennio ulteriori miglioramenti o comunque il mantenimento di performance elevate. Così è per quanto riguarda la frequenza alle lezioni, che per 65 laureati su cento riguarda più dei tre quarti degli insegnamenti previsti, e la diffusione nel bagaglio formativo dei laureati degli stage (che riguardano nell’ultimo anno 51 laureati su cento; 7 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente). Migliorano anche le conoscenze linguistiche (nell’intervallo la conoscenza “almeno buona” dell’inglese scritto e parlato continua ad aumentare, seppure di poco) e quelle informatiche (aumenta di 10 punti la conoscenza dei fogli elettronici e di quasi 3 la conoscenza di strumenti multimedia). Dichiarano che il carico di studio è risultato sostenibile 87 laureati su cento, tanti quanti al termine del percorso di studi sono complessivamente soddisfatti dell’esperienza di studi compiuta. Anche se solo 69 laureati su cento la ripeterebbero nello stesso corso e nello stesso ateneo.

Completano il quadro la crescente domanda di formazione post-laurea (che nel 2007 ha riguardato 66 laureati su cento), così come aumentano le esperienze di studio all’estero (12 per cento).

I laureati di primo livello “puri”: la riforma a regime?

La verifica sullo stato di avanzamento della riforma, sottratta agli elementi di potenziale distorsione dovuti alla diversa struttura dei laureati, deve essere circoscritta ai laureati “puri”, cioè a quanti hanno compiuto il loro percorso di studi interamente nell’università riformata, ad esclusione quindi di coloro che hanno portato a termine i loro studi dopo un percorso formativo avviato nell’ambito del vecchio ordinamento17. La consistenza della popolazione dei laureati di primo livello “puri” osservati nel 2007 (oltre 79mila), che rappresenta oltre l’85 per cento del complesso dei laureati di primo livello18, consente valutazioni sempre più fondate e capaci di restituire il progredire della Riforma ed il diffondersi dei suoi effetti nell’ambito dei singoli gruppi disciplinari. Il crescente livello di stabilizzazione delle popolazioni esaminate, che va affermandosi negli anni più recenti, consente il confronto con i risultati accertati per i laureati del 200619, senza perdere di vista quelli dei laureati 2001, alla vigilia della riforma. Un confronto che mentre conferma, fra i laureati dell’ultima generazione, la più generale tendenza al ridimensionamento delle performance, sembra sottolineare, al tempo stesso, il loro consolidarsi su livelli inconsueti, perfino confortanti, ricordando quelli precedenti l’avvio della riforma (cfr. la tabella di sintesi).

Il retroterra di studi secondari superiori conferma la tendenza al maggiore accesso agli studi universitari di giovani provenienti da percorsi tecnico-professionali (dal 29,5 per cento nel 2005 al 31,3 nel 2006 al 32,6 nel 2007) e da ambienti familiari meno favoriti. Fra i laureati “puri”, infatti, si contrae ulteriormente, rispetto all’anno precedente, la quota di quanti hanno almeno un genitore laureato (23,4 per cento) e parallelamente cresce la percentuale di giovani di estrazione operaia (23,2 per cento). Si tratta di modifiche modeste, ma di conferme significative. Ricorrendo ad una classificazione che coglie in buona misura la complessa geografia dell’istruzione secondaria superiore, c’è da sottolineare che 35 laureati su cento hanno il diploma di liceo scientifico, ma sono 58 su cento fra i laureati di ingegneria e 60 fra quelli del gruppo geo-biologico, mentre raggiungono punte minime nel gruppo insegnamento e linguistico (17,8 e 21,4 rispettivamente). I laureati con un diploma tecnico nel proprio curriculum risultano pari al 29,6 per cento e si distribuiscono diversamente fra i differenti gruppi disciplinari: sono il 12-13 per cento fra i laureati dei percorsi letterario e psicologico, mentre sfiorano il 50 per cento fra i loro colleghi dei percorsi economico-statistici ed agrari. Con studi classici alle spalle risultano 13 laureati su cento: poco presenti fra i laureati in ingegneria e in educazione fisica (meno del 6 per cento) e più concentrati, invece, fra i neo dottori del gruppo letterario e giuridico (31,5 e 30,4 per cento rispettivamente).

Fra i laureati “puri” le differenze nel voto medio di maturità risultano contenute in poco più di 3 punti su cento (3,2 per l’esattezza): fra il minimo di 82,7/100 per i diplomati degli istituti professionali e il massimo di 86,0/100 per i giovani che hanno acquisito la maturità linguistica20.

Mentre le differenze di voto fra i diversi tipi di maturità risultano contenute, le stesse sono rilevanti, invece, se esaminate in relazione al percorso di studio compiuto dai laureati. Il voto acquisito alla maturità è uguale a 83,5 su cento per il complesso dei laureati “puri” 2007, ma risulta inferiore di 6-8 punti fra i laureati in medicina-professioni sanitarie e in educazione fisica (77,5 e 75,2 rispettivamente), e raggiunge valori ben superiori per i laureati del gruppo scientifico (87,4) e soprattutto per i neo ingegneri (89,8/100).

L’accertamento dell’attività lavorativa svolta nel corso degli studi, capace di calibrarne la consistenza e, soprattutto, di apprezzarne il peso ed il ruolo nei differenti gruppi disciplinari, è prioritario ad ogni ulteriore analisi, risultando determinante ai fini delle performance dei laureati. Complessivamente i lavoratori-studenti sono solamente il 6 per cento fra i laureati triennali “puri” (in aumento – modesto – rispetto all’anno precedente) e la loro presenza è poco più che simbolica fra i laureati del gruppo geo-biologico e di ingegneria (1,6 e 1,7 per cento rispettivamente), mentre costituisce quasi il 10 per cento fra i laureati nelle professioni sanitarie e il 14,3 per cento fra i neo dottori del gruppo insegnamento. è evidente che la stessa opportunità di riconoscimento delle esperienze di lavoro, prevista dalla riforma, ha effetti importanti sugli altri indicatori.

Sotto questo profilo un’attenzione particolare deve essere dedicata ai laureati nel settore delle professioni sanitarie, che pesano sul complesso dei laureati “puri” per oltre il 10 per cento. Si tratta di una componente che va modificando le proprie caratteristiche strutturali, risultate del tutto particolari nella fase di avvio della Riforma21.


Fra i quasi 80mila laureati “puri” del 2007 l’età alla laurea non supera in media i 24,5 anni; un valore influenzato positivamente dalla riduzione della durata ufficiale dei corsi, ma gravato dal lievitare di un fenomeno di notevole interesse nel nostro sistema universitario: la presenza crescente di una componente di laureati che ha fatto il proprio ingresso all’università in età superiore a quella tradizionale. Si tratta di quasi 10 laureati su cento immatricolatisi con un ritardo compreso fra 2 e 10 anni e di altri 4 su cento il cui ritardo all’immatricolazione risulta superiore ai 10 anni!

Anche così, l’età alla laurea, risulta ben lontana da quella, 28 anni, che caratterizzava i laureati italiani alla vigilia della riforma.

Sotto questo profilo il ruolo dell’attività lavorativa (continuativa a tempo pieno), svolta contemporaneamente agli studi, risulta determinante. Non a caso i più giovani a concludere gli studi risultano i laureati in ingegneria e nel gruppo geo-biologico (23,5 e 23,6 anni rispettivamente), mentre l’età più elevata si riscontra fra i laureati del gruppo insegnamento e nelle professioni sanitarie (26,7 anni). Così concludono gli studi a meno di 23 anni 46 laureati su cento dei gruppi ingegneria, geo-biologico e farmaceutico, mentre allo stesso traguardo non arrivano che 29 laureati su cento del gruppo agrario e solo 23 laureati su cento del gruppo insegnamento.

La regolarità negli studi, la capacità cioè di completare il percorso formativo nei tempi previsti dagli ordinamenti, seppure ridottasi rispetto a quella registrata l’anno precedente (49,2 per cento), continua a riguardare una quota elevata di laureati (44,7 per cento; oltre quattro volte superiore al 9-10 per cento che caratterizzava il complesso dei laureati all’avvio della riforma). L’incremento è analogo a quello verificato attraverso un’analisi longitudinale che ha posto a confronto la regolarità delle prime tre generazioni di immatricolati nell’università riformata con quella della generazione di immatricolati dell’anno 1995-9622. La regolarità sembra dunque in via di stabilizzazione. Non si può escludere che a determinare elevati livelli di regolarità contribuisca anche la scelta/necessità di accelerare la conclusione degli studi intrapresi per investire il più rapidamente possibile nella formazione di secondo livello.

Ma, ancora una volta, la regolarità è la sintesi di situazioni profondamente diversificate. Concludono nei tre anni previsti 80 laureati delle professioni sanitarie su cento e 48 laureati su cento del gruppo chimico-farmaceutico. All’estremo opposto, restare in corso riesce possibile soltanto a 32 laureati su cento del gruppo insegnamento e a 36 su cento di quello letterario. Bisogna aggiungere che altri 37 e 34 laureati su cento rispettivamente di ognuno di questi due gruppi concludono comunque entro il primo anno fuori corso.

Si conferma su valori sorprendentemente elevati (molto più elevati di quanto registrato fra i laureati pre-riforma) la frequenza alle lezioni. Hanno dichiarato di avere frequentato regolarmente più del 75 per cento degli insegnamenti previsti 70 laureati “puri” su cento: fra l’89 e il 91 per cento dei laureati del gruppo chimico-farmaceutico, di quelli nelle professioni sanitarie e dei neo ingegneri e – singolare alla luce della documentazione tradizionale – il 45 per cento dei laureati del gruppo giuridico.

Come nell’anno precedente, anche fra i laureati del 2007 le esperienze di studio all’estero, dopo la flessione successiva all’avvio della riforma, mostrano timidi segni di ripresa. Con programmi dell’Unione Europea hanno studiato all’estero 5,8 laureati su cento (l’anno prima erano 5,6): 25 neo dottori su cento nel gruppo linguistico, 8 su cento nel gruppo politico-sociale, ma pochissimi fra i laureati nel percorso ingegneristico (1,8 per cento) ed in quello psicologico (1,7).

In crescita, sostenuta, risultano le esperienze di tirocinio e stage riconosciute dal corso di studi, a sottolineare il forte impegno delle università e la crescente collaborazione con il mondo del lavoro (l’80 per cento dei tirocini sono stati svolti al di fuori dell’università). Sono esperienze che entrano nel bagaglio formativo di 61 laureati su cento (quasi tre punti percentuali più dell’anno passato): 95 su cento neo-dottori in agraria e 89 laureati del gruppo insegnamento, ma anche 46 laureati su cento del gruppo economico-statistico e perfino 22 neo-dottori su cento nelle materie giuridiche. L’impegno a monitorare la qualità di queste esperienze, cresciute tanto repentinamente nel passaggio fra il vecchio e il nuovo ordinamento, ha indotto AlmaLaurea ad effettuare una specifica indagine che ha coinvolto quasi 60mila laureati. I risultati di questo approfondimento verranno illustrati nelle pagine che seguono. Ma fin d’ora è bene ricordare che l’esperienza di tirocinio/stage si associa ad un più elevato indice di occupazione. L’ultima indagine sulla condizione occupazionale dei laureati ha accertato l’esistenza di un differenziale pari a 7 punti percentuali fra chi ha svolto uno stage durante gli studi rispetto a chi non vanta un’esperienza analoga23.

La soddisfazione per l’esperienza universitaria portata a termine vede contrarsi lievemente la quota di laureati decisamente soddisfatti, mentre rimane invariata la percentuale di quanti esprimono pieno apprezzamento per il corpo docente e aumenta quella relativa all’adeguatezza delle strutture universitarie; valutazioni, queste ultime due, che pure restano su valori più contenuti.

Si dichiarano decisamente soddisfatti del corso di studio concluso 35 laureati su cento (ed altri 52 su cento esprimono una soddisfazione più moderata): fra il 43 e il 41 per cento dei laureati dei gruppi giuridico, economico-statistico e chimico-farmaceutico e all’estremo opposto, su valori quasi dimezzati, 23 laureati su cento in educazione fisica e 21 del gruppo linguistico. Un quinto dei laureati è rimasto decisamente soddisfatto dei rapporti con i docenti (ed altri 64 su cento dichiarano di esserlo in misura più contenuta): soprattutto fra i laureati del gruppo medico-professioni sanitarie e del gruppo chimico-farmaceutico (entrambi con il 29 per cento). Più severo il parere dei laureati in psicologia ed architettura, che solo nel 13 e 14 per cento dei casi, rispettivamente, si dichiarano pienamente soddisfatti.

Per quanto riguarda la sostenibilità del carico di studio, il 29 per cento dei laureati ritiene che sia stato decisamente sostenibile (ed altri 57 lo giudicano comunque sostenibile): di più i laureati in educazione fisica (42 per cento), assai meno quelli del gruppo geo-biologico (22 per cento) ed ancor meno i neo ingegneri (17 su cento).

Se potessero tornare indietro 68 laureati su cento sarebbero disposti a ripetere l’esperienza di studio appena compiuta, nello stesso percorso di studio della stessa università. Altri 11 resterebbero nello stesso Ateneo, ma si orienterebbero diversamente; altrettanti farebbero la scelta inversa: stesso corso, ma in altro ateneo. Altri 6 cambierebbero sia corso sia università, ma solo 1 non si iscriverebbe più. La piena conferma dell’esperienza compiuta trova d’accordo il 77 per cento dei neo ingegneri e dei laureati del gruppo scientifico, 59 laureati su cento del gruppo educazione fisica e poco più di 53 del gruppo linguistico.

L’intenzione di proseguire gli studi, completata la laurea di primo ciclo, è generalmente assunta come la cartina di tornasole dello stato di avanzamento della riforma. Ma è evidente che su questo indicatore convergono e si sintetizzano una pluralità di fattori che si accentuano di fronte alla difficoltà dei giovani di percepire scenari incoraggianti e di intravedere credibili prospettive di lungo periodo. Fattori che riguardano le strategie di vita del singolo (fra sindrome di Peter Pan e tentazione del nuovo), la capacità formativa dell’università, le convinzioni e le perplessità del corpo docente circa la bontà del primo ciclo di studi nell’università riformata, l’ampiezza e la ricchezza dell’offerta formativa proposta al termine del primo livello, le difficoltà evidenti della domanda proveniente dal mercato del lavoro pubblico e privato, la posizione degli ordini professionali.

Certo è che, concluso il corso di primo livello, 80 laureati su cento dichiarano l’intenzione di proseguire gli studi: il 95 per cento dei neo psicologi e il 91 per cento dei laureati del gruppo geo-biologico, ma anche il 70 per cento dei dottori in agraria e perfino il 60 per cento dei laureati nelle professioni sanitarie.

Alla laurea specialistica, che è l’obiettivo più diffuso fra quanti sono orientati a proseguire gli studi, ma che registra una significativa contrazione rispetto all’anno precedente (-5,4 per cento) a conferma del processo di stabilizzazione in atto, ambiscono 65 laureati su cento: l’83-86 per cento dei laureati dei gruppi geo-biologico, psicologico e ingegneristico. Ma anche nei percorsi di studio che fanno registrare i valori più bassi l’attrattiva della laurea specialistica riguarda il 50 per cento dei laureati del gruppo insegnamento, il 42 per cento dei neo dottori in educazione fisica e il 20 per cento dei laureati delle professioni sanitarie. L’intenzione di proseguire gli studi viene confermata finora in tutte le indagini condotte ad un anno dal conseguimento del titolo.

Uno specifico approfondimento ha consentito di accertare che la continuità di sede riguarda oltre i tre quarti dei laureati di primo livello intenzionati a proseguire con la laurea magistrale. Fra i rimanenti, caratterizzati da maggiori esperienze di studio all’estero con programmi comunitari (doppie rispetto agli altri), da famiglie d’origine più favorite e da giudizi assai più critici rispetto all’esperienza di studio compiuta (in tutti gli aspetti valutati: soddisfazione complessiva, rapporti con i docenti, valutazione delle aule, delle postazioni informatiche e delle biblioteche), 15 su cento prospettano l’idea di rivolgersi ad altri atenei italiani, mentre poco meno di 2 su cento guardano al di là delle Alpi. La mobilità di sede (anche quella verso l’estero) in larga parte orientata in Italia verso gli atenei più grandi, vede aspiranti in misura più consistente fra i laureati delle professioni sanitarie e, più in generale, fra quelli dell’area delle scienze umane e sociali.

I laureati specialistici

Se, esaminando i laureati di primo livello, è stato possibile parlare di processo di stabilizzazione in fase avanzata, sul terreno dei laureati magistrali è necessario premettere, invece, che la transizione è tuttora in corso. Si tratta, ancora in larga parte, di una popolazione caratterizzata da risultati migliori, destinati verosimilmente a ridimensionarsi nei prossimi anni – così com’è accaduto per i laureati di primo livello – e che nel 90 per cento dei casi ha acquisito la laurea magistrale nella stessa sede in cui aveva acquisito anche il titolo di primo livello. Dopo i primi approfondimenti compiuti nel Rapporto precedente24, la consistenza dei laureati specialistici, diventati quasi 30mila negli Atenei aderenti ad AlmaLaurea nel 2007, ha consentito di ottenere significativi elementi di valutazione. Anche su questo versante gli approfondimenti e le valutazioni più rilevanti sono stati condotti concentrando l’attenzione sui laureati “puri”, che incidono per quasi l’83 per cento sui laureati specialistici esaminati.

Quasi la metà di questi laureati si concentra in tre soli percorsi formativi: ingegneristico (19,1 per cento), economico-statistico (17,3) e politico-sociale (13,3). Su valori compresi fra il 9,3 e il 7,3 per cento troviamo i laureati di secondo livello dei gruppi giuridico, psicologico e geo-biologico. Sono laureati magistrali con alle spalle un percorso formativo secondario superiore fortemente caratterizzato da studi liceali-scientifici, più di quanto non si registri fra i laureati di primo livello “puri”. Si vedranno meglio, in seguito, le performance di questi laureati. Più di un interrogativo pone la quota elevata, 43 laureati “puri” su cento, di coloro che terminato il secondo ciclo dell’università riformata aspirano ad una ulteriore prosecuzione degli studi. Ma che si tratti di una popolazione con caratteristiche ancora particolari è confermato, esattamente come lo scorso anno, dal 13 per cento di quanti intendono proseguire con un dottorato di ricerca. Altri 8 su cento puntano a master universitari ed altrettanti a scuole di specializzazione. L’intenzione di proseguire riguarda l’81 per cento dei laureati “puri” del gruppo psicologico, il 63 per cento dei loro colleghi del gruppo giuridico, il 60 per cento del letterario e meno di un quarto dei laureati “puri” economico-statistici ed ingegneri.

Che si tratti di laureati di ottima qualità è confermato dalla loro particolare regolarità. L’analisi condotta mette in evidenza che si tratta di laureati che hanno concluso nel 69 per cento dei casi i loro studi in corso – ed altri 28 con un anno di ritardo – (dall’83 per cento dei laureati del gruppo educazione fisica al 79 di quelli del geo-biologico, al valore minimo del 52 per cento dei laureati in architettura), ad un’età media di 26 anni (compresa fra i 28 anni del gruppo insegnamento, da un lato, e i 25,2 del gruppo chimico-farmaceutico e i 25,1 di quelli scientifico, giuridico, geo-biologico e ingegneristico, dall’altro).

La specificità più volte richiamata dei laureati delle professioni sanitarie trova conferma anche nel ridotto contingente (265 individui in tutto, poco più dell’uno per cento dei laureati “puri”) di quanti hanno acquisito la laurea specialistica nel medesimo ambito. Così risulta, fra l’altro, per quanto riguarda la regolarità degli studi (91 per cento in corso), l’altissima percentuale di quanti hanno studiato svolgendo continuativamente un’attività lavorativa (complessivamente 70 laureati su cento), l’età media alla laurea prossima ai 42 anni. Quest’ultimo indice chiarisce almeno in parte l’ambiente socio-economico di provenienza dei laureati delle professioni sanitarie; solo il 9,4 per cento proviene da famiglie con almeno un genitore laureato (rispetto al 31,1 verificato nel complesso dei laureati specialistici “puri”).

Nel profilo dei laureati specialistici “puri” la votazione finale è prossima al massimo (in media 109,1 su 110). è questo il risultato di sintesi che vede un terzo dei percorsi di studio in esame superare il voto medio di 110 (si consideri che “110 e lode” nella documentazione AlmaLaurea è convenzionalmente posto uguale a 113), mentre al di sotto si collocano – tra i gruppi più consistenti – le votazioni dei laureati del gruppo ingegneria ed economico-statistico25. Laureati di ottima qualità, si è detto, favoriti probabilmente anche dall’ambiente familiare di provenienza che li vede uscire da famiglie con genitori laureati più frequentemente di quanto non si riscontri nel complesso (31 per cento dei casi, contro il 25 per cento).

Nell’esperienza formativa dei laureati specialistici “puri” si riscontrano indici particolarmente elevati di frequenza alle lezioni (79 laureati su cento dichiarano di avere frequentato regolarmente più dei tre quarti degli insegnamenti previsti). L’assiduità maggiore, superiore al 90 per cento, si riscontra nell’ambito dei gruppi chimico-farmaceutico, professioni sanitarie, geo-biologico ed ingegneria; all’estremo opposto, fra i laureati del gruppo insegnamento i frequentanti sono pari al 50 per cento. Si riscontra, inoltre, una consistente esperienza di stage, che coinvolge complessivamente 56 laureati specialistici “puri” su cento (l’88 per cento nei gruppi psicologico ed educazione fisica e il 19 per cento nel gruppo giuridico). Più diffusa anche l’utilizzazione delle opportunità di studio all’estero con programmi comunitari (indipendentemente da analoghe esperienze compiute nel corso del precedente triennio): complessivamente 8,8 su cento (quasi 3 punti percentuali in più di quanto accertato fra i laureati “puri” di primo livello). A parte il gruppo linguistico, dove questa opportunità coinvolge 17 laureati su cento, i valori più elevati si riscontrano nei gruppi ingegneria e politico-sociale (12,5 e 11,6 rispettivamente).

L’esperienza compiuta con la laurea specialistica risulta ampiamente apprezzata (se sono decisamente soddisfatti 42 laureati su cento, altri 48 esprimono comunque una valutazione positiva) tanto che la gran parte (78 per cento) la ripeterebbe nelle stesse condizioni (stesso corso e stesso ateneo). Si tratta di un processo di fidelizzazione superiore all’83 per cento e dunque particolarmente riuscito, per i laureati specialistici “puri” del gruppo chimico-farmaceutico, i colleghi del gruppo giuridico ed i laureati specialistici “puri” del gruppo ingegneristico.

I laureati specialistici a ciclo unico

I laureati specialistici a ciclo unico costituiscono una categoria che non ha bisogno dell’articolazione tra “puri” e “ibridi” utilizzata in tutto il resto di questo Rapporto. Essi hanno raggiunto nel 2007 quota 7700 (rappresentando il 4,2 per cento del complesso dei laureati 2007) ed è opportuna una precisazione del loro profilo. Oltre la metà di tali laureati è rappresentata da medici. I laureati del gruppo chimico-farmaceutico ne costituscono poco più di un quinto (22 per cento). Il 12 per cento ha una laurea in architettura. Prevalgono nettamente le donne (quasi due terzi). L’età media alla laurea raggiunge complessivamente i 26,7 anni. Si tratta di un collettivo di estrazione sociale più elevata rispetto al complesso dei laureati (45 su cento provengono da famiglie con almeno un genitore laureato, contro 25 per cento; l’80 per cento ha una formazione liceale classica o scientifica contro il 52 per cento), in cui risulta massima la presenza di cittadini di nazionalità estera (6,4 per cento rispetto al 2,6 complessivo) non a caso frequentanti i corsi del gruppo medico. Particolarmente positive risultano le performance di questi laureati sintetizzabili: nella votazione di laurea (in media 106,2 su 110); nella regolarità con cui riescono a concludere gli studi quasi la metà di loro (48 per cento); e nell’esperienza di studi all’estero con programmi comunitari (che riguardano 8 laureati su cento contro 6 per il complesso dei laureati).

L’identikit di questi laureati conferma che i percorsi di studio di cui si tratta non consentono il contemporaneo svolgimento di attività lavorative (è lavoratore-studente solo un laureato su cento). Risulta positiva la valutazione dell’esperienza compiuta, se si considera la disponibilità a ripeterla: nel 72 per cento dei casi nella stessa sede ed in altri 17 per cento in sedi diverse. L’elevata propensione alla prosecuzione degli studi (74 per cento) è in gran parte fisiologicamente dovuta alla componente medica, “obbligata” a proseguire verso la specializzazione.

La qualità dei tirocini organizzati dal corso di laurea

Si tratta di un’esperienza più che raddoppiata fra i laureati dall’avvio della riforma. Nel 2007 ha riguardato, infatti, oltre la metà del complesso dei laureati, sottolineando il crescente impegno delle università e la positiva collaborazione con il mondo del lavoro (l’80 per cento dei tirocini sono stati svolti al di fuori dell’università).

Come è noto i tirocini possono consistere in attività espressamente organizzate nell’ambito dei piani di studio dei rispettivi corsi di laurea, oppure in attività professionali svolte al di fuori del corso e successivamente riconosciute in termini di crediti formativi. AlmaLaurea, attraverso una specifica indagine via web (metodo CAWI) ha voluto rilevare la qualità dei tirocini formativi, concentrando l’attenzione sugli stage effettivamente svolti all’interno del corso di laurea, che incidono per circa i tre quarti sulle attività di tirocinio complessivamente riconosciute. La rilevazione, che ha coinvolto quasi 60.000 laureati del 2006, è avvenuta fra il 2 e il 23 aprile 2008 con un ottimo tasso di risposta (42,8 per cento). I rispondenti si ripartiscono in laureati di primo livello (81,4 per cento), specialistici (13,6 per cento) e specialistici a ciclo unico (3,8). Ad essi si aggiungono i laureati del corso non riformato di scienze della formazione primaria (1,2).

I risultati, mediante un’appropriata operazione di riproporzionamento per genere, ateneo, tipo di corso e facoltà, risultano rappresentativi dell’intera popolazione AlmaLaurea che ha sperimentato questa esperienza formativa.

L’indagine, che per la ricchezza della documentazione raccolta consentirà ben più ampi approfondimenti26, ha intanto permesso alcune significative verifiche.

Dall’attività di tirocinio gli ex-studenti si aspettavano soprattutto l’opportunità di acquisire competenze professionali, motivazione che è risultata prevalente rispetto all’approfondimento degli interessi culturali e alle prospettive di inserimento nel mondo del lavoro.

Esiste una relazione fra luogo di svolgimento dei tirocini e gruppo disciplinare di laurea. Per il gruppo geo-biologico, scientifico e medicina e odontoiatria il luogo più frequente è risultata l’Università; per i gruppi insegnamento, politico-sociale, letterario, psicologico e per le professioni sanitarie gli Enti pubblici o le Aziende pubbliche; infine, per l’agrario, ingegneria, educazione fisica, linguistico, chimico-farmaceutico, giuridico, architettura ed economico-statistico, gli Enti o Aziende privati.

I laureati sono risultati in generale soddisfatti della disponibilità e della competenza mostrate dal tutor di riferimento, quello di Ateneo e il tutor dell’Ente/Azienda dove è avvenuto il tirocinio.

L’organizzazione del tirocinio e la chiarezza dei compiti assegnati sono risultate soddisfacenti, ma più negli Enti/Aziende sia pubblici sia privati che nei tirocini svolti in seno alle stesse Università.

La coerenza del tirocinio con la disciplina di studio non è risultata completamente soddisfacente, in quanto un tirocinante su quattro ha svolto attività coerenti con gli studi universitari solo per meno della metà della durata complessiva del tirocinio; la coerenza è migliore per i tirocini previsti dalle lauree specialistiche e per quelli svolti all’interno delle Università.

In generale le attività di tirocinio sono state giudicate positivamente per quanto riguarda la sostenibilità del carico di lavoro, l’utilità per la formazione sia personale che professionale, il coinvolgimento da parte del personale della struttura e l’autonomia nello svolgimento dei compiti assegnati. La soddisfazione è risultata maggiore nel caso dei tirocini svolti in Enti/Aziende pubblici, seguiti dal settore privato e infine dalle Università.

Sotto il profilo dell’occupazione, i tirocini, come si è già ricordato, sono connessi a livelli occupazionali più elevati di 7 punti percentuali rispetto a quanti non li hanno effettuati, il 30 per cento di chi vanta quell’esperienza ne riconosce l’utilità per l’inserimento nel lavoro (13 su cento rimanendo a lavorare nelle stessa struttura); altrettanti dichiarano che non ha avuto influenza per l’attività svolta, mentre per i restanti 36 su cento la questione non si pone, verosimilmente perché impegnati nella prosecuzione degli studi.

Alcune considerazioni conclusive

E’ stata analizzata, inizialmente, la qualità del capitale umano complessivamente formatosi nelle università nel 2007, indipendentemente dalle sue diverse componenti (laureati del vecchio ordinamento, di primo livello, specialistici, specialistici a ciclo unico). Il quadro d’insieme mostra consistenti miglioramenti (in parte attesi, come la riduzione dell’età alla laurea, per esempio) nell’intervallo 2001-2007 ed anche fra i due anni più recenti.

Successivamente l’attenzione è stata concentrata sulla popolazione in via di stabilizzazione (quella dei laureati di primo livello che abbiamo definito “puri”), la sola che consente valutazioni in grado di accertare lo stato d’avanzamento reale della Riforma. La presentazione dei risultati ha tenuto conto di un duplice punto di riferimento: quello delle caratteristiche e delle performance dei laureati all’avvio della riforma ed il confronto con quelle analoghe dell’anno passato. Il raffronto fra 2001 e 2007 mostra risultati di gran lunga migliorativi di quelli del bilancio complessivo esaminati poco sopra. Il raffronto con l’anno precedente – com’era previsto, dato il processo di stabilizzazione della popolazione osservata – è contrassegnato, invece, dal ridimensionamento di quei valori che pure rimangono attestati su livelli complessivamente confortanti.

Il Rapporto contiene ulteriori approfondimenti sui laureati specialistici e su quelli a ciclo unico, così come su altri aspetti importanti degli studi universitari, ai quali si rinvia.

In merito ai laureati di primo livello “puri” sembrano opportune alcune sottolineature. La tendenziale crescita dell’età alla laurea era, nel contesto di stabilizzazione di cui si è detto, prevedibile. In ogni caso il suo incremento fra il 2006 e il 2007 è stato piuttosto contenuto (da 24,2 a 24,5 anni), e l’età alla laurea si mantiene ben lontana dai 28 anni che hanno caratterizzato a lungo i laureati italiani fino alla vigilia della riforma. A questo si aggiunga la tendenza a crescere dell’età all’immatricolazione.

La regolarità negli studi, la capacità cioè di completare il percorso formativo nei tempi previsti dagli ordinamenti, seppure ridottasi rispetto a quella registrata l’anno precedente (erano risultati regolari 49,2 laureati su cento), continua a riguardare quasi il 45 per cento dei neo-laureati: un valore ben superiore al 9-10 per cento che caratterizzava il complesso dei laureati negli anni immediatamente precedenti l’avvio della riforma.

La frequenza alle lezioni rimane su valori elevati (molto più elevati di quanto registrato fra i laureati pre-riforma): 70 laureati “puri” su cento hanno dichiarato di avere frequentato regolarmente più del 75 per cento degli insegnamenti previsti.

è evidente che il positivo affacciarsi all’università di giovani e di adulti provenienti da fasce di popolazione meno favorite, associato ad un’assidua frequenza alle lezioni, sottolineano l’urgenza di provvedere con il potenziamento di servizi di Diritto allo Studio adeguati alla nuova domanda di formazione, a cominciare da una politica per gli alloggi. L’approfondimento effettuato sulle condizioni di vita e di studio dei giovani laureati è al riguardo eloquente.

Lo studio all’estero mostra per il secondo anno consecutivo timidi segni di ripresa (anche se risulta assai più praticato fra i laureati specialistici), ma la flessione avvenuta con l’avvio della riforma rischia di escludere da questa importante esperienza fasce consistenti di giovani, particolarmente fra quelli che provengono da ambienti familiari meno favoriti.

Tirocini e stage riconosciuti dal corso di studi, moltiplicatisi nel passaggio fra il vecchio e il nuovo ordinamento, lievitano ulteriormente ed entrano nell’esperienza formativa di 61 laureati su cento (tre punti percentuali più dell’anno passato). Questo testimonia l’impegno delle università e la collaborazione con il mondo del lavoro. Stage e tirocini sono stati oggetto di una approfondita verifica di qualità che ha condotto a risultati complessivamente confortanti. Non va dimenticato che all’esperienza di tirocinio/stage si associa già un più elevato tasso di occupazione (7 punti percentuali in più fra chi ha svolto uno stage durante gli studi rispetto a chi non vanta un’esperienza analoga, secondo l’ultima indagine AlmaLaurea).

La valutazione ampiamente positiva dell’esperienza universitaria portata a termine permane su valori elevati nell’opinione dei laureati. Si dichiarano decisamente soddisfatti del corso di studio concluso 35 laureati su cento (ed altri 52 esprimono una soddisfazione più moderata). L’apprezzamento per i docenti, seppure in aumento, registra valutazioni più critiche. Un quinto dei laureati è rimasto decisamente soddisfatto ed altri 65 su cento lo sono in misura più contenuta. La piena sostenibilità del carico di studio degli insegnamenti è confermata dal 30 per cento dei laureati; per altri 57 la sostenibilità è comunque riconosciuta, seppure non pienamente.

In questo quadro complessivamente incoraggiante resta l’interrogativo sulla compiutezza dell’impianto riformatore e sulla capacità di piena valorizzazione del capitale umano fornito dalle università da parte del sistema paese. L’interrogativo nasce dall’ampiezza della domanda di ulteriore formazione manifestata non solo dall’80 per cento dei laureati “puri” di primo livello (65 per cento, cinque punti meno dell’anno precedente, verso la laurea specialistica) e dal 74 per cento dei laureati specialistici a ciclo unico, ma anche dal 43 per cento dei laureati magistrali. Si tratta di un dato sul quale riflettere anche per scongiurare il rischio che si affermi un sistema caratterizzato da un’ulteriore dilatazione dei tempi di formazione per raggiungere le mète e gli obiettivi formativi più ambìti e più competitivi che resterebbero così, in assenza di una diversa politica del diritto allo studio, alla portata dei soli che possono permetterselo.

Alcuni osservatori hanno sostenuto che la riforma non viene apprezzata dal mercato e che si assiste al drastico peggioramento non solo delle prospettive di occupazione dei laureati di primo livello rispetto a quelli del vecchio ordinamento, ma che per i primi peggiorano perfino la stabilità, la retribuzione e la qualità del lavoro. Il precedente Rapporto AlmaLaurea ha dimostrato chiaramente l’infondatezza di queste tesi, evidenziando che quei risultati sono dovuti alla prosecuzione degli studi, verso la laurea specialistica, di una quota rilevante di laureati di primo livello. Una parte dei quali tenta di raggiungere l’obiettivo, magari per la necessità di mantenersi agli studi, coniugando studio e lavoro; un’attività lavorativa che così specificata è ovviamente meno stabile, meno retribuita, di minore qualità. Anzi a parità di condizioni, come s’è visto, i laureati triennali guadagnano di più.


Principali caratteristiche dei laureati - 2007 e 2006







1 Cfr. F. Roversi Monaco, Premessa, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, Il Mulino, 2008.

2 W. I. Thompson, Le implicazioni culturali della nuova biologia, in W. I. Thompson (a cura di), Ecologia e autonomia, Feltrinelli, 1988.

3 Comprendere in questa verifica anche coloro che, iniziati gli studi prima della Riforma, su percorsi di durata 4, 5 o 6 anni, hanno concluso la loro carriera universitaria trasferendosi in un corso triennale, porta a profonde distorsioni e pone a carico del processo riformatore insuccessi e ritardi ereditati dal vecchio ordinamento. Le distorsioni sono tanto più consistenti quanto più elevata è la quota di laureati che si trasferiscono (fra quelli del 2006 era del 20 per cento, e ancora il 15 per cento l’anno successivo) e quanto più tormentata e prolungata risulta la loro carriera di studi (spesso resa più difficoltosa da attività lavorative svolte contemporaneamente agli studi, oppure afflitta da ritardi, insuccessi ed altre evenienze). Con queste avvertenze la regolarità dei laureati triennali “puri” 2006 si attesta al 49,2 per cento, 4,4 punti percentuali in più di quella fatta registrare dal complesso dei laureati di 1° livello. Nel 2007 i triennali “puri” in corso sono il 44,7 per cento, circa 3 punti in più rispetto al totale (1° livello). Il quadro fornito, anche recentemente, da autorevoli quotidiani nazionali, avvalendosi di elaborazioni quantomeno discutibili, ha finito per accreditare una regolarità di gran lunga più critica (fra il 30 e il 34 per cento) con effetti di disorientamento nell’opinione pubblica, fra chi opera all’università e fra i giovani che si apprestano ad iscrivervisi.

4 Anche se si deve sempre ricordare che in Italia il problema dell’accesso non è stato ancora risolto. Lo sta a testimoniare, come si vedrà più avanti, la quota di laureati sulla popolazione che è nettamente inferiore a quella di numerosi paesi a diverso livello di sviluppo.

5 In questo caso, l’enfasi, più che sul problema dell’accesso, è posta sulla dotazione di capitale umano nazionale su cui potrà contare in futuro il nostro Paese.

6 “The quality-related information systems required by individual institutions will depend to some extent on local circumstances, but it is at least expected to cover: student progression and success rates; employability of graduates; students’ satisfaction with their programmes; effectiveness of teachers; profile of the student population; learning resources available and their costs; the institution’s own key performance indicators”, in European Association for Quality Assurance in Higher Education (ENQA), Standards and guidelines for Quality Assurance in the European Higher Education Area, 2005, p. 18.

7 Il dato del 2001 comprende tutti i laureati, inclusi quelli dei percorsi di studio poi trasformati in lauree specialistiche a ciclo unico (medicina e chirurgia, odontoiatria, medicina veterinaria, farmacia, architettura e, più recentemente, giurisprudenza). Il dato del 2007 comprende i laureati di primo livello (voto di laurea pari a 101,5), i laureati specialistici (108,8), i laureati specialistici a ciclo unico (106,2) e i laureati pre-riforma (101,4).

8 Il confronto è condotto fra laureati “puri” dediti esclusivamente ad una attività lavorativa iniziata dopo l’acquisizione del titolo di studio. Cfr. A. Cammelli, Dopo la laurea di I livello: indagine sperimentale sui laureati dell’anno solare 2005, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, Il Mulino, 2008.

9 Il Rapporto 2007 riguarda le Università di Bari, Basilicata, Bologna, Bolzano, Cagliari, Calabria, Camerino, Cassino, Castellanza-LIUC, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Ferrara, Firenze, Foggia, Genova, Messina, Milano-IULM, Milano-San Raffaele, Modena e Reggio Emilia, Molise, Napoli-Seconda Università, Padova, Parma, Perugia, Piemonte Orientale, Reggio Calabria-Mediterranea, Roma-Campus Bio-Medico, Roma-IUSM, Roma-La Sapienza, Roma-LUMSA, Roma Tre, Salento, Salerno, Sassari, Siena, Torino Politecnico, Torino Università, Trento, Trieste, Udine, Valle d’Aosta, Venezia-Ca’ Foscari, Venezia-IUAV, Verona e Viterbo-Tuscia. A maggio 2008 risultano consorziati ad AlmaLaurea anche gli Atenei di Benevento-Sannio, Casamassima-LUM, L’Aquila, Perugia-Università per Stranieri, Teramo, che saranno compresi nei prossimi Rapporti sul Profilo dei laureati.

10 Sono stati esclusi dalla popolazione osservata i laureati che hanno ottenuto il titolo di studio universitario in seguito a convenzioni speciali (essenzialmente lavoratori del campo sanitario, membri delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate).

11 L’intera documentazione nella sua articolazione più ampia è consultabile all’indirizzo: www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2007.

12 Secondo il decreto ministeriale Miur n. 362 del 3 luglio 2007 prevede che «il Ministero, avvalendosi del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario, monitora e valuta ex post i programmi delle Università, prendendo in considerazione i risultati dell’attuazione degli stessi, facendo riferimento ai miglioramenti o ai peggioramenti che caratterizzano gli esiti delle attività di ciascuna Università. I parametri e i criteri per il monitoraggio e la valutazione […] sono definiti mediante indicatori quali-quantitativi». Il decreto ministeriale Miur n. 544 del 31 ottobre 2007 elenca, fra gli indicatori da usare «ai fini della verifica del possesso dei requisiti che assicurano alle Università livelli di qualità, efficienza ed efficacia», anche (fra gli indicatori di efficacia) «il livello di soddisfazione dei laureandi sul corso di studio» e «la percentuale di impiego dopo il conseguimento del titolo, attraverso il rapporto tra occupati e laureati a 1, 3 e 5 anni».

13 Cfr. Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, X Rapporto sulla Condizione occupazionale dei laureati, 2008.

14 “I regolamenti didattici di ateneo, nel rispetto degli statuti, disciplinano altresì gli aspetti di organizzazione dell’attività didattica comuni ai corsi di studio, con particolare riferimento […] all’eventuale introduzione di apposite modalità organizzative delle attività formative per studenti non impegnati a tempo pieno”. Art. 11, comma 7, lettera h), del D.M. n. 509/1999.

15 I lavoratori-studenti sono i laureati che hanno dichiarato di avere svolto attività lavorative continuative a tempo pieno per almeno la metà della durata degli studi sia nel periodo delle lezioni universitarie sia al di fuori delle lezioni. Gli studenti-lavoratori sono tutti gli altri laureati che hanno compiuto esperienze di lavoro nel corso degli studi universitari.

16 La relazione fra lavoro svolto durante gli studi e ritardo alla laurea si manifesta in misura rilevante fra i laureati del vecchio ordinamento. Inizia a presentarsi anche fra i laureati “puri” del primo livello.

17 Nei precedenti Rapporti, commentando l’identikit dei laureati “puri”, considerevolmente migliore di quello osservato per il complesso dei laureati di primo livello (e, ovviamente, ancora di più per i neo-dottori “ibridi”), avevamo sottolineato come i migliori risultati che caratterizzavano quanti giungevano per primi al traguardo fossero destinati a ridimensionarsi nelle coorti successive. Cfr. A. Cammelli, La riforma alla prova dei fatti, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura di), VIII Profilo dei laureati italiani. I primi figli della riforma, Bologna, il Mulino, 2006.

18 Il riferimento è al collettivo dei laureati che, alla vigilia della laurea, hanno compilato il questionario AlmaLaurea.

19 Il confronto non risente della presenza fra i laureati del 2007 dei dottori degli atenei di Castellanza-LIUC, Milano-S. Raffaele, Napoli-Seconda Università, Roma-IUSM e Valle d’Aosta, che entrano per la prima volta nelle elaborazioni sul Profilo e che, complessivamente, pesano sulla popolazione osservata per meno del 3 per cento.

20 Nel complesso dei laureati di primo livello, le differenze risultano pressoché identiche (pari a 3,6 su cento), ma su valori più bassi, compresi fra il minimo di 81,4/100 per gli istituti professionali e 85 per i diplomi linguistici. Le altre votazioni risultano (in ordine crescente): licei scientifici 81,7, istituti tecnici 81,9, liceo psico-socio-pedagogico 82; licei classici 83; istruzione artistica 84,5.

21 Le performance di questi laureati, nella fase di avvio della riforma, da un lato hanno migliorato gli indicatori dell’intera popolazione dei laureati di primo livello “puri” (regolarità negli studi, frequenza alle lezioni, svolgimento di stage, soddisfazione complessiva per il corso e per i docenti), dall’altro hanno invece hanno avuto un effetto penalizzante (regolarità all’immatricolazione, età alla laurea, esperienze di studio all’estero). Ma queste differenze non sono risultate tali da modificare in misura apprezzabile il quadro complessivo analizzato.

22 L’indagine longitudinale è stata effettuata sulla base documentaria Miur relativa agli atenei aderenti al Consorzio interuniversitario, integrata dalla documentazione originale proveniente dalle rilevazione AlmaLaurea.

23 Cfr. AlmaLaurea, X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, Bologna, 2008.

24 Cfr. L. Benadusi e G.P. Mignoli, I primi laureati specialistici “puri”, in Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea (a cura del), IX Profilo dei laureati italiani. La riforma allo specchio, Bologna, Il Mulino, 2008.

25 Per i laureati “puri” dei corsi specialistici le votazioni medie finali risultano le seguenti: letterario 111,7; geo-biologico 110,9; scientifico 110,6; agrario 110,5; chimico-farmaceutico 110,4; linguistico 110; medico (professioni sanitarie) 109,8; insegnamento 109,7; psicologico 109,4; architettura 109,2; politico-sociale 109,1; giuridico 108,6; economico-statistico 108,5; educazione fisica 107,9; ingegneria 107,6.

26 L’analisi completa e dettagliata dell’indagine web sarà presto consultabile sul sito di AlmaLaurea all’indirizzo www.almalaurea.it.