AlmaLaurea: XII Profilo dei laureati italiani

"L'istruzione universitaria nell'ultimo decennio. All'esordio della European Higher Education Area"

A dieci anni dalla riforma: il profilo dei laureati italiani

sintesi di Andrea Cammelli

La riforma universitaria è stata un fallimento, per qualcuno un vero e proprio disastro? La realtà osservata dal Consorzio AlmaLaurea (60 Atenei aderenti) con la nuova indagine sul Profilo dei laureati usciti dall’università nel 2009 rivela un orizzonte per tanti versi assai differente da quello descritto con tanta insistenza, dentro e fuori dall’università.

L’indagine ha coinvolto i 190mila laureati del 2009 (110mila con laurea di primo livello, 47.000 con laurea specialistica/magistrale e 13.000 con laurea a ciclo unico) in uno dei 51 Atenei aderenti da almeno un anno ad AlmaLaurea e restituisce la documentazione articolata sino al singolo corso di laurea. Si avrà modo così di apprezzare, pure nel contesto dell’identico impianto riformatore, l’estrema variabilità che caratterizza i diversi aspetti indagati.
Unitamente a quella sulla condizione occupazionale dei laureati ad 1, 3 e 5 anni dalla conclusione degli studi, tale documentazione costituirà un punto di riferimento importante (unico nel panorama europeo): per aiutare i giovani ad orientarsi; i docenti universitari a verificare i risultati del proprio impegno; i responsabili locali e nazionali delle Università a programmare, migliorare, correggere, il mondo produttivo a conoscere meglio le caratteristiche del capitale umano formatosi negli Atenei, valorizzandolo di più e meglio, suggerendo le modifiche ritenute utili. Tutto ciò, è doveroso evidenziarlo, non sarebbe stato possibile senza la collaborazione e la disponibilità alla piena trasparenza dei Rettori delle Università aderenti al Consorzio.

A dieci anni dall’avvio della riforma, l’indagine tenta il confronto fra i risultati raggiunti dai laureati prima e dopo l’avvio del processo riformatore. Non per verificare se il 3+2 ha fallito o ha avuto successo, non è il compito di AlmaLaurea dare voti; ma per fornire il quadro dei risultati raggiunti consentendo così di intervenire dove è possibile e necessario cambiare o modificare. Con la convinzione, di einaudiana memoria, che per governare è necessario conoscere. E quando per conoscere, da Galileo in poi, è buona norma “misurare il misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è”, diventa essenziale che i risultati siano tempestivi, completi, affidabili, periodicamente rilevati per consentire i confronti nel tempo e nello spazio. I numeri non dicono tutto, ma i dati empirici rappresentano pur sempre la base indispensabile per ogni seria verifica. Partiamo, dunque, da qui.

In dieci anni una istituzione come quella universitaria può dire di aver raggiunto questi risultati: aumentato il numero di laureati; ridotto considerevolmente l’età alla laurea; quadruplicato i laureati in corso; aumentato la frequenza alle lezioni; migliorato il rapporto con il mondo produttivo triplicando le esperienze di stage durante gli studi; essere prossima, almeno per i laureati specialistici, al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’Europa rispetto alle esperienze di studi all’estero. Al di là dei risultati raggiunti, al di là delle tante cose di cui l’università si deve emendare, delle difficoltà, senza finanziamenti adeguati e con continue riforme, siano complessivamente assai più confortanti di quanto non vadano ripetendo i tanti cultori del flop della riforma. E non sarebbero stati possibili senza l’impegno continuo e non riconosciuto dei tanti docenti e ricercatori veri e propri samaritani della cultura e della ricerca. Una preoccupazione, invece, dovrebbe essere tenuta ben più presente: che questi giovani, anche i più preparati, rischiano di restare intrappolati fra un sistema produttivo che non assume e un mondo della ricerca carente di mezzi. Perché è certo che lo stesso esercito dei samaritani non sarà sufficiente a garantire la ripresa e un futuro di sviluppo se il Paese continuerà a non considerare gli investimenti in formazione superiore e ricerca come investimenti prioritari e strategici.