Convegni

"Valorizzare i laureati"

"AlmaLaurea spinge le nostre imprese a fare un esame di coscienza”. Intervista a Claudio Gentili (Confindustria) sul rapporto università-imprese: “Perché non fare l’ultimo anno della laurea triennale in apprendistato?"
10 Marzo 2013

 

“Per dare giudizi attendibili sulla condizione occupazionale dei laureati bisogna considerare il fattore tempo”. Claudio Gentili, responsabile Education di Confindustria e membro del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione e del gruppo esperti Biac dell’Ocse, è intervenuto al convegno AlmaLaurea “Investire nei giovani: se non ora quando?” che si è tenuto il 12 marzo all’Università Ca’ Foscari di Venezia. 
 
 
L’ultimo rapporto AlmaLaurea conferma una sostanziale difficoltà dei laureati nell’ingresso nel mercato del lavoro, questo in un clima generale di crisi che ha colpito soprattutto i giovani; anche se la laurea si conferma un buon antidoto contro la disoccupazione. Come commenta questi dati? 
“Il Rapporto AlmaLaurea va letto con molta attenzione e per poter dare dei giudizi attendibili sull’esito occupazionale dei laureati bisogna considerare il fattore tempo: le imprese raramente assumono una persona e le danno uno stipendio molto alto. Lo stipendio è anche frutto dell’esperienza lavorativa, per questo alcune volte si dice che i laureati guadagnano meno dei diplomati. Questo è vero nei primi anni, ma nel lungo periodo non è così”. 
 
Più formazione e più risorse possono rappresentare una strada per la ripresa e lo sviluppo?
“Prima di tutto: più orientamento. Noi abbiamo 50mila laureati destinati ad occupazioni che non hanno niente a che vedere con la loro laurea, e le imprese cercherebbero 30/40mila laureati che non trovano. Quindi il primo problema è aiutare i ragazzi a sapere quali sono le lauree che garantiscono con maggiore certezza un lavoro. Il secondo elemento è presentarsi il prima possibile nel mercato del lavoro e arricchire l’esperienza di studio con stage, tirocini e apprendistato. Ad esempio, perché non fare l’ultimo anno della laurea triennale in apprendistato? O perché non fare in alto-apprendistato il dottorato di ricerca?”.
 
Cosa chiedono le imprese all’università?
“Le imprese chiedono all’università di non essere chiusa. L’università ha di fronte a sé due modelli: il modello della turris eburnea medievale che vede il mondo esterno come un pericoloso invasore, oppure il modello humboldtiano, che ha inventato Von Humboldt nel 1815 a Berlino, che dice che l’università ha tre ingredienti: ricerca – e chi non fa ricerca non è una seria università; didattica – e chi manda sempre il proprio assistente ad insegnare non è un bravo professore – e trasferimento. Quest’ultima parola è talvolta ignorata da molti atenei, soprattutto nelle facoltà scientifiche, ma anche in quelle umanistiche: invece è fondamentale trasferire alla società quello che l’università studia. C’è un banco di prova, per gli universitari: chiedete, nella vostra università, chi fa parte del consiglio di amministrazione. Se il vostro ateneo ha scelto tra i membri cosidetti esterni (che non vuol dire estranei, ma vuol dire consiglieri indipendenti), persone che rappresentano il mondo economico e produttivo: quell’università avrà una marcia in più per aiutarvi a trovare lavoro”.
 
La documentazione AlmaLaurea è uno strumento utile anche per chi ha responsabilità nel mondo delle imprese?
“Assolutamente sì, molte nostre aziende usano i curricula messi a disposizione nella banca dati e soprattutto AlmaLaurea diventa una sorta di memoria annuale, che spinge anche le nostre imprese a fare un esame di coscienza. Probabilmente le nostre imprese possono e devono assumere più laureati, devono valorizzarli di più nei percorsi di carriere; quindi bisogna avvicinarsi da entrambi le parti”.