Lavoro

“L’università mi ha reso libero”

È lo studio ad aver cambiato la vita di Aman Yihdego, 37enne neo-italiano con una laurea in Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi.
25 Giugno 2013

La prima laurea l’aveva reso uomo, quella specialistica l’ha fatto diventare “libero”. Senza voler cadere in facili sentimentalismi, quella di Aman Yihdego non può che definirsi una bella storia: c’è la sofferenza e c’è il riscatto, un’infanzia difficile e un presente sereno, la solitudine prima e l’amore adesso. AlmaLaurea aveva iniziato a raccontarla nel 2011, pochi mesi dopo la sua laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione alla Libera Università degli studi Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma. Nato ad Asmara, in Etiopia, nel 1975, Aman per fuggire dalla guerra si è rifugiato prima ad Addis Abeba, quindi è andato al Cairo e ad Alessandria d’Egitto per arrivare in Italia quando era ancora bambino: è stato a Bergamo, a Livorno in un istituto gestito dalle suore e poi a Roma e precisamente alla Città dei Ragazzi, una comunità di accoglienza per giovani italiani e stranieri in situazione di disagio, dove è rimasto dai 9 ai 18 anni. L’avevamo lasciato con tanti progetti per la testa: un lavoro come insegnante di informatica presso la comunità in cui è cresciuto, le lezioni serali di salsa (è stato anche vice campione italiano), il desiderio di continuare a studiare (“Mi piacerebbe laurearmi in Ingegneria) e il sogno di aprire una casa-accoglienza per minori. Poi, pochi giorni fa, una telefonata: “Pronto, sono Aman, mi sono laureato!”.

Allora, Aman, in che cosa ti sei laureato adesso?
“In Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi. È un corso magistrale del dipartimento di Scienze umane della Lumsa e rappresenta la naturale prosecuzione della triennale. L’ho scelto per avere qualche competenza in più e mi rendo conto ora che mai scelta fu più appropriata, perché a poco a poco la mia vita ha iniziato a riempirsi  di significati e gli argomenti di  studio altro non sono stati che l’occasione per ripercorrere la mia storia, fotogramma per fotogramma: come un regista rivede le scene per  valutarne l’efficacia, così io ho iniziato a pormi le domande, a cercare il senso del mio quotidiano e a demolire, mattone per mattone, il muro che avevo innalzato e che mi difendeva dal mondo. Ma è stato faticoso, davvero: i miei impegni professionali sono aumentati e non è stato facile rimettermi a studiare, trovare il tempo per scrivere la tesi. Infatti, a volte mi sono chiesto chi me lo avesse fatto fare. In realtà era un mio bisogno e grande è stata la soddisfazione di laurearmi con 110/110  e lode”. 

Su che cosa hai fatto la tesi di laurea?
“L’argomento era il profilo dell’educatore negli scritti di Martin Buber, teologo, filosofo e pedagogo. Sono partito dalla mia esperienza personale, dal fatto che da bambino e poi da ragazzo ho vissuto in comunità e che da oltre 17 anni esercito la professione di educatore e docente di informatica presso la Città dei ragazzi. Secondo me, l’educatore è agire consapevole e autentico fare. L’educatore deve essere e non apparire, non deve imporsi, ma deve sapere accettare, dialogare e comprendere l’altro, anche nei conflitti. Alla base di ogni rapporto educativo ci devono essere umiltà, senso di responsabilità e fiducia”.

Dici che la nuova laurea ti ha reso libero. In che senso?
“Mi ha reso libero perché mi ha reso consapevole e padrone di me stesso. La libertà non è fare ciò che si vuole, è scegliere con consapevolezza. Questo mi ha insegnato il mio percorso di studio nelle Scienze umane. Secondo me, discipline come la pedagogia e la filosofia dell’educazione dovrebbero essere inserite già alle elementari, perché se non si capisce da bambini che persona si è e che cosa si vuole, non si può avere la giusta sensibilità verso l’altro”.

Oggi che cosa fai?
“Non è cambiato molto rispetto a due anni fa, salvo che ho aperto una ditta individuale per la creazione di siti internet. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì lavoro alla Città dei ragazzi come docente di informatica e ho una trentina di allievi, la maggior parte minori stranieri non accompagnati e richiedenti protezione internazionale. Il martedì e il giovedì sera con la mia compagna do lezioni di salsa: abbiamo aperto una scuola di ballo, abbiamo 25 iscritti e sta andando molto, molto bene. Sabato e domenica mi riposo, mentre in estate faccio il coordinatore nelle vacanze-studio organizzate da Meridiano per i figli dei dipendenti pubblici. Ringrazio per quello che ho, mi reputo fortunato”.

Progetti per il futuro?
“Mi piacerebbe, e so che forse è troppo ambizioso, lavorare al ministero per l’Integrazione. Sono arrivato in Italia che avevo un paio di anni e sono diventato italiano solo lo scorso febbraio, dopo 35 anni. Era ora, finalmente! So sulla mia pelle cosa vuol dire essere straniero in Italia e so che ci sarebbe da fare una gran lavoro culturale, a partire dalle scuole: l’integrazione vuol dire scambio e crescita reciproci e se vogliamo migliorare la società non possiamo che iniziare a educare i bambini al rispetto l’uno dell’altro. Non ho poi abbandonato l’idea di aprire e gestire una casa-accoglienza per minori, ma avrei bisogno di qualcuno alle spalle, che mi aiutasse finanziariamente”.

E il desiderio di studiare ingegneria?
“Francamente non so, probabilmente oggi non ce la farei a conciliare studio e lavoro. Però alla Sapienza c’è un master in Sicurezza dei sistemi e delle reti informatiche che mi attira: se non fosse obbligatoria la presenza un pensierino ce lo farei”.

Nel 2011 ti eri definito un “appassionato” di AlmaLaurea. È ancora così?
“Sì. La consulto spesso e il mio cv è sempre aggiornato”.