Lavoro

La laurea è donna

Ma lo stereotipo è maschile, dice la pubblicitaria Annamaria Testa
10 Luglio 2013

L’ultima a parlarne è stata Annamaria Testa, all’assemblea dell’Upa, l’associazione degli utenti pubblicitari. «Un tema che va affrontato adesso – ha detto la signora della pubblicità, esperta di comunicazione e creatività – prima che diventi ingestibile». Nella classifica mondiale sulle disparità fra uomo e donna l’Italia è all’ottantesimo posto, dopo il Perù e Cipro. Dati del Gender Gap Index, l’indice del World Economic Forum che misura le differenze fra i sessi in 135 paesi.

E la situazione non cambia se le donne sono più istruite degli uomini, ha raccontato Annamaria Testa mostrando un dato 2010 di AlmaLaurea: fra la popolazione dai 30 ai 34 anni le giovani con laurea sono il 24,2% contro il 15,5% dei maschi. Quasi nove punti che contano assai poco.

Il divario tra uomini e donne e le differenze retributive, dice il Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani, segnalano quanto ancora le donne, in questo caso tra quelle più istruite, siano penalizzate nel mercato del lavoro. Non solo. Le laureate con figli lavorano e guadagnano meno rispetto alle colleghe senza figli. “E’ il segnale del persistere di un ritardo culturale e civile del Paese. – commenta Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea -  E’ una situazione che contribuisce anche a svalutare gli investimenti nell’istruzione universitaria femminile”.

Tra i laureati specialistici biennali, già ad un anno dalla laurea le differenze fra uomini e donne, in termini occupazionali, risultano significative (7,5 punti percentuali: lavorano 55,5 donne e 63 uomini su cento). Le donne risultano meno favorite non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: 32% contro il 24% rilevato per gli uomini. A un anno dalla laurea gli uomini possono contare più delle colleghe su un lavoro stabile (le quote sono 39 e 30%) e guadagnano il 32% in più delle loro colleghe (1.220 euro contro 924 euro mensili netti).

A cinque anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative e pari a 6 punti percentuali: lavorano 83 donne e 89 uomini su cento. Il lavoro stabile è prerogativa tutta maschile: può contare su un posto sicuro, infatti, l’80% degli occupati e il 66% delle occupate. Ciò dipende anche dallo sbocco prevalente nell’ambito dell’istruzione per le laureate. Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere rispetto al guadagno, lungi dal ridursi, aumentano ulteriormente: il divario cresce al 30% (1.646 contro 1.266 euro).

Le differenze di genere raggiungono i 17 punti tra quanti hanno figli (il tasso di occupazione è pari all’89% tra gli uomini, contro il 72% delle laureate), mentre scendono fino a 7 punti, sempre a favore degli uomini, tra quanti non hanno prole (tasso di occupazione pari 61 contro 54%, rispettivamente). Anche nel confronto tra laureate, chi ha figli risulta penalizzata: a cinque anni dal titolo lavora l’81% delle laureate senza prole e 69 di quelle con figli (differenziale di 12 punti percentuali). Il differenziale retributivo è del 14% a favore delle laureate senza figli (1.247 euro contro 1.090 euro). La percentuale vale per tutte le categorie sociali: fra i 24 e i 55 anni le donne lavoratrici con figli sono il 55%.

“Forti sono le responsabilità in termini di politiche a sostegno della famiglia e della madre-lavoratrice, soprattutto si evidenzia con forza lo scarto occupazionale esistente tra le laureate, a seconda della presenza o meno di figli” dice Cammelli.

Perché se da un lato in termini di salute e istruzione la parità tra i generi si può dire raggiunta, in termini di partecipazione politica ed economica la strada da percorrere è ancora molto lunga. «Dove le donne stanno peggio l’intero Paese sta peggio» argomenta Annamaria Testa. “La disparità danneggia la competitività». «Per questo – ha messo in chiaro l’esperta – il problema delle donne non riguarda solo le donne». I mass media, in questo senso, possono fare molto, diffondendo nuovi modelli di ruolo. “Oggi - nota Annamaria Testa - tra gli esperti intervistati in tv l’86% è uomo. Non ce l’ho con le veline però mi piacerebbe si raccontasse un Paese di donne che non sono solo veline». E ancora: «La rappresentazione televisiva delle donne rafforza gli stereotipi negativi». «Se volete parlare al vostro mercato – dice l’esperta agli imprenditori che pubblicizzano i loro prodotti - non potete non parlare alle donne. E un buon modo per farlo è riconoscerne il valore e rappresentarne la meravigliosa molteplicità». Ed è utile anche in termini di marketing “uscire dagli stereotipi pubblicitari”, dice l’esperta, “con “le donne sempre attraenti, magari un poco svestite o con la zuppiera in mano”. Il 25,5 dei bimbi nati in Italia ha almeno un genitore straniero, il 24,5 da coppie non sposate, il 7,7 ha la mamma sopra i 40 anni. “Non sarebbe bello presentare donne in tutte le loro varietà?” dice Annamaria Testa. E l’invito è soprattutto “ai grandi marchi, che orientano davvero l’immaginario collettivo del Paese”.

Laureati di secondo livello del 2007 occupati a cinque anni: guadagno mensile netto per genere e gruppo disciplinare (valori medi in euro)

 

Quota che lavora a cinque anni per genere, stato civile e figli

 

Guadagno mensile netto a cinque anni per genere, stato civile e figli