AlmaLaurea News

Sei laureati su dieci parlano l'inglese

La Commissione UE: "Nel mondo globale non basta"
29 Luglio 2013

Il 21% del milione e 800 mila studenti della banca dati di AlmaLaurea conosce l'inglese fluentemente. Se estendiamo la conoscenza a un livello buono/intermedio (piuttosto che ottimo/fluente) arriviamo al 60%. Il 20% dei laureati parla il francese a livello buono/intermedio. L'11% lo spagnolo e il 4,5 il tedesco. Sempre in modo buono/intermedio. Il portoghese è la dote di 25.000 laureati, il russo di 17.000, l’arabo di 12.000, il cinese di 11.000, il giapponese di 8.000.

E’ la fotografia che AlmaLaurea fornisce come base italiana per il progetto “Istruzione superiore europea nel mondo”, appena lanciato dalla Commissione Ue per far sì che i laureati europei acquisiscano le competenze internazionali per lavorare in qualsiasi parte del mondo.

“Serve una modernizzazione delle nostre università - sostiene Androulla Vassiliou, commissaria Ue per l’Istruzione - Molte in Europa iniziano a rendersi conto che devono offrire corsi in lingua inglese, perché gli studenti internazionali sono attratti di più se ci sono corsi in quella lingua”. Allo stesso tempo “serve maggiore digitalizzazione”. La Cina e l’India da sole formano un vasto numero di ingegneri informatici all’avanguardia: bisogna che le università europee, se vogliono rimanere competitive, si adeguino. Ciò, sottolinea Vassiliou, significa che le università “devono elaborare curricula internazionali, promuovere le competenze linguistiche e potenziare l’apprendimento digitale”.

E’ un appello che trova un’Italia a due facce. Se fra i laureati la conoscenza delle lingue si estende e AlmaLaurea, consorzio di 64 atenei, diffonde un milione e 800mila curricula multilingue, la situazione generale del Paese è diversa: l’indagine Language knowledge in Europe, realizzata nel 2011, conferma che l’Italia è uno dei paesi membri dell’Unione Europea in cui la conoscenza delle lingue straniere è più bassa. Con il 12.4% che parla inglese, si colloca dopo Germania (29.8%), Austria (40.5%), Francia (22.9%), Spagna (11.3%). Viceversa, i paesi scandinavi sono quelli dove la conoscenza dell’inglese è più diffusa. In Svezia, la quota della popolazione che conosce l’inglese raggiunge il 52.5%. Non c’è differenza, dicono una serie d’indagini, fra settore pubblico e privato: il 71,3-71,4% dice di non sapere parlare in inglese al telefono. La percentuale sale al 64,4 in imprese con più di 250 dipendenti. Ben diverso il discorso per fasce di età. La percentuale di chi ha padronanza dell’inglese nel settore pubblico passa dal 48,2 % dei più giovani, fra i 18 e i 29 anni, al 17,9 per i 50-64 anni.

Dei 4.631 corsi 2012 degli atenei italiani, 130 avevano l’approvazione del Ministero per essere totalmente in inglese. “Un’offerta formativa in lingua inglese” secondo la Conferenza dei rettori, raggiungeva un totale di 671 corsi. Le lauree triennali erano coinvolte solo per il 3% dell’offerta totale mentre i dottorati di ricerca raggiungevano il 34%.

Più in generale, i corsi di livello superiore (laurea magistrale e dottorato) rappresentano quasi il 60% dell’offerta totale in lingua inglese. Circa il 75% dei corsi è a numero chiuso.

I corsi in inglese risultano essere più numerosi nei grandi centri urbani (Milano, Torino, Bologna, Roma), con una maggiore concentrazione al Nord.

Complicato comunque in Italia il percorso dei laureati in Lingue straniere: i laureati specialistici a cinque anni dal titolo lavorano, secondo AlmaLaurea, per il 27% nell’istruzione (la scuola è il ramo prevalente), 12% nel commercio, l’8% attività di consulenza. Sono tre rami dove le retribuzioni sono inferiori alla media, in particolare per il settore scolastico.

E sulla digitalizzazione, un ingegnere informatico italiano che va a lavorare all’estero guadagna, a tre anni dalla laurea, quasi il doppio. Eppure, tra il 2008 e il 2012, a un anno dalla laurea, le retribuzioni reali In Italia registrate dalle indagini AlmaLaurea per questo gruppo di laureati si sono ridotte del 9%. Si sale addirittura al meno 17% per il complesso dei laureati specialistici. 

Sul piano dell’internazionalizzazione, il programma UE per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport stanzierà  per le 4.000 università europee oltre 400 milioni di euro all’anno a favore degli scambi internazionali di studenti e dello sviluppo della cooperazione tra le università europee e i loro partner in tutto il mondo.

La Commissione sottolinea che le università devono promuovere una prospettiva internazionale in quell'85% di studenti restio allo spostamento. Per questo gli atenei devono elaborare curricola internazionali, promuovere le competenze linguistiche e potenziare l’apprendimento digitale.

Secondo i dati AlmaLaurea, in Italia, solo il 7% dei laureati nel 2012 ha fatto l'Erasmus. Un altro 5,1% ha svolto periodi di studio all’estero nell’ambito di altri programmi oppure da solo. Dal Programma Erasmus della Commissione Ue risulta che la Spagna è stata la destinazione degli studenti europei nel 2011-2012, quasi 40 mila su oltre 250 mila. Simile anche il numero di giovani spagnoli andati all’estero. Seguono fra le preferite come traffico in uscita ed entrata Francia e Germania, fra i 28 e i 29 mila giovani all’anno. Il boom percentuale di crescita lo ha avuto la Croazia, più 62% determinato dalla novità di Erasmus per il Paese adriatico. Segue la Danimarca, con il 20. I corsi più gettonati sono Scienze sociali, studi di business e legge (41.4%), seguiti dalle facoltà umanistiche ed artistiche (21.9%), ingegneria e altri studi scientifici sono al 15.1%. Erasmus ha offerto, nel 2011-2012, 435 corsi intensivi di lingue - esclusi inglese, tedesco, francese, spagnolo - in 26 Paesi per 6.631 studenti. Metà preferita l’Italia, seguita dal Portogallo.

Si prevede che il numero complessivo di studenti universitari nel mondo si quadruplichi, passando dai circa 100 milioni del 2000 a 400 milioni nel 2030, con una crescita particolarmente pronunciata in Asia ed America latina. Attualmente l’Europa attira circa il 45% di tutti gli studenti internazionali ma i suoi concorrenti stanno rapidamente aumentando gli investimenti nell’istruzione superiore. La maggior parte degli studenti in mobilità internazionale proviene da Cina, India e Corea del Sud.

Il nuovo programma Erasmus, che sarà avviato nel gennaio 2014, finanzierà 135.000 scambi di studenti e personale tra l’UE e il resto del mondo, 100.000 in più rispetto all'attuale programma Erasmus Mundus. Vanno ad aggiungersi ai tre milioni di scambi di studenti e personale all’interno.