Lavoro

L'università? Per me è stata passione e interesse

Francesco Graziani è un giornalista Rai con una laurea in Storia contemporanea: "Quanto ho studiato mi è utile nel lavoro".
06 Agosto 2013

Collegare fatti più o meno lontani, raccontare piccoli e grandi personaggi, leggere e spiegare la realtà. Francesco Graziani è un giornalista. Lavora per il Giornale Radio Rai da quindici anni. Su Radio 1 è ogni giorno, insieme a Tiziana Ribichesu, la voce del programma di attualità “Baobab”, mentre il sabato va in onda con “La sfera magica”, rubrica sportiva “tra storia, mito e leggenda”, di cui è anche autore. Di grande rilievo una “Sfera magica” (13 luglio) che ha rivisitato la vigilia di Natale del 1914, quando soldati tedeschi, francesi ed inglesi, usciti dalle trincee, hanno deciso di festeggiare assieme il Natale. Nel suo lavoro lo aiuta l’essersi laureato in Storia contemporanea. “Mi sono laureato alla Sapienza con una tesi su Aldo Moro, ho preso 110, ma io, del ‘66, ho discusso la tesi nel 2004”. Non è stato facile, infatti, conciliare studio e lavoro. “È che ho cominciato a fare il giornalista a vent’anni e a quell’età la costanza e la passione per studiare non erano il massimo”. La passione è però sbocciata con gli anni, anche perché quanto studiava gli era poi utile nel lavoro. Il suo consiglio ai più giovani? “Nella scelta dell’università seguite il cuore e la mente, coltivate i vostri interessi, ma con un occhio alla realtà”.

Ha cominciato a lavorare a 20 anni. Quale è stato il suo primo impiego?

“Ho iniziato con qualche ufficio stampa. Dopo un paio di anni da ‘abusivo’ nella redazione di un settimanale, a 23 anni ho avuto il primo contratto a tempo indeterminato. L’idea di continuare gli studi l’avevo, tant’è che non ho mai smesso di pagare l’iscrizione, ma non riuscivo a fare più di un esame all’anno”.

Nel 2004, però, è riuscito a laurearsi. Come ha fatto a conciliare studio e lavoro?

“Be’, non è che all’inizio sia riuscito a conciliare così bene gli impegni… La svolta l’ho avuta quando ho iniziato a lavorare in Rai: alla radio dobbiamo coprire le 24 ore e abbiamo turni che ci consentono di avere ogni tanto mezza giornata libera. Certo, non è stato facile trovare le energie e la concentrazione giusta per mettermi sui libri. Sono stati determinanti la passione e avere del metodo: quando ho preso la decisione un po’ folle di completare gli studi, mi ritagliavo anche solo 2 ore al giorno, ma tutti i giorni. Così sono riuscito a fare in un anno i 5-6 esami che mi mancavano e a concludere la tesi”.

Per accelerare i tempi, ha pensato di passare dal vecchio al nuovo ordinamento?

“Con la riforma del 3+2 ci ho pensato, ma mi sarebbero rimasti da fare esami ‘mastodontici’ come letteratura oppure poco attinenti con la mia professione. Così ho preferito mettermi pancia a terra per concludere il corso quadriennale in Storia contemporanea. Ci ho messo del tempo, ma ce l’ho fatta: quando mi sono laureato c’erano colleghi nati nell’anno in cui mi sono immatricolato. L’unico rimpianto è di non aver potuto frequentare le lezioni”.

Che cosa ha rappresentato per lei portare a termine gli studi?

“È stato un motivo di orgoglio, ma anche fonte di una grande passione. L’università mi ha permesso di approcciarmi a materie che mi sono utili nel lavoro di ogni giorno, mi ha dato una cultura che mi ha aperto la mente e strumenti che mi permettono di indagare meglio la realtà”.

Lei è anche giornalista parlamentare. Dal suo osservatorio, crede che la politica debba fare di più per il sistema della formazione italiano?

“Non vorrei essere banale, ma servono innanzitutto più risorse. È un problema che avverto anche personalmente, dal momento che mia moglie è ricercatrice. Non si può prescindere dalla risorse. Poi rimane il problema di come spenderle: purtroppo la sensazione è che in Parlamento manchino anche un po’ di consapevolezza e di capacità”.

Cosa consiglierebbe a un giovane intenzionato a diventare giornalista?

“Di avere molta passione, una grande determinazione e la consapevolezza che dovrà masticare amaro. Da una decina di anni, infatti, le cose sono molto cambiate. Quando ho iniziato io, non c’era bisogno di una laurea, si faceva un periodo di precariato, che però a medio termine sfociava in un’assunzione. Ora la laurea è obbligatoria e occorre anche passare da una delle scuole di giornalismo, che purtroppo sono costose e spesso danno una formazione ridondante rispetto a quanto si è già studiato all’università. Inoltre la prospettiva di una stabilizzazione ora non c’è, anzi: nel giornalismo c’è un livello di precarizzazione che è sotto gli occhi di tutti”.

Che ne pensa di AlmaLaurea?

“Penso tutto il bene possibile. Il mondo della formazione e quello del lavoro devono essere il più vicino possibile, a partire dalle superiori, per evitare di dare ai giovani solo nozioni astratte, poco attinenti con la realtà quotidiana. Lo studio deve dare conoscenza, ma anche gli strumenti per trovare lavoro e riuscire a vivere. Anche scuola e università dovrebbero essere maggiormente in contatto, per meglio indirizzare gli studenti dopo la maturità”.