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"Conoscere le disabilità per rendere l’università davvero accessibile"

È il consiglio di Giulia Marini, ragazza sorda che si è laureata in Biologia e che attualmente frequenta la specialistica. “Siamo studenti che hanno bisogno di maggiori attenzioni”.
03 Ottobre 2013

La scarsa illuminazione delle aule è forse l’ultima delle difficoltà a cui si pensa quando si elencano quelle affrontate dagli studenti nelle università italiana. Ma per le persone sorde è tra le prime, visto che il buio rende estremamente difficile leggere le labbra del docente di turno. A raccontarlo è Giulia Marini di Numana (Ancona), una laurea in Scienze biologiche all’Università politecnica delle Marche, dove attualmente è iscritta alla specialistica. La sua storia è stata raccolta da AlmaLaurea, alla quale si è rivolta. “I docenti sono disponibili ma dovrebbero entrare più spesso in contatto con i disabili per capire le loro necessità – racconta –. Nel mio caso, ad esempio, predisporre trascrizioni dettagliate delle lezioni sarebbe un buon inizio”. Ma l’ostacolo maggiore è la scarsa conoscenza della disabilità a tutti i livelli: “Serve maggiore formazione, anche per gli studenti che si offrono come tutor”.

Ti sei laureata all’Università delle Marche, ci racconti quali difficoltà hai incontrato durante gli studi?
“Si va dall’impossibilità di seguire pienamente le lezioni, alla difficoltà di studiare su appunti presi da altre persone e quindi privi di una logica e di un’impostazione che si avvicinino alle mie, fino al dover cercare continuamente spiegazioni per via cartacea e telematica. Internet è stato ed è tuttora una fonte inesauribile di informazioni. Aggiungo anche l’indifferenza delle persone per la diversità, la difficoltà di far capire ad alcuni tutor come prendere gli appunti e ai docenti cosa significhi essere sordi e di cosa si ha bisogno. E, di conseguenza, dover accettare di non essere mai valorizzata. Molte cose le ho capite tardi, solo alla specialistica, perché è crescendo che ho compreso ciò di cui avevo bisogno e mi sono ritrovata da sola ad affrontare problemi grandi, visto che l’università offre supporti per disabili solo a parole”.

Come mai hai scelto Scienze biologiche?
“Alle superiori ho frequentato Ragioneria con ottimi risultati, ma da tempo avevo capito che era il mare a potermi offrire ciò che volevo, un ambiente immenso ma ancora poco conosciuto, e purtroppo estremamente inquinato. Mi interessava capire le dinamiche che intercorrono tra gli organismi, come si sono specializzati per affrontare la pressione, la profondità, l’ineguale distribuzione di luce. Non mi bastava vederlo in superficie, volevo conoscere i dettagli. E questo rispecchia la mia personalità”.

Credi che l’università sia attrezzata per garantire il diritto allo studio a tutti gli studenti, inclusi quelli con difficoltà motorie, uditive e visive?
“Decisamente no. C’è molto da imparare ancora e credo che ogni persona che lavori a contatto con il pubblico debba conoscere, oltre a nozioni di cultura generale, anche il significato della parola ‘disabilità’. Nel 2013 non si possono più tollerare frasi come: ‘non so cosa deve fare lei, si informi meglio e poi torni da me’ oppure ‘non possiamo fare altro per aiutarla’. L’università potrebbe crescere davvero tanto se incentivasse gli studenti disabili, perché si potrebbe finalmente parlare di ‘università per tutti’, senza più barriere architettoniche, con ausili. Credo sia un obiettivo che ogni ateneo debba raggiungere. Non è ottima l’università che in graduatoria è ai primi posti per ricerca e per livello di formazione, ma lo può essere quell’ateneo che, oltre ad essere eccellente in quei campi, offre servizi adeguati alla risoluzione di ogni problema. Altrimenti è un’università oligarchica”.

E come valuti i docenti sotto questo profilo?
“Credo ci sia molta predisposizione da parte loro nell’accettare gli studenti disabili. Non ho nulla da rimproverare loro, perché si impegnano, ma hanno bisogno di entrarci più spesso in contatto e capire le loro necessità – nel mio caso, ad esempio, farmi trovare una trascrizione dettagliata delle loro lezioni o del materiale in più su cui studiare, sarebbe un buon inizio –, instaurando con loro un rapporto perché si tratta di studenti che hanno bisogno di maggiori attenzioni rispetto alla restante massa di studenti”.

Quali potrebbero essere, a tuo avviso, gli strumenti per rendere l’università davvero accessibile?
“Occorre una maggiore sensibilità e propensione da parte di tutti, nonché collaborazione perché senza queste tre cose fondamentali non si può creare nulla di stabile e duraturo. Bisogna formare le persone sulla disabilità, far seguire corsi specifici tenuti da persone disabili, migliorare il servizio di tutorato e formare anche gli studenti che decidono di offrirsi come tutor. Se uno studente decide di fare il tutor, deve sapere che si tratta di un lavoro e a cosa si va incontro e si deve impegnare. C’è bisogno, inoltre, di istituire l’assistenza sociale per i disabili, un servizio che esisteva ma che poi non è stato riattivato in maniera ottimale. Un vero peccato perché nelle università non può e non deve mancare un punto di riferimento sicuro per gli studenti disabili”.

Stai lavorando? Hai incontrato ostacoli nella ricerca o ti è capitato di essere oggetto di pregiudizi dovuti al fatto di essere sorda?
“Attualmente non lavoro. Ma finora non ho avuto problemi nel cercarlo. Negli ambienti di lavoro con cui ho avuto modo di entrare a contatto, mi sono trovata bene, all’inizio la strada è stata un po’ in salita perché di pregiudizi purtroppo ce ne sono stati. Sento a pelle che, in generale, le persone faticano a darmi fiducia, che a me viene negata la possibilità di far vedere quanto valgo”.

AlmaLaurea ha stretto un accordo con la Fondazione Asphi per agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro di persone disabili. Credi sia utile?
“Sì, però va fatto ancora tanto. Non basta indicare l’appartenenza a una categoria protetta, ma bisogna valorizzare la persona disabile puntando sulle sue capacità, nonché formare le aziende e i datori di lavoro. Occorre attivare una sezione dedicata agli studenti disabili, un network con le aziende italiane e straniere, suddivise per settori lavorativi. Ma soprattutto occorre sensibilizzare il mondo del lavoro sulla disabilità. Insomma, c’è bisogno di osservare le disabilità da vicino perché spesso mi chiedo come si sentirebbero i ‘normodotati’, una parola che considero brutta, se venissero trattati nello stesso modo in cui sono trattati i disabili”.