AlmaLaurea News

Il governatore Visco e AlmaLaurea, confronto sui laureati in Italia

Il n.1 di Bankitalia: “Qui la laurea conviene meno che in altri Paesi Ue”. AlmaLaurea: “Ma con la laurea si trova di più lavoro”.
21 Ottobre 2013
“E’ vero che fra i laureati italiani dai 25 ai 34 anni la disoccupazione, tra il 2008 e il 2012, è aumentata del 46%. Un dato molto allarmante, ma tra i diplomati della medesima fascia di età, nello stesso periodo, la disoccupazione è cresciuta dell’85%. E prendendo in esame l’intero arco della vita lavorativa, pur con le difficoltà iniziali di inserimento, la laurea ha garantito finora migliori esiti occupazionali rispetto al diploma di scuola secondaria superiore (oltre 12 punti percentuali), migliori retribuzioni (+50 per cento), e maggiore corrispondenza tra competenze richieste e quelle possedute nello svolgimento delle proprie mansioni”.
Questa la risposta del professor Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, all’allarme lanciato da Ignazio Visco. In Italia, ha affermato il governatore di Bankitalia, “studiare conviene meno” che negli altri Paesi Ue perché (dati Istat), “per i laureati tra i 25-39 anni, la probabilità di essere occupati era pari a quella dei diplomati (73%) e superiore di soli 13 punti percentuali a quella di chi aveva conseguito la licenza media".
“Questi allarmi sono legittimi – risponde Cammelli – Ma il nostro Paese, a partire da una spesa per l’istruzione e la ricerca universitaria decisamente inferiore alla media OCSE ed europea, negli ultimi anni è stato tra i pochi ad averla ulteriormente ridotta in misura sensibile. Eppure in Italia, nel 2011, la percentuale di laureati di 30-34 anni sul complesso della popolazione è pari al 20,3%; una quota ancora molto distante dagli obiettivi europei fissati per il 2020 (40%) e dalla media UE (34,6%)”.
Il percorso di studi secondari risulta in Italia uno dei più lunghi d’Europa e ciò comporta per i giovani del nostro Paese un ingresso all’università in età più avanzata e, conseguentemente, un inserimento nel mercato del lavoro anch’esso posticipato rispetto a quanto avviene nelle altre realtà europee.
L‘età alla laurea rilevata per il complesso degli oltre 226mila laureati usciti nel 2012 dai 64 Atenei AlmaLaurea è pari a circa 27 anni e diviene prossima ai 28 anni per i laureati magistrali/specialistici. L’età al conseguimento del diploma secondario superiore è, invece, di poco superiore ai 19 anni. L’inserimento nel mercato del lavoro per larga parte dei laureati (a questo proposito si ricorda che poco meno del 60% dei laureati di primo livello prosegue gli studi con la laurea magistrale) può realizzarsi quindi ad un’età prossima ai 28 anni mentre per chi si ferma al diploma l’ingresso può avvenire fra i 19 e i 20 anni. Mediamente, l’esposizione dei diplomati sul mercato del lavoro può avere avuto una durata superiore a quella dei laureati di 8-9 anni.
Ampliando, più opportunamente, l’osservazione all’intero arco della vita lavorativa emerge con chiarezza che la condizione occupazionale dei laureati resta migliore rispetto a quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. L’ISTAT rileva che, fino ad oggi, nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati hanno presentato un tasso di occupazione di oltre 12 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (76,6 contro 64,2%) [ultimo dato disponibile relativo al 2012]. 
Infine, il ritardo che il nostro Paese registra nei livelli di scolarizzazione più elevati si riflette significativamente sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. I dati Eurostat segnalano, ad esempio, che nel 2010 ben il 37% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.
A questo proposito occorre inoltre ricordare che un recente studio di due ricercatori della Banca d’Italia evidenzia che, a parità di settore produttivo e di ampiezza dell’azienda, un imprenditore laureato assume il triplo di laureati  rispetto ad uno non laureato.
 
I laureati con più possibilità di lavoro sono quelli di Ingegneria, Medicina, Economia e Statistica. “Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni in possesso del titolo di scuola media è elevato (27%); nei successivi gradi di istruzione scende al 9% per i diplomati della scuola secondaria di secondo grado, al 12% per i laureati, nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni, e al 2% per i laureati oltre i 35 anni. Per quanto la differenza di 3 punti percentuali del tasso di disoccupazione nei laureati rispetto a quello dei diplomati tra 25 e 34 anni non faccia emergere una migliore opportunità in termini occupazionali con la laurea, nel lungo periodo il vantaggio di chi prosegue negli studi risulta evidente”. “Per quanto riguarda le rilevazioni di genere, - aggiunge - le donne risultano più penalizzate nel mercato del lavoro, qualunque sia il grado di istruzione. Anche se nel passaggio dal diploma di scuola secondaria alla laurea il tasso di disoccupazione nel nostro Paese diminuisce dell’8% circa tra gli uomini e in maggior misura tra le donne (13,7%), in linea con quanto accade negli altri Paesi europei, ad eccezione della Grecia”. A livello territoriale le differenze tra coloro che cercano lavoro sono molto significative. Tra i 15-24enni in possesso della licenza di scuola media il tasso di disoccupazione è pari al 21,5% al Nord e di oltre dieci punti maggiore nel Mezzogiorno (34,2%). Per i laureati con più di 35 anni, per i quali la riduzione del tasso di disoccupazione risulta evidente, le differenze territoriali anche se in misura decisamente inferiore, restano: l’1,7% per il Nord e il 2,8% per il Mezzogiorno.
 
“Non sempre il conseguimento di un titolo di studio universitario – spiega Cammelli - riesce, nel breve periodo, ad assicurare un’adeguata spendibilità nel mercato del lavoro delle conoscenze acquisite: a tre anni dalla laurea, più di un terzo dei laureati triennali che hanno trovato occupazione dopo aver concluso gli studi non svolge un lavoro per il quale era richiesto un titolo universitario. Questo è un fenomeno che va certamente valutato tenendo conto anche della tipologia del corso di studio: i laureati dell’area Medica e di Difesa e sicurezza svolgono più spesso un’attività adeguata al livello di formazione raggiunta (oltre l’80%), mentre quelli delle aree Linguistica, Letteraria, Scientifica, Giuridica e Politico sociale hanno un’occupazione “da laureati” in meno della metà dei casi”.