Lavoro

Allarme Ocse, precari oggi rischiano povertà da anziani

Nel suo ultimo rapporto sui sistemi previdenziali, l'Ocse invoca ulteriori aggiustamenti per tener conto delle evoluzioni del mondo del lavoro.
27 Novembre 2013

I giovani italiani che oggi hanno un lavoro precario rischiano di ritrovarsi poveri da anziani. E' l'allarme lanciato dall'Ocse nel suo ultimo rapporto sui sistemi previdenziali, che pur promuovendo il passaggio al metodo contributivo invoca ulteriori aggiustamenti per tener conto delle evoluzioni del mondo del lavoro.

La riforma del dicembre 2011, spiega l'organizzazione, è stata ''un passo importante per garantire la sostenibilità finanziaria'' della previdenza italiana sul lungo termine, stabilizzando all'orizzonte 2050 una spesa che resta comunque tra le più elevate al mondo, intorno al 15% del Pil (contro una media Ocse del 7,8%). Ma il suo metodo di calcolo della pensione, ''strettamente legato'' alla quantità di contributi versati, è molto svantaggioso per chi, come molti giovani oggi, si trova a vivere ''carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti''. Problema accentuato dal fatto che in Italia non esiste una forma di ''pensione sociale'' complementare per i redditi più bassi, e dallo scarso sviluppo dei piani pensionistici privati (la cui copertura a fine 2010 era ferma al 13,3% della popolazione). Di conseguenza, nelle parole dell'Ocse, ''l'adeguatezza dei redditi pensionistici potrebbe essere un problema'' per le future generazioni, che si ritroveranno ben più esposte al rischio povertà in vecchiaia dei loro predecessori. Anche perché‚ all'innalzamento dell'età pensionabile non è finora corrisposto un effettivo aumento dell'età effettiva di uscita dal mondo del lavoro, che in Italia resta ben inferiore alla media Ocse, a 61,1 anni per gli uomini e 60,5 anni per le donne. Basso anche il tasso di partecipazione al mercato del lavoro della fascia di età tra 55 e 64 anni, che nonostante un aumento di quasi 13 punti percentuali tra il 2000 e il 2012 resta fermo al 40,4%.

Eppure la previdenza italiana resta generosa per tasso di sostituzione, con un 71,2% lordo sia per i redditi bassi che per quelli medi contro una media Ocse di 71% per i primi e 54,4% per i secondi, oltre che una delle più onerose in materia di tasso di contribuzione, con il 33% del salario lordo. Un dato, quest'ultimo, che nel nostro Paese è aumentato a più riprese, di oltre 4 punti percentuali a fine Anni Novanta e di altri 0,7 con l'ultima riforma, in controtendenza con le altri grandi economie europee, in cui è rimasto stabile o addirittura calato.