Lavoro

Pier Luigi Celli non invita più i giovani a emigrare: "L'Italia si raddrizza con voi”

09 Gennaio 2014

Nel 2009 ha scritto una lettera a "Repubblica", "Figlio mio lascia questo paese", che molto colpì e molto fece discutere. I suoi libri hanno titoli che sono un (terribile) ammonimento: L’illusione manageriale, Comandare è fottere, La generazione tradita e simili. L’ultimo si chiama Alma matrigna, duro atto d’accusa all’università italiana. Eppure con un’apertura alla speranza, alle soluzioni per uscire da quella che chiama “cultura perdente”.

Pier Luigi Celli, manager, scrittore, ora presidente dell’Enit, l’ente turismo, ha aggiornato le sue idee. A Beppe Boni, vicedirettore del Resto del Carlino, ha detto in una intervista: «Quella lettera era chiaramente finalizzata a sollevare un problema verso una intera generazione. I tempi sono cambiati, ora c’è più sensibilità verso il futuro dei ragazzi anche se il 40% è senza lavoro, e il tema viene affrontato con più forza. Se l’Italia si raddrizza lo può fare in gran parte attraverso i giovani. I nostri giovani valgono molto e dobbiamo fare di tutto per tenerceli in Italia».
Celli, che ha 72 anni, è stato ai vertici di Eni, Omnitel, Olivetti, Enel, Illy, Unipol, Unicredit. E’ stato direttore generale della Rai e dell'università Luiss Guido Carli di Roma. Oltre che dell'ENIT è presidente della fondazione per lo sviluppo di idee innovative ItaliaCamp.

Ecco l’intervista di Beppe Boni:

Lei scrisse nella famosa ‘lettera a mio figlio’ vai via e lascia questo paese, ma suo figlio ora è un manager affermato in Italia: un esempio?
«È la prova che i ragazzi ce la possono fare anche in Italia».
 Mattia Celli che fa?
«È un ingegnere meccanico, ha lavorato anche con contratti interinali, ora è impegnato in una società internazionale di consulenza che si occupa di strumentazioni aeronautiche».
Non teorizza più la fuga al’estero, quindi?
«Il problema non è la fuga, l’estero è domestico, è dietro casa. Siamo noi adulti che dobbiamo creare le condizioni e prospettive perché se anche i ragazzi fanno una esperienza all’estero poi tornano a casa più arricchiti. Ma dobbiamo evitare che il ritorno sia una scelta non competitiva. Uscendo dall’Italia si rendono conto delle differenze, e questa esperienza è possibile fin dalle scuole superiori».
Faccia un appello.
«Ragazzi impegnatevi per l’Italia anche perché c’è un cambiamento generazione in atto, a partire dalla classe politica. Ma noi dobbiamo creare le condizioni, non possiamo sperare solo nella loro capacità di sacrificio».
Hanno l’educazione giusta per farlo?
«Credo di sì anche se abbiamo dato ai nostri figli molto più di quanto abbiamo avuto noi alla loro età. Spesso li abbiamo protetti troppo e quando la situazione è diventata drammatica non avevano gli anticorpi giusti per difendersi. Ora se li devono fare rapidamente».
La politica che fa?
«In questi anni non ha dato una immagine splendida di sé, e per i ragazzi che osservano è un pessimo esempio. Se dovessero pensare di assomigliare a certi politici dovrebbero ammettere di diventare un po’ truffaldini, di parte, settari. Diamo valori più solidi per fargli pensare che questo Paese è il loro Paese. Serve un sogno per crescere».
I giovani cosa possono fare per l’Italia che verrà?
«Studiare, impegnarsi, sperimentare le professioni attraverso le imprese. E durante lo studio devono crescere anche facendo lavori umili. Devono sperimentare e sporcarsi anche le mani».
Il mondo dell’imprenditoria è cosciente di tutto ciò?
«Eccome. Le aziende più intelligenti chiedono oltre alla laurea anche se hai fatto lavori manuali, se hai lavorato in gruppo, se hai capacità relazionale, se hai acquisito senso dei problemi e di mediazione. Quando a 25 anni hai già avuto esperienze nel mondo del lavoro sei un privilegiato. Tutto ciò va insegnato ai ragazzi».
Scuola e università sono all’altezza della situazione?
«Sono strutture usurate dal tempo. Devono cambiare perché troppo a lungo anziché occuparsi dei ragazzi si sono occupate dei professori».
Per mantenersi all’università serve una famiglia abbiente?
«Per studiare bisogna avere soprattutto testa e spirito di sacrificio. Certo che oggi con la crisi avere una famiglia agiata è un vantaggio. Ci si può aiutare lavorando, l’ho fatto anch’io durante l’università».
Si può trovare lavoro senza raccomandazione?
«Vecchio problema. Nel nostro Paese la raccomandazione è una bandiera, ma se uno è bravo, se vale, ha voglia di arrivare e capacità operativa ce la fa. Competenza e passione sono ancora valori che contano».
Però l’economia è in crisi...
«La crisi può anche rivestire un aspetto positivo se serve a mettere in pratica le indicazioni di cui sopra. E qui serve gente coraggiosa. Il Paese deve premiare i talenti, siano essi artigiani o ingegneri, e non solo i primi della classe».
Una ricetta per aiutare il lavoro giovanile?
«Insegniamo ai ragazzi che devono mettersi in proprio perché rischiare significa impegnarsi e darsi scadenze. È un buon modo per crescere e anche se non tutto andrà per il meglio si impara a fare gli imprenditori di sé stessi».
Con le banche come la mettiamo?
«Devono concedere credito a coloro che vogliono fare i soldi, non solo a chi li ha già».
Le start up, le cooperative giovanili sono uno sbocco?
«Eccome, devono diventare un fenomeno diffuso».
Meno posto fisso e più impresa?
«I posti fissi saranno sempre meno. Ai giovani serve sempre più la flessibilità mentale di passare da un posto all’altro, la testa adatta a governare i cambiamenti. Ovviamente lo Stato deve farsi carico del disagio fra un lavoro e l’altro. Ma se rifiuti un lavoro perdi il sostegno. Questa mentalità, come spiego nel mio ultimo libro, Alma Matrigna, si impara sui banchi di scuola. E l’università deve cambiare fornendo ai giovani la cultura e il saper fare. Le aziende chiedono dei semilavorati non solo dei laureati».
Se all’Enit le dessero dieci giovani leoni che farebbe?
«Avrei bisogno di 30 ragazzi agguerriti e li impegnerei tutti sulle nuove tecnologie per sviluppare idee sui nuovi mercati turistici. Oggi tutto il mondo è connesso, il segreto è qui».
Lei è stato un giovane leone?
«Sono stato uno che aveva la voglia di impegnarsi. Mio padre faceva il muratore e io ero il più grande di cinque figli. Per studiare mi mandarono nel collegio dei salesiani a Roma. Poi all’università arrivai alla laurea lavorando, ma lo facevo già a 14 anni».
Negli anni Sessanta, periodo difficile.
«Erano anni duri, si affacciava il terrorismo. Io mi sono laureato in sociologia all’università di Trento».
Come ha vissuto quel periodo?
«L’università era molto politicizzata, c’erano grandi turbolenze. Ma si studiava tantissimo, c’era l’orgoglio di andare oltre ciò che chiedevano i professori, c’era fame di futuro. Era un Paese con la voglia di costruire e di entrare in una bella storia. Questi sono gli stimoli a cui dobbiamo tornare».