Lavoro

Più mercato e nessun demiurgo

“Per far ripartire il paese serve una cultura industriale moderna che guardi al futuro”. A colloquio con Dario Di Vico, inviato del Corriere della Sera, autore del libro “Cacciavite, Robot e tablet. Come far ripartire le imprese”, edito da il Mulino.
24 Febbraio 2015

“Cacciavite, Robot e tablet. Come far ripartire le imprese” arriva “in un momento in cui la riflessione sulla politica industriale possibile è diventata di stringente attualità. Una politica industriale ma di mercato, che impara laddove c’è da apprendere e non conosce demiurghi”. Dario Di Vico, inviato del Corriere della Sera di cui è stato in passato anche vicedirettore, autore insieme a Gianfranco Viesti - professore di economia internazionale all’Università di Bari - del libro edito dalla Casa Editrice il Mulino, nel suo intervento “Politica Industriale sì, ma on the road”, lungi dal compilare ricette o decaloghi di possibili soluzioni, mira a indicare cosa sta succedendo. Un’analisi lucida del nostro presente che guarda al futuro a partire da una politica industriale plurale in cui lo Stato dovrebbe diminuire le tasse e passare l'iniziativa a banche, fondi d'investimento e multinazionali. Ma di tasselli per completare i puzzle ne mancano tanti. Serve “un modello di negoziazione complessa tra le esigenze del paese e le multinazionali, all’insegna del dare valore e prendere valore” precisa Di Vico. E poi, “rispecializzazione, riprogettazione e risorse umane qualificate”, “distretti industriali e start up”. In altre parole, serve una cultura industriale moderna che guardi al futuro.

Nel suo intervento traccia il quadro di un paese che è rimasto indietro in troppe materie, e che per risollevarsi ha bisogno di una politica industriale dove non è lo Stato a dettare la regole, perché?
“In questa assenza di strategie convincenti, e sotto i colpi della crisi che ha visto crollare il nostro Pil soprattutto per la mancanza di investimenti, ha ripreso forza anche l’idea di un ritorno a un massiccio incremento di investimenti pubblici diretti ad abbattere la depressione. Ma, e la domanda nasce spontanea, questa è una strada davvero percorribile? E’ una strategia utile al Paese? La storia ci insegna che ogni politica industriale centralista, dove è lo Stato a dettare le regole, è un modello che non funziona. Lo ha dimostrato il fallimento del progetto Industria 2015 varato nel 2006 dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, dove lo Stato vestiva proprio i panni del demiurgo. Ripercorrere questa scelta è importante perché dimostra quanto sia difficile che attraverso politiche top dawn, con un’allocazione delle risorse scelta a tavolino dallo Stato, si arrivi poi a politiche settoriali reali e a progetti che camminino”.

Quindi, a suo avviso, serve una politica industriale che definisce on the road: ovvero?
“Una politica che per sua stessa natura non conosce demiurghi, tanto meno di stampo ministeriale e che impara laddove c’è da apprendere, e quindi anche dagli altri Paesi. Una politica on the road, dinamica, a cui possono concorrere multinazionali, distretti, banche, fondi in investimento e con un’attenta considerazione anche al retail. Ma, quando si rifiuta un approccio top down/dirigista, devono esserci meno tasse a carico delle imprese e una ripresa degli investimenti. Le scelte di business privato infatti non si sviluppano in un vuoto pneumatico, ma necessitano di scelte amministrative e politiche di contesto funzionali alla crescita: la buone politiche sono e restano decisive. Così come serve ed è decisiva una cultura industriale moderna che faccia leva sul Made in Italy e su una tradizione industriale che sono ancora in molti ad invidiarci”.

Ricorda più avanti la necessità di una “ristrutturazione fatta non solo di robot ma anche di riorganizzazione delle filiere produttive e di rispecializzazione”. Tuttavia, come precisa AlmaLaurea, tra il 2007 e il 2012 in Italia la quota di occupati nelle professioni ad elevata specializzazione è scesa al 17% mentre in tutta l’UE è cresciuta da poco più del 21% al 24%. C’è un legame tra questi due fattori?
“La parola chiave è rispecializzazione: ovvero abbiamo bisogno di riprogettare i modelli di business per conservare il vantaggio competitivo nei confronti dei nuovi arrivati, quei Paesi che stanno occupando il mercato. Una rispeciliazzazione che abbraccia diverse soluzioni, la tecnologia come il design, ma che dia sempre e comunque vita a un incremento di valore. Come si fa? Il modello dei distretti industriali presenti nel nostro territorio è un esempio positivo e anche emblematico. I dati del Monitor Intesa Sanpaolo relativi ai 144 sistemi locali censiti riportano performance brillanti ed in constante crescita da diciassette trimestri. Ma uno dei talloni d’Achille anche per questo modello che funziona è proprio la formazione delle sue risorse umane. Ed è, per così dire, paradossale che accada proprio a livello locale dove il tema della risorse umane è fondamentale. In molti territori gli istituti tecnici e la formazione professionale, legati alla specializzazione distrettuale faticano a riprodurre le competenze, stentano a dare all’industria i giovani di cui avrebbe bisogno. Questo è uno dei fronti su cui è necessario agire”.

Ripensare alla formazione quindi. E l’Università gioca il suo ruolo: sta diventando un bacino di imprenditorialità, di start up che potrebbero, forse, dare una spinta innovativa al Paese. Ma può accadere se, come denuncia AlmaLaurea, la spesa pubblica e privata destinata a Ricerca e Sviluppo come percentuale del PIL in Italia è molto bassa, 1,25 (0,69 sostenuta dalle imprese)?
“Non si tratta di quanto spediamo ma di come spediamo. Le Università hanno dimostrato di poter sostenere il cambiamento: un esempio molto positivo sono le start up, qui gli atenei rivestono un ruolo centrale e strategico perché è nell’ambiente accademico che si conoscono i soci e si reclutano membri del team. Cosa vuol dire? Se guardiamo avanti, al medio termine, possiamo azzardare una tendenza: i territori dell’impresa stanno diventando sempre di più gli atenei. Certo, gli spin off non fanno parte della nostra tradizione industriale, ma stiamo assistendo a un incremento dell’elemento che li definisce tali, ovvero i progetti pluriennali di ricerca in ambito accademico. Il loro terreno di attività è l’ICT, ma anche servizi innovativi, energia e ambiente e life sciences, biomedicale e elettronica”. 

E se parliamo di università, non possiamo non parlare di giovani e di lavoro…
“Il dato di partenza è che il mondo del lavoro non ha fatto proprie le novità di politica industriale che le imprese hanno via via messo in campo. Non si è mai aperta una vera riflessione sul lavoro come leva competitiva, al servizio di una politica industriale lungimirante. E sarebbe invece estremamente necessaria. Alcune aziende, come scrivo nel libro, come la Ferrero e altre dell’Emila, hanno messo in atto delle strategie funzionali: formazione continua, riqualificazione, premialità.
Ma il panorama sta cambiando: oggi un giovane su quattro cerca la strada dell’autoimpiego per affacciarsi con successo al mercato del lavoro, per virtù o per necessità questi giovani incorporano già una nozione di rischio. E attenzione, il lavoro autonomo non c’entra nulla con la flessibilità, è appunto un’assunzione di rischio. Crescerà il lavoro autonomo responsabile: tutti impareranno fin dall’inizio a gestire il proprio brand”.  

AlmaLaurea oggi grazie alla sua banca dati, raccoglie i curriculum vitae dei laureati di 72 atenei nazionali, rappresentando il 90% della popolazione dei laureati italiani. Può questo strumento che fa da ponte tra università e mondo del lavoro contribuire alla ripresa?
“Il suo valore è proprio questo: grazie ai suoi dati può mettere in comunicazione e sostenere le evoluzioni dell’economia italiana con personale qualificato. Può essere quindi una cabina di regia di questi snodi, tra formazione delle risorse umane e esigenze del mercato del lavoro, in modo che questi due itinerari non siano divergenti, ma figli di una cultura industriale moderna che faccia leva sul Made in Italy e su una tradizione industriale che sono ancora in molti ad invidiarci”.

 


Iscriviti alla Newsletter AlmaLaurea! Ogni mese potrai ricevere una selezione di interviste, articoli e indagini pubblicati su AlmaLaurea.it.

Conosci qualcuno interessato a ricevere la Newsletter AlmaLaurea? Invitalo subito a iscriversi!