Lavoro

Politiche industriali: se non ora quando?

Intervista a Gianfranco Viesti, docente di economia internazionale all’Università di Bari, autore del libro “Cacciavite, Robot e tablet. Come far ripartire le imprese”, edito da il Mulino.
24 Febbraio 2015

“Serve un’inversione di marcia: il mondo è cambiato e se vogliamo aiutare le nostre imprese occorre tornare a parlare di politiche industriali in modo esplicito e non banale”.
A parlare è il professore Gianfranco Viesti, docente di Economia internazionale all’Università di Bari, autore, insieme a Dario Di Vico, inviato del Corriere della Sera, di “Cacciavite, Robot e tablet. Come far ripartire le imprese” edito da il Mulino. “Abbiamo scelto di scrivere questo libro - precisa Viesti - perché crediamo che il sistema industriale sia una componente fondamentale dell’economia italiana. Ritengo che se vogliamo che questo sistema torni a crescere e ad essere competitivo, siano necessarie politiche industriali mirate. Nel libro lo scrivo: da quindici anni il sistema industriale italiano sta raccogliendo successi inferiori al passato e soprattutto non sufficienti per mantenere alto e crescente il nostro benessere. Uno scenario preoccupante perché alle difficoltà strutturali dell’industria si sono aggiunti gli effetti di una lunghissima congiuntura negativa”.

Politiche industriali per aiutare le imprese a crescere, dobbiamo ripartire da qui. In che modo? Nel suo libro parla del fatto che capacità finanziaria e risorse umane sono i fattori abilitanti per poter innovare, e quindi crescere.
“Il mondo delle imprese si trova di fronte a due elementi di criticità che occorre affrontare per facilitare i processi di sviluppo: da un lato, la dotazione di capitale proprio; dall’altro, la presenza di competenze qualificate all’interno delle imprese. Far crescere queste due variabili comporta discontinuità perché vuol dire cercare politiche di finanziamento diverse da quelle bancarie e investire sulle risorse umane senza essere certi del risultato che si potrà ottenere. Qualcosa in questo senso in Italia è stato fatto, soprattutto dal punto di vista dei finanziamenti alle imprese, ma più che un piano di politica industriale, sembra un insieme di singoli piccoli provvedimenti. E non è per nulla sufficiente. In merito alle politiche di incentivo all’assunzione di persone qualificate invece siamo ancora molto indietro”.

Scrive che serve una “spending review dinamica basata sull’innovazione, sull’idea che se non si investe per cambiare non si risparmia”.
“Serve una collaborazione tra pubblico e privato. In primis, serve un ruolo attivo del pubblico che, come ci mostrano Stati Uniti e Germania, favorisca la crescita. Gli acquisti pubblici innovativi (innovative public procurement) è dimostrato, sono una componente fondamentale, anche se molto difficile, dell’intervento pubblico: stimolano le imprese a fornire soluzioni innovative e produttive. Penso ai grandi progetti di ricerca, all’acquisto di tecnologie all’avanguardia nel settore green, nella sanità, nei trasporti… Solo comprando e ideando beni e servizi migliori rispetto a quelli attuali il settore pubblico può non solo produrre innovazione, ma anche fornire servizi migliori e raggiungere risultati di interesse pubblico”.

In Italia la struttura imprenditoriale, certo non aiuta: un’elevata presenza di aziende di piccole e media dimensioni è associata anche a una minore capacità di valorizzazione del capitale umano, di performance innovative e di internazionalizzazione delle imprese.
“La crescita dimensionale delle piccole imprese italiane è un tema fondamentale. Perché ciò accada, serve una rapida, significativa iniezione di capitali, ma anche processi di internazionalizzazione e alcuni fondamentali processi innovativi. Le grandi economie del mondo lo dimostrano, soprattutto nei periodi di maggiore difficoltà: chi cresce innova, chi innova cresce. Ecco perché serve una politica industriale che contrasti questa logica che innovare è troppo rischioso”.

Lei sottolinea “che nelle imprese italiane non mancano i computer ma mancano le persone in grado di utilizzarli in modo non banale”. Ricorda AlmaLaurea, che si occupa ormai da 20 del sistema universitario. Oggi soltanto il 30% dei 19enni si iscrive alle università, per lo più provenendo da famiglie più favorite, a causa della mancanza di fondi per il Diritto allo studio. Quanto è determinate investire nella formazione?
“E’ fondamentale perché la produttività aziendale cresce solo se ci sono intelligenze in grado di mettere in atto azioni nuove. Ma conoscenze e esperienze non si trovano al mercato rionale, si ottengono portando in azienda persone brillanti. Nel nostro paese purtroppo stiamo assistendo a un fatto gravissimo: formiamo sempre meno capitale umano di qualità e questo non ci permette di innovare e quindi di crescere. La flessione delle immatricolazioni all’università è il frutto più velenoso della crisi: abbiamo il numero più basso di laureati su tutti i 28 paesi europei. Vuol dire che l’istruzione superiore rende meno che altrove perché più bassa è la quota di lavoratori a maggior qualifica. In questo senso, un programma che favorisca l’ingresso dei laureati nelle piccole imprese è probabilmente la più importante misura di politica industriale che si può mettere in atto oggi in Italia”.

Resta il fatto che la quota di occupati con qualifica di manager con laurea o titolo superiore nel nostro paese, sebbene si registrino dei miglioramenti, è ancora molta bassa: mentre nell’UE sono il 53%, e nessun paese scende sotto il 51%, in Italia sono solo il 24%? Come possono manager non laureati apprezzare giovani con istruzione universitaria?
“E’ il motivo per cui le imprese non crescono, ed è per questo che servono riforme strutturali che possano favorire un rinnovamento, una riqualificazione della classe imprenditoriale delle nostre imprese. Lo scarto rispetto alla Germania non sta nella gestione familiare delle aziende, ma nel fatto che loro hanno manager qualificati anche nelle piccole imprese, noi no (infatti, solo il 5% dei manager tedeschi ha un titolo di scuola dell'obbligo contro il 28% dell'Italia)”.

Il suo interevento si conclude affermando che “una vera politica industriale non si fa con la legge ma con un lavorio di anni, rafforzando le istituzioni, dialogando con le imprese, disegnando e correggendo gli strumenti, valutando i risultati”. AlmaLaurea come può contribuire a questo processo? 
“AlmaLaurea è uno strumento fondamentale in questo processo non solo perché permette alle Università di guardarsi allo specchio e di migliorare così la loro attività formativa, ma perché grazie alla sua banca dati favorisce anche l’incontro tra aziende e capitale umano altamente qualificato, forzando quel blocco, di natura culturale, che porta le nostre imprese a non investire nei giovani, e riducendo il rischio di assunzioni sbagliate”.

 


Iscriviti alla Newsletter AlmaLaurea! Ogni mese potrai ricevere una selezione di interviste, articoli e indagini pubblicati su AlmaLaurea.it.

Conosci qualcuno interessato a ricevere la Newsletter AlmaLaurea? Invitalo subito a iscriversi!