Lavoro

Ricercatori, tra università e impresa

AlmaLaurea, identikit dei ricercatori: tra chi opera all’interno di università o enti pubblici e chi, invece, è inserito nelle aree “ricerca e sviluppo” di aziende private.
30 Aprile 2015

In questo dedicato alle professioni svolte dai laureati a dieci anni dal titolo, AlmaLaurea traccia l’identikit dei ricercatori

Grazie alla lettura dei dati è possibili individuare due tipologie di profili distinti che, pur avendo indirizzato il loro percorso professionale verso il mondo della ricerca, una volta entrati sul mercato del lavoro intraprendono strade differenti, a livello di performance e di ambiti lavorativi.

Sono, da un lato, i laureati “ricercatori” che operano soprattutto in ambito scientifico all’interno delle università o di enti pubblici dove svolgono attività di laboratorio, ma anche di affiancamento alla docenza, di supervisione e di coordinamento di progetti; dall’altro, i laureati “ricercatori” inseriti nelle aree “ricerca e sviluppo” di aziende private, dove operano allo sviluppo di software, all’innovazione e al lancio di nuovi prodotti, ma anche nel campo di analisi e automazione. I due profili rappresentano rispettivamente il 9% e il 4% del totale delle professioni indagate.

Dall’Indagine emergono fin da subito elementi distintivi che caratterizzano e definiscono in parte questi due profili professionali: com’era facile attendersi, i primi, sono infatti impiegati soprattutto nel settore pubblico, sono più precari, percepiscono retribuzioni in linea con la media nazionale, ma sono più soddisfatti del percorso intrapreso; i secondi sono invece nettamente più presenti nel privato, sono più stabili, percepiscono guadagni di gran lunga superiori al livello nazionale, tuttavia sono meno soddisfatti del proprio percorso.

 

Identikit dei ricercatori

Analizzando nel dettaglio le loro caratteristiche è possibile tracciarne un identikit e valutarne le performance professionali nel lungo periodo.

Dall’indagine emerge infatti che l’attività di “ricerca” in ambito scientifico/universitario è una prerogativa soprattutto delle donne che, con il 62%, superano di oltre sette punti percentuali il complesso delle professioni esaminate (dove la componente femminile rappresenta il 54% del totale).

Di contro, tra i ricercatori dell’area “ricerca e sviluppo” in azienda è prevalente la componente maschile, 67%, più di quanto non accada a livello nazionale dove rappresentano il 46% del totale.

 

Svolgono davvero il lavoro per cui hanno studiato?

Prendendo in considerazione la corrispondenza tra studi compiuti e professione svolta, a partire dai gruppi disciplinari, emerge che tra i ricercatori che operano in ambito scientifico/universitario sono relativamente più frequenti della media i laureati del gruppo medico (13% contro il 5%), chimico-farmaceutico (11% contro il 3%) geobiologico (11% contro il 4%) e scientifico (5% contro il 3%). Per una buona parte di questi ricercatori, il titolo universitario sul mercato del lavoro si è rilevato molto efficace, il 77% contro il 60% a livello nazionale, mentre solo da un 6% è ritenuto poco o per nulla efficace (è l’11% a livello nazionale).

Tra i ricercatori dell’area “ricerca e sviluppo” in azienda, la corrispondenza tra studi compiuti e professione svolta è più evidente: com’è facile attendersi, sono infatti nettamente più presenti rispetto alla media i laureati di ingegneria (43% contro il 13%) e in ambito scientifico (8% contro il 3%). In questo caso, l’efficacia del titolo è meno marcata rispetto ai loro colleghi: la laurea è ritenuta infatti, non molto, ma abbastanza efficace dal 48% degli intervistati (è 29% a livello nazionale), poco o per nulla efficace dal 9% degli indagati.

 

Come si posizionano sul mercato del lavoro?

Per i ricercatori che operano in ambito scientifico/universitario, sebbene il lavoro stabile coinvolga la maggioranza dei professionisti (64% contro l’81% della media nazionale), a dieci anni dal titolo la precarietà interessa ancora il 35,5% dei ricercatori contro il 19% del livello nazionale.

All’estremo opposto, troviamo i ricercatori dell’area “ricerca e sviluppo” in azienda, dove la stabilità interessa l’89% dei professionisti, in particolare l’82% ha un contratto a tempo indeterminato (sono rispettivamente l’81% e il 63% per la media nazionale).

 

Laureati pre-riforma 2000, 2001, 2002 occupati a dieci anni: tipologia dell’attività lavorativa per professione svolta (valori percentuali)

 

Dove sono inseriti…

Com’era facile attendersi, i ricercatori che operano in ambito scientifico/universitario sono impiegati soprattutto nel settore pubblico, il 66% contro il 32% del livello nazionale; mentre, i ricercatori dell’area “ricerca e sviluppo” in azienda sono nettamente più presenti nel privato, l’84% contro il 64% del totale delle professioni.

 

Il guadagno

A dieci anni dal conseguimento della laurea i ricercatori che operano in ambito scientifico/universitario guadagnano 1.628 euro mensili netti, un valore in linea con la media nazionale (1.620 euro); di contro, i ricercatori dell’area “ricerca e sviluppo” in azienda con 1.821 euro mensili netti percepiscono uno stipendio di gran lunga superiore a quanto rilevato sul complesso delle professioni.

 


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