Università

Emendamento: parliamo di voti

Francesco Ferrante, curatore delle indagini AlmaLaurea: "I ranking attualmente disponibili sono poco affidabili e discutibili sul piano metodologico. E affermare per legge che un’università è migliore di un’altra comporterebbe nei fatti un affievolimento.
07 Luglio 2015

Il XVII Profilo AlmaLaurea permette di analizzare la riuscita negli studi universitari in base al voto di laurea. Negli ultimi dodici anni i voti di laurea sono rimasti sostanzialmente stabili (102,2/110 nel 2014)! Due elementi fondamentali: 1) nel passaggio tra triennale e magistrale si assiste generalmente ad un incremento significativo del voto di laurea ottenuto dallo studente; 2) le differenze di votazione all’interno dei gruppi disciplinari sono legate anche a prassi valutative non uniformi (a ingegneria i docenti non applicano lo stesso metro di giudizio della preparazione dello studente che si adotta a lettere).

 

Gli elementi che influenzano le votazioni alla laurea

Il Profilo mostra che, a parità di condizioni, sul voto di laurea incidono in modo favorevole alcuni elementi, quali l’aver svolto gli studi superiori in un liceo, ma anche l’avere ottenuto un voto elevato all’esame di maturità. Hanno influenza positiva inoltre l’aver scelto il proprio corso di studi spinti da una forte motivazione di carattere culturale e l’aver intrapreso esperienze di studio all’estero e attività di tirocinio durante l’università. Tutti elementi che dimostrano, in modo indiretto, la migliore preparazione e attitudine agli studi dei giovani più brillanti.

Di contro, l’aver svolto attività lavorative continuative durante gli studi penalizza in modo rilevante i voti ottenuti; molto spesso, infatti, non è facile coniugare studio e lavoro.

 

Il voto di laurea varia molto in base al corso di studio e al gruppo disciplinare

Mentre tra i laureati triennali il voto medio è pari a 99,4/110, il punteggio sale per i magistrali a ciclo unico a 103,7 e ancor di più (107,5) tra i magistrali biennali, a riprova che nel passaggio tra primo e secondo livello, in generale, gli studenti ci “guadagnano” in termini di voti di laurea. E questo nonostante il fatto che abbiano voti di laurea alla triennale mediamente più elevati (rispetto a chi non ha poi proseguito): in media hanno infatti incrementato il voto finale di circa 6 punti. Nell’ambito economico-statistico, ad esempio, dove si osservano votazioni di partenza più basse rispetto alla media (97,9 contro 101,6), l’incremento di voto alla magistrale è di oltre 8 punti. All’opposto nei gruppi letterario, linguistico e professioni sanitarie l’incremento di punteggio è molto più ridotto, ma la votazione alla triennale era già talmente elevata che diventa difficile immaginare di poter incrementare in misura rilevante la propria performance.

Più in generale, il 21% dei laureati ottiene il titolo con il massimo dei voti (110 e lode), mentre il 35% non arriva al 100. Si laureano con 110 e lode, più degli altri, i laureati del gruppo medico (56%), seguiti dal letterario (36%), geobiologico (29%), scientifico (27%), professioni sanitarie (25%) e linguistico (22%); sotto la media invece si posizionano i laureati del giuridico (14%), insegnamento e educazione fisica (15%), economico statistico e ingegneria (16%) e politico sociale e chimico farmaceutico (17%).

Le differenze nei voti riscontrate tra i diversi percorsi di studio non sono tra l’altro completamente imputabili all’effettiva preparazione degli studenti. La qualità della formazione è infatti influenzata da tre fattori: le caratteristiche all’ingresso, l’efficacia della didattica e la prassi valutativa, a volte più generosa, a volte meno, adottata dai docenti del corso … quello che potremmo chiamare l’essere più o meno di “manica larga”! Alcuni studi AlmaLaurea hanno dimostrato che, a parità di tutte le condizioni, i laureati del gruppo letterario ottengono votazioni del 10% più elevate rispetto ai laureati di ingegneria. E questo è tendenzialmente “imputabile” alle differenti prassi valutative adottate nei rispettivi settori di studio.

Ma allora il voto di laurea esercita ancora la sua funzione di misura della preparazione dello studente? E i criteri di accesso ai concorsi pubblici e di reclutamento del personale da inserire in azienda basati sul voto di laurea tout court sono sempre adeguati?

 

Università: quando un “voto” non è sufficiente

“Secondo l’emendamento approvato, la valutazione nei concorsi pubblici del voto minimo di laurea dovrebbe avvenire in rapporto a fattori inerenti all'istituzione che lo ha assegnato e al voto medio di classi omogenee di studenti. Non è chiaro se si pensa ad una mera normalizzazione del voto di laurea dei candidati, operazione di per sé delicata e complessa, o ad una vera e propria riclassificazione delle università in funzione dei fattori inerenti all’istituzione, come tali non meglio identificati. Eventulamente, come si dovrebbe procedere in questa direzione?  

AlmaLaurea nei suoi rapporti ha sempre evidenziato con forza che la valutazione di un percorso di studi o di una laurea è una questione alquanto complessa, che quasi mai può esaurirsi con una classifica unidimensionale basata su statistiche descrittive.

I ranking attualmente disponibili sia a livello italiano che internazionale non sono utilizzabili a questo scopo e discutibili sul piano metodologico. Per superare i limiti insiti nei ranking, da sempre AlmaLaurea propone un sistema di rating che restituisce ai diversi portatori di interesse un ampio quadro informativo utile a valutare e scegliere sulla base di un approccio multicriteriale.

Ma le questioni sollevate dall’emendamento approvato sono di portata più generale e riguardano il tema della valutazione del sistema universitario a cui collegare, eventualmente, l’implementazione di sistemi premiali.

Nel XVII Rapporto AlmaLaurea si sottolinea che qualsiasi azione finalizzata a valutare e premiare, di conseguenza, gli atenei, deve tenere conto di tutti quei fattori che, nei diversi territori, incidono sugli esiti della formazione e sull’occupabilità dei laureati e che non sono riconducibili, direttamente o indirettamente, all’azione e alla resposabilità dei singoli atenei. Si pensi, ad esempio, alla qualità della scuola primaria e secondaria dalla quel provengono gli immatricolati o alle opportunità occupazionali presenti nei diversi territori. Qualsiasi operazioni volta a classificare in termini qualitativi le università e ad allocare su questa base le risorse, che non riconosca questi elementi, non solo non sarà meritocratica, ma è destinata ad alimentare, come emerge dalle indagini AlmaLaurea, processi di polarizzazione crescente. Ad essere penalizzati sarebbero soprattutto gli studenti più capaci ma meno mobili residenti nei contesti meno favoriti. Studenti che vedrebbero peggiorare progressivamente la qualità dei servizi didattici e del contesto educativo.

La conclusione non è certamente un invito alla rinuncia alla valutazione e all’utilizzo di sistemi premiali ma ad agire con cautela sulla base di indicatori di performance correttamente normalizzati, ovvero che tengano conto di tutte le variabili in gioco”. 

 

del professore Francesco Ferrante, che ha curato le Indagini AlmaLaurea 

 


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