Università

Più (in-)formazione e meno “sentito dire”

Tra università e mercato del lavoro, ranking e rating, analisi scientifiche e falsi miti. Intervista a Giuseppe De Nicolao socio fondatore dell’Associazione Roars
20 Luglio 2015

“Abbiamo bisogno di un’università più trasparente, in cui circolano maggiori informazioni sulle decisioni locali e nazionali…confrontarsi con dati significativi come quelli di AlmaLaurea– e non con classifiche dalle fragili basi scientifiche – abitua la comunità accademica ad affrontare i problemi reali invece che scalare classifiche virtuali”. A colloquio con Giuseppe De Nicolao, Professore di Automatica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pavia e socio fondatore di Roars, Associazione senza fini di lucro fondata nel 2013, con finalità di carattere di informazione e di analisi culturale, in particolare in materia di politiche per la ricerca, sistemi di valutazione e formazione terziaria. 

Parliamo di università e del crollo dei finanziamenti pubblici citati anche da Gianfranco Viesti nel corso del vostro ultimo Convegno. Si potrebbe definire, in modo enfatico, “l’inizio della fine” per un Paese come il nostro che oltre a scontare uno storico ritardo nei tassi di scolarizzazione – ritardo molto difficile da recuperare-, e ancora oggi è troppo indietro rispetto al resto dei paesi industrializzati?  Ci vorrebbe forse un nuovo inizio…
“Sì, sembra proprio l’inizio della fine per un sistema universitario che, dispetto delle narrazioni dell’”università di massa” e dell’”ateneo sotto casa”, è sempre stato lontano dal disporre delle risorse necessarie a colmare il ritardo di investimenti nei confronti delle altre nazioni europee e dell’OCSE. La crescita di spesa e l’aumento di laureati della prima metà degli anni zero non sono bastati ad agganciare le tendenze in atto a livello mondiale. Ci troviamo relegati all’ultimo posto nell’UE per percentuale di laureati nella fascia di età 30-34 anni e al penultimo posto per spesa pubblica destinata all’università in rapporto al PIL. Una verità amara ma sconosciuta all’opinione pubblica, bombardata da slogan all’insegna dell’ “università dei baroni” e del “meno studi più trovi lavoro”. Un martellamento quasi quotidiano che rende difficile immaginare un nuovo inizio in termini d’investimenti non solo finanziari, ma anche emotivi e ideali. 

I dati presentati da AlmaLaurea nel suo ultimo Convegno del 28 maggio, all’università Milano Bicocca, dimostrano che tuttora il ritardo nei livelli di scolarizzazione riguarda anche il possesso del diploma di scuola secondaria e si riflette significativamente sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana: come possono dirigenti non laureati apprezzare la formazione universitaria?
“Le indagini di AlmaLaurea dipingono un paese che, nonostante le fasi di sviluppo economico e sociale della seconda metà del secolo scorso, non riesce ad affrancarsi da una scarsa scolarizzazione che ha radici storiche e che non lascia indenni nemmeno le posizioni dirigenziali delle imprese (75% di manager non laureati e 28% non diplomati). Abbiamo probabilmente superato il punto di non ritorno: la classe dirigente del paese è talmente miope e suggestionabile da accettare - o persino promuovere attivamente - un downsizing e downgrading (riduzione e declassamento) della parte più pregiata del sistema formativo, condannando il paese alla serie B, se non peggio. Invece di lanciare massici investimenti formativi, ascoltiamo il canto di sirene che auspicano una formazione su misura delle esigenze di un sistema imprenditoriale troppo poco innovatore per comprendere il ruolo chiave di laureati e dottori di ricerca formati secondo standard internazionali di qualità”. 

La laurea è ancora oggi una carta vincente, soprattutto in tempi di crisi: com’è stato ribadito nel corso dell’ultimo Convegno Roars la formazione del capitale umano può rappresentare una delle principali leve della crescita, in particolare per il nostro Paese. Quali sono, a suo avviso, le azioni e le strategie che si dovrebbero mettere in atto per ripartire? 
“I dati AlmaLaurea parlano chiaro: nel generale peggioramento delle prospettive di occupazione e di reddito causato dalla crisi, il ruolo di salvagente della laurea diventa ancora più evidente, visto l’allargamento della forbice occupazionale e di reddito tra laureati e non laureati (dal 2008 al 2014 il differenziale del tasso di disoccupazione tra diplomati e laureati è passato da 3,6 a 16,3 punti). Eppure, i mezzi d’informazione troppo spesso danno la massima evidenza solo alle maggiori difficoltà incontrate dai neolaureati rispetto a qualche anno fa, lasciando intendere che il titolo si stia svalutando. A titolo di esempio, l’articolo con cui l’Unità commentava il rapporto AlmaLaurea 2014 era intitolato “Laureati disoccupati e scoraggiati” (14.4.2014). In realtà l’azione più urgente sarebbe quella di allargare l’accesso agli sudi universitari mediante adeguati investimenti sul diritto allo studio (borse, residenze, mense, etc), sia per ridurre la forbice tra la nostra percentuale di laureati e quella dell’UE, ma anche per evitare che gli studi universitari diventino sempre più un privilegio riservato ai figli delle famiglie abbienti”.

Serve un maggiore dialogo tra imprese e università, ma sarebbe necessario anche più Stato o meglio più politiche che incentivino il rapporto tra formazione e mercato del lavoro? 
“I laboratori universitari più avanzati non hanno problema a dialogare con le imprese, solo che spesso si tratta di imprese estere, che questi laboratori contribuiscono a rendere più competitive, fornendo anche personale formato che emigra e giocherà un ruolo decisivo pure negli anni a venire. Un maggior dialogo tra università e imprese italiane è sicuramente urgente, ma le politiche devono essere mirate e selettive. In altre parole, non è più il tempo di misure a pioggia come l’incentivazione della ricerca industriale mediante i crediti di imposta che, non a caso, sono una delle misure più richieste e gradite”.

Sfatiamo qualche falso mito: è vero che l’università costa troppo, che produciamo troppi laureati e che oggi l’università è per tutti? 
“Un laureato italiano costa la metà di uno tedesco, eppure pochi giorni fa Italia Oggi scriveva “il giudizio unanime è che al sistema universitario italiano bisogna pur mettere mano perché così com’è i costi (per i contribuenti) superano i benefici (per il Paese)” (19.06.2015). Sul Corriere della Sera (05.05.2015) è stato scritto che l’università italiana è gratuita, mentre è invece una tra le più costose in Europa, con il preciso scopo di relegare la tutela del Diritto allo Studio tra i “vecchi stereotipi”. Tuttavia, basta chiudere il Corriere della Sera e dare un’occhiata ai dati OCSE per rendersi conto che la situazione è assai diversa da come la dipingono le prime pagine dei quotidiani nazionali”.

Nel vostro Convegno si parla di “disastro annunciato” e del fatto che in questi anni è stata massacrata l’università, soprattutto la didattica, l’interdisciplinarità, la sovranità degli atenei: come dovrebbe essere l’università per ritornare a produrre autentico valore aggiunto? 
“Dovrebbe essere un luogo più trasparente, in cui circolano maggiori informazioni sulle decisioni locali e nazionali. Non esistono norme, per quanto severe, che da sole possano risanare o rivitalizzare il sistema. Solo un corpo accademico abituato alla “casa di vetro” e sollecitato dall’alto e dal basso a intervenire sulla sostanza delle cose più che sui formalismi valutativi, può accollarsi le responsabilità che gli spettano, tra cui quella di garantire didattica di qualità e rispondente alle esigenze della società e del mondo produttivo”.

Cosa ne pensa di AlmaLaurea? Crede che le attività e le ricerche del Consorzio raggiungano il fine per cui sono nate: ovvero migliorare la governance delle università attraverso un sistema di rating e non di ranking?
“Fornire dati affidabili è un contributo fondamentale per la comprensione dello stato del sistema universitario e delle sue prospettive future. Confrontarsi con dati significativi – e non con classifiche dalle fragili basi scientifiche – abitua la comunità accademica ad affrontare i problemi reali invece che scalare classifiche virtuali. Un’altra cosa a cui devono abituarsi sia i vertici accademici che i policy-makers è leggere i dati nel loro contesto. Un tasso di occupazione dei laureati che, in termini comparativi, può sembrare poco lusinghiero potrebbe assumere tutt’altro significato se riferito a un territorio che più di altri sta subendo i contraccolpi di una crisi socioeconomica”. 

AlmaLaurea ancora oggi registra un progressivo svuotamento delle università del Sud, una forte immobilità sociale e una penalizzazione delle fasce più deboli della popolazione nell’accesso all’istruzione di terzo livello: e questo per la mancanza di una seria politica di orientamento e di Diritto allo Studio. Qual è la sua opinione in merito?
“Abbiamo già osservato che rendere effettivo il Diritto allo Studio è una delle prime urgenze a cui far fronte attraverso un adeguato investimento di risorse che estenda l’accesso alla formazione universitaria. A proposito di orientamento, è diffusa la convinzione che le difficoltà occupazionali dei laureati italiani siano in buona parte spiegate da un presunto eccesso di studenti iscritti a corsi di laurea con scarse prospettive occupazionali rispetto a quanto accade all’estero. Tuttavia, come mostrato anche da AlmaLaurea, la distribuzione italiana dei laureati per area disciplinare è paragonabile a quella di altre grandi nazioni europee. Rimane in ogni caso essenziale migliorare le politiche di orientamento che dovrebbero aiutare i giovani a mettere a fuoco le proprie aspirazioni, confrontandole con dati il più possibile completi e informativi sulle prospettive offerte dai diversi corsi di studio. È su quest’ultimo aspetto che le statistiche AlmaLaurea si rivelano assolutamente preziose, in quanto consentono di capire quali percorsi offrono buone o discrete prospettive lavorative e quali siano più “rischiosi” e come tali raccomandabili a chi ha sufficienti motivazioni per affrontare percorsi lavorativi più incerti sul piano dei ritorni economici”.

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