Università

Il dottorato di ricerca alla prova del lavoro

AlmaLaurea presenta l’Indagine 2015 su 2.400 dottori di ricerca italiani: dai percorsi formativi agli inserimenti professionali, in Italia e all’estero.
06 Ottobre 2015

Pochi, molto qualificati e con performance occupazionali brillanti: l’Indagine AlmaLaurea del 2015 fotografa le performance formative e professionali di circa 2.400 dottori di ricerca italiani. 

L’analisi, sebbene evidenzi il buon esito occupazionale dei dottori di ricerca già a un anno dal titolo, mostra che il mercato del lavoro nazionale non riesce a valorizzare appieno il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori. Tali risultati emergono sia con riferimento allo storico e tuttora principale sbocco professionale dei dottori di ricerca, ossia l’insegnamento e la ricerca in ambito accademico che, come ha più volte evidenziato AlmaLaurea, sono caratterizzati da tempi lunghi di stabilizzazione contrattuale e valorizzazione professionale, sia in riferimento alle loro performance occupazionali all’interno del tessuto produttivo nazionale, dove il titolo di dottorato fatica tuttora ad essere apprezzato.

Alla base di questa mancata valorizzazione delle risorse umane più qualificate prodotte dal nostro sistema formativo ci sono alcuni tratti che caratterizzano il nostro Paese, rilevati in più occasioni dalle Indagini AlmaLaurea: tra questi, una forte prevalenza di piccole e micro imprese a gestione familiare, specializzate in settori a medio basso contenuto tecnologico, e il forte ritardo nei tassi di scolarizzazione della popolazione adulta, che si riscontra anche tra i manager (nel 2013 appena il 28% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 12% della media europea a 15 paesi, il 19% della Spagna e il 5% della Germania). Tratti ai quali si associa una ridotta propensione delle imprese ad investire sia in capitale umano sia in R&S: nel 2012, in Italia, le risorse destinate a quest’ultima erano pari all’1,25% del prodotto interno lordo nazionale, contro il 3,80% della Finlandia, il 2,89% della Germania! Non stupisce quindi che in Italia la percentuale di dottori di ricerca sia nettamente più bassa che nel resto d’Europa: su mille abitanti, la Finlandia ha 3,7 dottori di ricerca, la Germania 2,6, l’Italia solo 0,6.

Non si tratta solo di investire più risorse finanziarie ma di modificare una cultura diffusa nel Paese, anche all’interno della classe imprenditoriale, che attribuisce scarso valore alla ricerca e alla conoscenza. Un passaggio che richiede cambiamenti a tutti gli attori coinvolti e una politica industriale coerente con quest’obiettivo” spiega il professore Francesco Ferrante, curatore delle Indagini AlmaLaurea.

 

Leggi l'indagine completa

 

 


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