Lavoro

Dottori di ricerca: la scelta dell’estero è vincente

Pochi, molto qualificati e con performance occupazionali brillanti. Sono i 2.400 dottori di ricerca fotografati da AlmaLaurea dai percorsi formativi agli inserimenti professionali, in Italia e all’estero.
15 Febbraio 2016

L’analisi, sebbene evidenzi il buon esito occupazionale dei dottori di ricerca già a un anno dal titolo, mostra che il mercato del lavoro nazionale non riesce a valorizzare appieno il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori. Risultati che emergono sia con riferimento allo storico e tuttora principale sbocco professionale dei dottori di ricerca, ossia l’insegnamento e la ricerca in ambito accademico che, come ha più volte evidenziato AlmaLaurea, sono caratterizzati da tempi lunghi di stabilizzazione contrattuale e valorizzazione professionale, sia in riferimento alle loro performance occupazionali all’interno del tessuto produttivo nazionale, dove il titolo di dottorato fatica tuttora ad essere apprezzato. Alla base di questa mancata valorizzazione delle risorse umane più qualificate prodotte dal nostro sistema formativo ci sono alcuni tratti che caratterizzano il nostro Paese, rilevati in più occasioni dalle Indagini AlmaLaurea: tra questi, una forte prevalenza di piccole e micro imprese a gestione familiare, specializzate in settori a medio basso contenuto tecnologico, e il forte ritardo nei tassi di scolarizzazione della popolazione adulta, che si riscontra anche tra i manager (nel 2013 appena il 28% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 12% della media europea a 15 paesi, il 19% della Spagna e il 5% della Germania). Tratti ai quali si associa una ridotta propensione delle imprese ad investire sia in capitale umano sia in R&S: nel 2012, in Italia, le risorse destinate a quest’ultima erano pari all’1,25% del prodotto interno lordo nazionale, contro il 3,80% della Finlandia, il 2,89% della Germania! Non stupisce quindi che in Italia la percentuale di dottori di ricerca sia nettamente più bassa che nel resto d’Europa: su mille abitanti, la Finlandia ha 3,7 dottori di ricerca, la Germania 2,6, l’Italia solo 0,6.

 

Ed ecco che l’estero si trasforma in una meta molto gettonata.
Considerando i soli cittadini italiani, i dottori di ricerca che scelgono di cercare lavoro all’estero sono infatti pari al 10%, contro il 5% registrato tra i laureati magistrali del 2014. Una popolazione decisamente selezionata: nella maggior parte dei casi uomini, di età inferiore alla media, che provengono da contesti familiari più favoriti e che hanno conseguito il titolo negli indirizzi delle aree di scienze di base e ingegneria. Il 74% dei dottori di ricerca, fin dal conseguimento del titolo, dichiara di ritenere di avere maggiori opportunità professionali all’estero, percentuale che sale all’81% tra i dottori dell’area delle scienze di base, al 78% tra gli ingegneri e al 76% tra i colleghi delle scienze della vita; sotto la media si posizionano i dottori degli indirizzi delle scienze umane (73%) e delle scienze economico, giuridico e sociali (58%).

 

Ma perché i dottori di ricerca scelgono l’estero?

Hanno guadagni più elevati dei loro colleghi che sono rimasti in Italia: 1.420 euro netti mensili contro i 2.124 percepiti da chi emigra oltreconfine. Certo su questo interviene anche il diverso costo della vita, ma la differenza appare comunque elevata;
Utilizzano in maggior misura le competenze acquisite durante gli anni di studio: il 72% dei dottori trasferitisi all’estero ritiene che il titolo sia efficace per il lavoro svolto, contro il 55% dei colleghi occupati in Italia; Hanno maggiori possibilità di svolgere attività di ricerca : il 52%, contro il 21% che resta entro i confini nazionali, lavora come ricercatore, o docente universitario.

 

Leggi l'indagine completa

 

 


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