Università

Erasmus: i miei primi 30 anni

Esperienze internazionali che valorizzano la formazione dei giovani e ne favoriscono l'occupazione. Ecco l'identikit dei laureati che scelgono di partecipare al programma Erasmus.
11 Maggio 2016

Esperienze internazionali che fanno la differenza e promuovono valori culturali, di solidarietà, storici e scientifici che favoriscono il processo di integrazione europea. L’Erasmus festeggia i suoi primi 30 anni e lo fa premiando, lo scorso 9 maggio nell’ambito delle celebrazioni del Giorno dell’Europa, Sofia Corradi, la professoressa che ha fatto nascere il programma europeo con cui dal 1986 ad oggi hanno viaggiato oltre 4 milioni di studenti. L’adozione dell’Erasmus da parte delle istituzioni dell’Unione Europea ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo della mobilità internazionale degli studenti universitari. Da allora, compiere studi all’estero riconosciuti dal sistema universitario significa, nella grande maggioranza dei casi, partecipare alla mobilità Erasmus. Un’esperienza capace di valorizzare la formazione dei giovani, favorendo l’integrazione e il trasferimento di know how tra Paesi.
A conferma del suo valore ci sono i dati AlmaLaurea in base ai quali emerge come queste esperienze di studio all’estero permettano ai laureati che le svolgono di aumentare del 10% le chance di trovare lavoro, già ad un anno dal titolo. E questo a parità di ogni altra condizione. Ma quanti sono gli studenti italiani che varcano la soglia dei confini nazionali? Fra tutti i laureati del 2015, il 10% ha compiuto esperienze di studio all’estero riconosciute dal corso di studi. Il Paese di destinazione più frequente è la Spagna, scelta dal 25% degli interessati dalla mobilità internazionale, seguita da Francia, Germania e Regno Unito. 

 

Ma chi sono i laureati che scelgono di intraprendere un’esperienza Erasmus?
Il XVIII Rapporto sul Profilo dei laureati AlmaLaurea ne traccia l’identikit. Dall’indagine emerge così che tra i laureati che compiono l’intero percorso “3+2” e svolgono esperienze di studio all’estero, la scelta di intraprendere un percorso Erasmus si colloca più spesso nel biennio magistrale che nel primo livello. Fra i laureati di primo livello le esperienze di studio all’estero riconosciute dal corso di laurea hanno coinvolto circa il 7% degli studenti, senza differenze evidenti fra coloro che intendono proseguire nel biennio magistrale e i laureati che dichiarano di volersi fermare al primo livello. Nei corsi di laurea magistrale a ciclo unico la mobilità ha riguardato il 14% dei laureati. La stessa percentuale si registra fra i magistrali biennali; altri 5 su 100 non hanno partecipato a programmi nel biennio ma li avevano svolti nel primo livello. Pertanto, 19 laureati magistrali su 100 hanno un’esperienza di studio all’estero nel proprio curriculum formativo. Tra i magistrali, la diffusione delle esperienze di studio all’estero è prossima all’obiettivo fissato per il 2020 in sede europea (20%).

 

 

La partecipazione ai programmi di studio all’estero varia inoltre apprezzabilmente in funzione della disciplina di studio, riflettendo squilibri noti da tempo. Le esperienze di studio all’estero riconosciute dall’università sono frequenti solo fra gli studenti dell’area linguistica (“solo” 30 laureati su 100), mentre in tutti gli altri gruppi disciplinari, a parte medicina e odontoiatria (18%), la mobilità riguarda meno del 15% dei laureati. Valori particolarmente ridotti si rilevano non solo per le professioni sanitarie, dove i laureati che hanno preso parte a questi programmi sono il 2%, ma anche per il gruppo insegnamento (2,9) e educazione fisica (3,3).

L’indagine sui laureati 2015 conferma anche l’influenza della collocazione geografica dell’Ateneo sulla probabilità di partecipare alla mobilità per ragioni di studio. Le università dell’Italia Nord-orientale, fra le 71 coinvolte nell’indagine, hanno in generale percentuali di laureati con un’esperienza di studio all’estero riconosciuta più elevate (14%); all’opposto, l’Italia meridionale e insulare si mantiene un’area in cui le reti di accordi sulla mobilità per studio sono meno diffuse (rispettivamente 7 e 8%).

Altro elemento che continua a caratterizzare la partecipazione ai programmi di studio all’estero ha a che fare con le origini sociofamiliari. Il livello di istruzione dei genitori interviene, infatti, come fattore selettivo nei confronti della probabilità di accesso allo studio all’estero: i laureati che hanno svolto tale esperienza risultano il 16% fra i figli di genitori entrambi in possesso di laurea e sono il 6% fra i figli di genitori che non hanno conseguito la maturità. Anche la classe sociale ha un ruolo importante: per le famiglie di estrazione sociale meno elevata, infatti, l’ipotesi di un soggiorno all’estero viene verosimilmente vista come un impegno oneroso che le borse Erasmus o altre fonti di finanziamento non sono sufficienti a compensare.

 

Laureati con un’esperienza
di studio all’estero riconosciuta dal corso,
per area geografica dell’Ateneo (valori per 100 laureati)

 

 

 

Laureati con un’esperienza
di studio all’estero riconosciuta dal corso,
per titolo di studio dei genitori e classe sociale
(valori per 100 laureati)

 

 


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