Lavoro

L’ingegnere architetto che gira il mondo

Dall’Italia a Hong Kong, passando per Vietnam e Cambogia. Elisa Angeletti oggi lavora come Project Architect in uno dei più famosi studi di architettura internazionale…e intanto sogna l’America.
21 Giugno 2016

Architettura + ingegneria, passione + impegno: sono questi gli strumenti del mestiere che hanno permesso a Elisa Angeletti, laureata in Ingegneria Edile-Architettura, nell'anno accademico 2010, all’Università Politecnica delle Marche “di tramutare un’idea in realtà”. “Riconoscevo - spiega Elisa - l’importante dimensione sociale del lavoro di un progettista, l’opportunità di migliorare la vita delle persone e delle nostre città”. Così ha fatto le valigie e ha puntato sull’Oriente: dal Vietnam alla Cambogia, passando per la Grande Muraglia cinese. E dopo la tesi di laurea, si è trasferita a Hong Kong. “Malgrado le tante difficoltà incontrate - precisa - credo sia stata la decisione migliore. Sono sicura che senza le mie precedenti esperienze in Asia non avrei mai trovato il lavoro che svolgo oggi: dal mio background emergevano passione e adattabilità, nonché la comprensione di importanti problematiche quali la sostenibilità urbana in unione con il rispetto della tradizione costruttiva cinese e della cultura orientale”.

Perché hai scelto di studiare Ingegneria edile ed Architettura?
“Da giovane liceale mi piaceva trascorrere i pomeriggi di studio alla biblioteca comunale di Civitanova Marche, un edificio razionalista progettato dal famoso architetto Adalberto Libera: mi sedevo nella sezione architettura e arte e sfogliavo le monografie di Le Corbusier, Frank Loyd Wright e Mies Van der Rohe. Mi incuriosiva come edifici tanto belli riuscissero a sfidare la gravità con tale maestria. Il mio non era un mero interesse al design ma al funzionamento e alla costruibilità dell’edificio. L’architettura, d’altra parte, era una stimolante ed impegnativa combinazione di discipline scientifiche ed artistiche. Il mix perfetto era Ingegneria Edile ed Architettura: non mi sono mai annoiata, le materie di studio erano approfondite, tutte diverse eppure complementari. Tuttavia, se in Italia può sembrare normale che uno specialista unisca entrambe le figure -pensiamo ai grandi Architetti rinascimentali che erano soprattutto maestri dell’ingegneria- all’estero un edile-architetto è una figura ibrida che viene vista in modo strano”.

Parliamo della tua tesi di laurea: da un certo punto di vista, è stata un ponte per entrare nel mondo del lavoro.
“Dopo il terzo anno di università ho iniziato a lavorare in uno studio di ingegneria come assistente e intanto sognavo di poter fare un’esperienza lavorativa di tirocinio all’estero, magari in qualche famoso studio in Asia. L’Università Politecnica delle Marche mi ha permesso nel 2008 di lavorare alle attività di ricerca sul recupero della vecchia cittadella militare di Hué in Vietnam, esperienza che mi portò anche in Cambogia dove lavorai al rilievo del tempio di Pre Rup, in Angkor Wat. L’anno dopo ero a scalare la Grande Muraglia a Pechino. Collaborai ai rilievi della sezione di Mutianyu Guada-ling, prima del recente restauro. Il lavoro svolto a Pechino all’Università Bucea, all’interno di un progetto internazionale di ricerca e recupero di siti promosso dall’UNESCO, fu di interesse unico. Il Governo Cinese stava finanziando studi per la ricerca di soluzioni alla sovrappopolazione della Capitale di Pechino e la mia proposta si fondava su un progetto di sviluppo urbano sostenibile ai piedi di quella sezione della Muraglia. Il progetto, risultato di un anno di ricerche iniziate appunto nel cuore della Cina Popolare, fu poi alla base della mia tesi di laurea. Arrivai alla scoperta di un network di cittadelle e villaggi che facevano parte della catena difensiva della Grande Muraglia: l’idea era di riconnetterle a sistema urbano”.

La tua prima esperienza di lavoro all’estero, e proprio in Cina: com’è stata? Di cosa ti occupavi?
“Guardando indietro direi stupefacente. Appena arrivata ad Hong Kong fui assunta come Project Architect in un piccolo studio condotto da due bravissimi architetti francesi, Ova Studio. Vi rimasi per poco tempo, poiché a luglio 2012 iniziai a lavorare come architetto allo studio internazionale RMJM. Cercavano dei designers con background più tecnico per l’implementazione di un Campus di Research and Development per Huawei. Ci sono rimasta per quasi due anni: un’esperienza davvero importante che mi ha permesso di formarmi nell’ambito della progettazione e di imparare a adattarmi alla lingua inglese. Mi sono cimentata con la progettazione di un Super-Highrise, Shenyang Tower. Non solo, RMJM trovò il mio background tecnico una grande risorsa e mi permise quasi subito di lavorare al progetto infrastrutturale più importante per lo studio, Admiralty Interchange Station, che diventerà la stazione metropolitana centrale di Hong Kong. Quella rimane fino ad oggi l’esperienza più entusiasmante che ho vissuto, per le notevoli difficoltà tecniche e per aver potuto lavorare in collaborazione con Ove Arup, considerato tra i più importanti studi di ingegneria strutturale al mondo. Questa stazione sarà aperta al pubblico alla fine del 2016. Sarà un’emozione entrarvi”.

Ma non è finita qui, Hong Kong ti ha permesso di fare molte esperienze e di entrare in contatto con una cultura profondamente diversa dalla tua?
“Nel 2014 sono entrata a far parte dello studio Rocco Design Architects, fondato nel 1979 da Rocco Yim, l’architetto di Hong Kong più stimato a livello internazionale. Oggi mi trovo qui: lavoro molto e con grande soddisfazione. Sono stata coinvolta con diversi livelli di responsabilità in progetti culturali su larga scala in Cina e a Hong Kong: oggi sono impegnata nello sviluppo dell’East Kowloon Cultural Centre. Mi ritengo molto fortunata perché questo progetto, che conta cinque teatri al suo interno con tutte le strutture di supporto, è un connettore urbano oltre a un centro teatrale, dove il pubblico culturale si mescola al flusso dei passanti, aspetto molto interessante per una città tanto densa come Hong Kong. Ricopro il ruolo di Project Architect, uno dei tre che si occupa dell’EKCC: collaboriamo al design con i consulenti più importanti al mondo di acustica, strutture e theatre design. Tutti i progetti a cui ho lavorato mi hanno dato la possibilità unica di lavorare al fianco di grandissimi professionisti, di imparare da loro, di fare squadra con loro e di conoscere da vicino la cultura e la tradizione di un popolo profondamente diverso dal nostro”.  

Che progetti hai per il futuro?
“Ho sempre sognato di poter lavorare in America. La vita mi ha chiamata in Asia e credo di aver costruito un bagaglio di esperienza notevole. Da una parte mi piacerebbe vedere l’East Kowloon Cultural Centre concluso, ma sarà aperto al pubblico nel 2021. Ora come ora, vorrei avere l’occasione di ampliare le mie conoscenze in ingegneria sismica e marittima, e di lavorare a problematiche ambientali importanti come l’erosione delle coste. La sfida sarebbe coniugare queste tematiche con l’architettura e lo sviluppo urbano e, la California, a mio modo di vedere, è sicuramente una regione interessante dove esercitare tali ricerche”.

L’estero cosa rappresenta per te: una scelta o una fuga?
“L’Estero è stata prima di tutto una scelta, desiderata! Il mio più grande interesse perché mi permette di conoscere altre culture e lavorare in ambienti dove la diversità sono considerate una ricchezza. Il mio obiettivo era immergermi nella cultura asiatica e comprenderla profondamente; credo di essermi finora messa al servizio del luogo che mi ha accolta e mi ha dato una grande chance. Come Architetto ho anche imparato a progettare con i materiali tipici locali… Per ora i miei più grandi successi sono stati due padiglioni di Bamboo completati tra il 2014 e il 2015. Entrambi sono stati premiati a livello internazionale. Una bella soddisfazione”.

Se dovessi dare un consiglio ai tuoi colleghi più giovani che si apprestano a scegliere l’Università, cosa gli diresti?
“Bisogna capire prima di tutto qual è la propria passione e cercare di trasformarla in lavoro. Il consiglio è quello di cogliere al volo, da subito, le opportunità di Internships: ho capito sulla mia pelle e grazie alle esperienze vissute che l’università non è una corsa, ma un percorso che ti permette di arricchirti e di vivere esperienze differenti, quelle che rendono uniche le persone. Gli ingredienti giusti sono interesse, curiosità, viaggio e, naturalmente, tanto duro lavoro. E per capire se un lavoro fa veramente al caso nostro, credo che il modo migliore sia senza dubbio il tirocinio. Qui ad Hong Kong, ad esempio, gli studenti una volta completato il loro bachelor in Architettura, per intenderci la nostra triennale, sono obbligati ad intraprendere un anno di tirocinio in uno studio. Sono remunerati e fanno delle esperienze di altissimo livello. Penso ai ragazzi che lavorano con me come assistenti, io offro loro tutta la mia guida e conoscenza perché ci tengo che lavorino bene. Al contrario, in Italia, durante il mio periodo di tirocinio, avevo come l’impressione che nessuno fosse disposto ad insegnarmi. Qui ad Hong Kong la parola d’ordine è lavorare in team, rispettare le strettissime deadlines e avere fiducia in tutti i collaboratori”.

Cosa ne pensi di AlmaLaurea e degli obbiettivi che si è posta?
“Penso sia un aiuto valido e una utile piattaforma che unisce aziende e giovani professionisti. Ritengo che dovrebbe anche promuovere di più le Università italiane all’estero che, secondo il mio umile parere, non sono ancora abbastanza riconosciute”.