Università

I laureati: problema per il Paese, o risorsa da valorizzare?

di Andrea Cammelli, direttore AlmaLaurea
31 Luglio 2013

Allarme sulla condizione occupazionale dei laureati. Sono legittimi gli allarmi sulla condizione occupazionale dei laureati. Ma occorre evitare il rischio di scambiare le cause con gli effetti, alimentando così l’idea che i laureati siano un problema per il Paese. Alcuni pensano, infatti, che l’Italia abbia troppi laureati e per di più mal assortiti. Alla base di questa conclusione vi sarebbe soprattutto un sistema universitario che si ostina a sfornare lavoratori non richiesti dal mercato e, solo in seconda battuta, un sistema produttivo arretrato che non assorbe laureati. Ma le cose stanno proprio cosi? E’ evidente che la risposta a questo interrogativo ha ricadute importanti, tanto più in prossimità della conclusione dell’anno scolastico, sulle scelte delle famiglie circa la prosecuzione degli studi all’università per i propri figli, ma sopratutto sulle decisioni circa le risorse pubbliche da destinare all’istruzione universitaria e alla formazione. 

Confronti internazionali: riduzione della spesa per l’istruzione universitaria e per la ricerca, riduzione del numero di laureati. Il nostro Paese, a partire da una spesa per l’istruzione e la ricerca universitaria decisamente inferiore alla media OCSE ed europea, negli ultimi anni è stato tra i pochi ad averla ulteriormente ridotta in misura sensibile. Eppure in Italia, nel 2011, la percentuale di laureati di 30-34 anni sul complesso della popolazione è pari al 20,3%; una quota ancora molto distante dagli obiettivi europei fissati per il 2020 (40%) e dalla media UE (34,6%). Questa collocazione internazionale scadente, purtroppo, si ritrova non solo nella documentazione sulle risorse (pubbliche e private) destinate all’istruzione universitaria ma anche in quelle (pubbliche e private) riservate alla ricerca, ove tutti gli indicatori ci vedono in fondo alle classifiche. 
 
Aumenta la disoccupazione dei laureati...ma meno che per altri. Per alcuni commentatori, i giovani laureati italiani (25-34 anni) sarebbero sfavoriti in termini di opportunità occupazionali avendo fatto registrare, tra il 2008 e il 2012, un incremento del tasso di disoccupazione del 46%. Si tratta di un dato allarmante, certamente; ma occorre non dimenticarsi però di segnalare che: a. tra i giovani diplomati della medesima fascia di età, nello stesso periodo, la disoccupazione è aumentata dell’85%; b. per il complesso dei 25-34enni la disoccupazione è cresciuta del 69%. Né si deve dimenticare che prendendo in esame l’intero arco della vita lavorativa, pur con le difficoltà iniziali di inserimento, la laurea ha garantito finora migliori esiti occupazionali rispetto al diploma di scuola secondaria superiore (oltre 12 punti percentuali), migliori retribuzioni (+50 per cento), e maggiore corrispondenza tra competenze richieste e quelle possedute nello svolgimento delle proprie mansioni lavorative (vedi indagini AlmaLaurea).
 
Alta la quota di lavoratori con al massimo la licenza media. Un confronto che rivela che il ritardo del Paese va ben oltre la capacità di assorbimento dei laureati. Fra gli occupati non sono solo i laureati ad essere poco presenti: lo sono infatti anche i diplomati, mentre risulta elevata la quota di lavoratori in possesso al massimo della sola licenza media. Una presenza, quest’ultima, che in Italia raggiunge il 35,8%, contro una media EU27 del 22% e che in Germania scende addirittura al 13,5%. 
 
Scarsa solarizzazione dei manager. Questi ritardi nei livelli di scolarizzazione coinvolgono il settore sia privato (soprattutto) sia pubblico e si riflettono significativamente sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. I dati Eurostat segnalano che nel 2010 ben il 37% degli occupati italiani classificati come “manager” aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea (a 15 paesi); in Germania, con un peso del settore manifatturiero simile al nostro, la consistenza dei manager con livello di studi analogo arriva appena al 7%. La struttura occupazionale italiana va ricondotta soprattutto al modello di specializzazione produttiva del Paese e ai tratti tipici del nostro tessuto imprenditoriale (nanismo aziendale, prevalenza di una gestione familiare, ecc.). Tutto ciò si riflette negativamente sulla domanda di capitale umano espressa dal sistema produttivo e sulla sua capacità di valorizzarlo. A questo si aggiunge l’arretratezza della PA e il suo minore assorbimento di laureati dovuto al blocco delle assunzioni. 
 
Nuove generazioni e difficoltà per un’occupazione coerente con gli studi universitari. I limiti evidenziati dal sistema produttivo italiano nella capacità di assorbire laureati sarebbero ulteriormente dimostrati dalla stima della disponibilità di “lavori da laureato” nel Paese, proposta in un recente comunicato stampa dell’Istituto Cattaneo. Al di là della perplessità su alcune scelte di natura metodologica, è discutibile desumere dal confronto tra lavoratori giovani e anziani che le nuove generazioni trovano oggi più difficilmente un’occupazione coerente col titolo universitario posseduto. Soprattutto in un contesto quale quello italiano, caratterizzato da tempi lunghi di inserimento e di stabilizzazione occupazionale, è evidente che i lavoratori anziani hanno goduto di un intervallo temporale più ampio per inserirsi nel mercato del lavoro. Anche l’indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia evidenzia che la coerenza complessiva tra competenze possedute dai laureati e richieste dal mondo del lavoro cresce sensibilmente nell’arco della vita lavorativa, sino a superare quella dei diplomati.
 
Potenziamento degli studi tecnico-scientifici? La tentazione nella quale molti rischiano di cadere è quella di concludere che, poiché il sistema Paese non è nelle condizioni di valorizzare la conoscenza, occorre ridimensionare l’offerta di formazione più elevata, limitandosi a qualche aggiustamento nella distribuzione dei laureati e dei diplomati tra i diversi indirizzi di studio, a favore di quelli tecnico-scientifici. Si tratta di una prospettiva verso la quale ci stiamo muovendo da alcuni anni e che rischierebbe di condannarci a un inesorabile allontanamento dal gruppo dei Paesi più avanzati. E non si tratta di una questione relegata al solo sistema produttivo. I benefici dell’istruzione riguardano diversi ambiti e aspetti della vita individuale e collettiva, con importanti implicazioni per l’efficienza complessiva del Paese e per il livello e la composizione della spesa pubblica. E’ infatti dimostrato che più elevati livelli di istruzione si accompagnano a migliori condizioni di salute, a più elevati livelli di soddisfazione, a una maggiore partecipazione democratica e a una riduzione dei comportamenti socialmente devianti. 
 
Ridimensionamento degli studi universitari per le donne? Paradossalmente la scelta di allineare l’offerta di laureati alla richiesta odierna delle imprese dovrebbe tradursi, alla luce della minore presenza femminile nel mondo del lavoro italiano (soprattutto nei ruoli manageriali e dirigenziali), nel ridimensionamento della partecipazione femminile agli studi universitari. Un controsenso, evidentemente, specie se si considera che, a parità di condizioni, le donne presentano migliori performance rispetto ai loro colleghi. Solo perché il mercato si comporta in un certo modo non significa che quel modo sia né efficiente, né equo.
 
Contrazione dei percorsi di studio “deboli”. Vengono sempre più frequentemente evidenziate scelte di percorsi di studio fortemente condizionate da opzioni autoreferenziali del sistema universitario italiano. Se si solleva lo sguardo al di là delle Alpi tutto ciò non trova riscontro. Ad esempio, gli immatricolati nei percorsi delle scienze umane e dell’educazione, frequentemente presi ad esempio come percorsi di studio “deboli” sotto il profilo occupazionale, nel 2010 costituivano il 19% del complesso degli immatricolati in Italia; ma nei paesi dell’OCSE erano il 21% ed in Germania il 23%. Dunque le scelte dei giovani italiani, così come le proposte di studio delle università, non si discostano da quelle dei paesi più avanzati. 
 
Carenza di ingegneri informatici o scarsa retribuzione? Nell’ambito del dibattito sul presunto disallineamento fra offerta e domanda di laureati, particolare rilievo ha assunto la questione della mancanza di laureati dei percorsi tecnico-scientifici, come ad esempio di ingegneri ad indirizzo informatico. Anche in questo caso gli indizi indiretti non danno sostegno alla tesi che si tratti di una patologia del sistema formativo. In primo luogo, un eccesso strutturale di domanda di ingegneri informatici si dovrebbe tradurre in un aumento delle loro retribuzioni medie, fatto che non si riscontra nei dati, che semmai indicano il contrario: tra il 2008 e il 2012, ad un anno dalla laurea, le retribuzioni reali registrate dalle indagini AlmaLaurea per questo gruppo di laureati si sono ridotte del 9%. In secondo luogo, la stessa indagine mostra che, a tre anni dalla laurea, la quota di laureati del 2009 occupati all’estero è decisamente più elevata per gli ingegneri informatici (10,8%) rispetto al complesso degli ingegneri (6,6%) e al complesso dei laureati (4,5%). Non c’è da meravigliarsi di ciò, in quanto, per un ingegnere informatico, lavorare all’estero consente di guadagnare, a tre anni dalla laurea, quasi il doppio che in Italia! Per quale motivo le imprese che sono alla ricerca di ingegneri informatici, per attirarli ed evitare che emigrino (o per attirarli dall’estero come fanno le imprese tedesche o francesi), non offrono loro retribuzioni più elevate, fatto che potrebbe anche indurre una quota più elevata di immatricolati a scegliere quel percorso di studi? Per quali motivi, a differenza degli altri Paesi avanzati, il nostro è un esportatore netto di laureati e un importatore netto di lavoratori poco qualificati?
E’ quindi ragionevole ipotizzare che la presenza di figure professionali di difficile reperimento sia il frutto dell’interazione tra diversi fattori (difficoltà a valorizzare il laureato, scarsa informazione, vischiosità dei mercati del lavoro, elevati costi della mobilità geografica, canali e strumenti di reclutamento del personale poco efficienti). E’ proprio a partire dal riconoscimento di questi problemi che il Consorzio AlmaLaurea compie annualmente le proprie indagini e ha realizzato (dal 1994) la banca dati dei curricula dei laureati che raccoglie attualmente oltre 1.740.000 cv.
 
Potenziare l’orientamento nelle scelte di formazione. Puntare a innalzare la soglia educazionale degli italiani richiede un migliore orientamento delle scelte di formazione anche verso indirizzi di studio più funzionali alla crescita del Paese, che si potenzino a tutti i livelli le esperienze di studio/lavoro (stage in aziende efficienti), che si migliori l’efficacia interna ed esterna del sistema universitario e che si rafforzi il sistema e l’accesso alla formazione professionale, promuovendo la qualità dell’esistente e ampliando l’offerta di corsi post secondari. Si tratta di strategie che concorrono allo stesso obiettivo e che, però, dovrebbero essere sostenute con adeguate risorse, in linea con quelli che sono gli standard internazionali. Per quanto riguarda l’università, secondo i dati OCSE, nel 2009, quindi addirittura prima degli ultimi tagli, la spesa per laureato, a parità di potere d’acquisto, era pari a circa la metà di quella tedesca! E’ necessario che il Paese sia consapevole di ciò e che le famiglie, in particolare, non siano indotte da messaggi parziali a effettuare scelte che sarebbero controproducenti per loro stesse, per i loro figli e per il Paese.