Lavoro

I giovani non possono più attendere

26 Marzo 2012

Laureati e lavoro: aumenta la disoccupazione, cala il lavora stabile e il reddito. Sebbene la laurea resista nel suo valore. E’ la fotografia che emerge dal XIV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani presentato giovedì 8 marzo all’Università La Sapienza di Roma nell’ambito del convegno “Dopo la laurea: studi ed esperienze di lavoro in Italia e nel contesto internazionale”.
La documentazione proposta indica inequivocabilmente che lo scenario economico nazionale ed internazionale non offre motivi di ottimismo. “Occorre però evitare un atteggiamento attendista che non può che prolungare la crisi: il nostro futuro dipende da ciò che seminiamo oggi”, ha detto il professor Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea. E i segnali recenti sulla necessità di “riportare al centro del dibattito pubblico il valore della cultura, della ricerca scientifica, dell’innovazione e dell’educazione a vantaggio del progresso nel nostro Paese”, come ricordato recentemente da esponenti del Governo, legittimano quella che appare una inversione di tendenza in grado di alimentare forti speranze. “Ma occorre fare presto. I giovani non possono più attendere”.

I numeri del Rapporto. Il nuovo Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani ha coinvolto circa 400mila laureati, con una partecipazione elevatissima degli intervistati: 88% fra i laureati ad un anno.
Si tratta di quasi 186mila laureati del 2010 (più di 113mila di primo livello; 54.300 biennali specialistici; quasi 16mila a ciclo unico, ovvero i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza) intervistati nel 2011, a un anno dal conseguimento del titolo; 53mila laureati del 2008, specialistici e a ciclo unico, intervistati dopo tre anni; 22mila laureati pre-riforma del 2006, intervistati dopo cinque anni. L’intera documentazione, disaggregata per Ateneo, Facoltà fino all’articolazione per corso di laurea, al fine di consentire una sua più diffusa utilizzazione per la verifica dell’efficacia esterna dell’università, è a disposizione a questo link.

La crisi che colpisce i giovani. Una percentuale notevole e in crescita di giovani, tra cui vi sono anche profili che in tempi migliori non avrebbero avuto difficoltà a trovare un lavoro, è a rischio di disoccupazione prolungata o di inattività, con effetti che potrebbero divenire irreversibili. Tali rischi includono la difficoltà protratta di trovare lavoro e la persistenza di differenziali salariali. Secondo la documentazione più recente (Istat), a gennaio 2012, i tassi di disoccupazione giovanile nel nostro Paese hanno raggiunto livelli superiori al 31%. Contemporaneamente emergono aree a rischio di marginalità per i giovani non inseriti in un percorso scolastico/universitario/formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa. Nel 2010, in Italia il fenomeno riguarda oltre due milioni di giovani (più del 22% della popolazione di età 15-29 anni). Su questo terreno la posizione dell’Italia, al vertice della graduatoria europea, è distante dai principali paesi quali Germania (10,7), Regno Unito e Francia (entrambi 14,6), risultando così particolarmente allarmante.

In Italia è penalizzata l'occupazione più qualificata. I dati sui mutamenti della struttura dell’occupazione italiana relativi al 2004-2010, unitamente a quelli sulla dinamica degli investimenti in capitale fisso (beni strumentali durevoli come impianti, macchine, costruzioni, ecc.) relativi allo stesso periodo e proiettati al 2012 e 2013, offrono una convincente chiave di lettura delle cause dell’andamento sfavorevole dell’occupazione più qualificata e motivi di timore per il futuro. In particolare, l’evoluzione della quota di occupati nelle professioni più qualificate evidenzia criticità, di natura sia strutturale sia congiunturale, queste ultime particolarmente preoccupanti. Tra il 2004 e il 2008, quindi negli anni precedenti alla crisi, tranne che in una breve fase di crescita moderata, l’Italia ha fatto segnare una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in controtendenza rispetto al complesso dei paesi dell’Unione Europea. Un’asimmetria di comportamento che si è accentuata nel corso della crisi: mentre al contrarsi dell’occupazione, negli altri paesi è cresciuta la quota di occupati ad alta qualificazione, nel nostro paese è avvenuto il contrario. Probabilmente almeno una parte dei laureati che in questi anni sono emigrati dall’Italia fanno parte del contingente di capitale umano che è andato a rinforzare l’ossatura dei sistemi produttivi dei nostri concorrenti!

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I risultati del XIV Rapporto

Aumenta la disoccupazione (in misura superiore rispetto all’anno passato) fra i laureati triennali: dal 16 al 19% (l’anno precedente l’incremento aveva superato di poco il punto percentuale). La disoccupazione lievita anche, e risulta perfino più consistente, fra i laureati specialistici, quelli con un percorso di studi più lungo: dal 18 al 20% (la precedente rilevazione aveva evidenziato una crescita inferiore ai 2 punti percentuali). Ma cresce pure fra gli specialistici a ciclo unico, come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza: dal 16,5 al 19% (rispetto all’aumento di 3 punti percentuali registrato dall’indagine precedente) in parte per effetto della mutata composizione di questa popolazione. Una tendenza che si registra in generale anche a livello di percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri, ad esempio) e di area geografica di residenza.

Il tasso di occupazione dei laureati triennali, calcolato sulla sola popolazione che non risulta iscritta ad un altro corso di laurea, ad un anno è pari al 69%; è il 57% tra gli specialistici biennali e il 37% tra i laureati a ciclo unico.
Si tenga presente, nella lettura, la maggior quota tra i laureati di primo livello di chi prosegue il lavoro precedente al conseguimento del titolo e la consistente quota di laureati di secondo livello impegnata in attività formative, anche retribuite. Tra gli specialistici si tratta soprattutto di tirocini o praticantati, dottorati di ricerca e stage in azienda; tra i colleghi a ciclo unico si tratta di tirocini o praticantati e scuole di specializzazione.
Facendo, più opportunamente, riferimento al tasso di occupazione adottato dall’ISTAT nell’Indagine sulle Forze di Lavoro, che considera occupati anche quanti sono impegnati in attività formative retribuite, l’esito occupazionale dei collettivi in esame migliora considerevolmente, in particolare per quelli di secondo livello. Più nel dettaglio, il tasso di occupazione lievita fino al 73% tra i laureati triennali, al 72% tra gli specialistici biennali (72%), al 62% tra i laureati a ciclo unico.
Il confronto con le precedenti rilevazioni conferma, per tutti i tipi di corso in esame e indipendentemente dalla condizione lavorativa al momento della laurea, ulteriori segnali di frenata della capacità di assorbimento del mercato del lavoro. Tra i laureati di primo livello il tasso di occupazione (def. Forze di Lavoro) è sceso, nell’ultimo anno, di 3 punti percentuali (che salgono a ben oltre i 10 punti se il confronto avviene con l’indagine 2008), tra i colleghi specialistici la contrazione registrata è di 2 punti (8 punti rispetto al 2008), mentre tra gli specialistici a ciclo unico è di 3 punti percentuali (18 punti rispetto all’indagine 2008!).

Laureati e precarietà. Con la sola eccezione dei laureati specialistici a ciclo unico, ad un anno dall’acquisizione del titolo diminuisce, fra i laureati occupati, il lavoro stabile. La stabilità riguarda così il 42,5% dei laureati occupati di primo livello e il 34% dei laureati specialistici (con una riduzione, rispettivamente, di 4 e di 1 punto percentuale rispetto all’indagine 2010).
Contemporaneamente si dilata la consistenza delle forme contrattuali a tempo determinato e interinale (definite lavoro non standard), del lavoro parasubordinato e del lavoro nero (laureati senza contratto). Quest’ultimo, a un anno, riguarda il 6% dei laureati di primo livello, il 7% degli specialistici, l’11% di quelli a ciclo unico.

Le retribuzioni ad un anno dalla laurea (pari a 1.105 euro mensili netti per i laureati di primo livello, 1.050 per gli specialistici a ciclo unico, 1.080 per gli specialistici), già non elevate, perdono ulteriormente potere d’acquisto rispetto alle indagini precedenti (la contrazione risulta compresa fra il 2 e il 6% solo nell’ultimo anno).

Tendenze del mercato del lavoro nel medio periodo: esiti occupazionali a tre e cinque anni dal titolo
A tre anni dal titolo. Il 74% degli specialistici si dichiara occupato (-1 punto rispetto all’analoga rilevazione dello scorso anno). L’area della disoccupazione riguarda il 9% dei laureati di secondo livello (-2 punti rispetto alla precedente indagine).
Discorso a parte meritano i laureati a ciclo unico che sono frequentemente impegnati in ulteriori attività formative necessarie all’esercizio della libera professione. Ancora a tre anni dal titolo, la quota di occupati raggiunge appena la metà della popolazione indagata, ma il tasso di disoccupazione è altrettanto contenuto e pari al 7,5%.
La stabilità risulta complessivamente positiva, ma peggiorata se confrontata con la precedente indagine. In particolare, tra gli specialistici del 2008 la quota di occupati stabili è cresciuta apprezzabilmente (di circa 19 punti percentuali) tra uno e tre anni dal titolo, raggiungendo il 57% degli occupati (-5 punti rispetto all’analoga indagine del 2010): si tratta in prevalenza di contratti alle dipendenze a tempo indeterminato. Anche tra i colleghi a ciclo unico la stabilità del lavoro cresce tra uno e tre anni dal titolo: dal 38% al 60% (dato analogo alla precedente rilevazione). In tal caso si tratta, in leggera prevalenza, di lavori autonomi effettivi, che costituiscono lo sbocco lavorativo naturale per la maggior parte dei laureati a ciclo unico.
Tra i laureati specialistici le retribuzioni nominali superano, già a tre anni, 1.250 euro. Anche in tal caso, però, le retribuzioni reali, a tre anni, risultano contratte rispetto alla precedente rilevazione (-6,5%). La situazione retributiva dei laureati specialistici a ciclo unico è analoga ai colleghi biennali: a tre anni il guadagno mensile netto è attestato a circa 1.220 euro, ed in calo del 9% rispetto all’indagine 2010.

A cinque anni dal titolo. Tra i laureati 2006 nemmeno sfiorati dalla riforma, a cinque anni, il tasso di occupazione (78%) risulta in calo nell’ultima rilevazione di 3 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione, d’altra parte, figura in rialzo di circa 2 punti (che corrisponde, nella generazione più recente, ad una quota di disoccupati del 10%). Dilatando l’arco temporale di osservazione al periodo 2005-2011 la quota di laureati pre-riforma occupati a cinque anni ha subìto una contrazione di 8 punti percentuali. La crescita del tasso di disoccupazione, nel medesimo periodo, è invece pari a 6 punti. La stabilità dell’occupazione a cinque anni dalla laurea si estende fino a coinvolgere il 70% degli occupati pre-riforma, anche se risulta in calo di circa un punto rispetto all’analoga rilevazione del 2010 (-3 punti rispetto all’indagine 2006).
Nota dolente è rappresentata dalle retribuzioni che, a cinque anni dalla laurea, seppure tra i laureati pre-riforma nominalmente prossime a 1.250 euro, hanno visto il loro valore reale ridursi, negli ultimi sei anni, del 17% circa (dell’8% solo nell’ultimo anno).

LA SINTESI COMPLETA – CON TABELLE