Lavoro

L’agronomo che coltiva il futuro

08 Agosto 2011

Non è facile intervistare Giuseppe Amato. Non perché non voglia, ma perché non è per nulla semplice raggiungerlo telefonicamente, dal momento che da oramai dieci anni gira per lavoro nelle zone più remote del sud del mondo. Tanzania, Uganda, Vietnam e oggi Zimbabwe, da dove risponde via e-mail alle nostre domande, appollaiato con il portatile sotto un’antenna delle comunicazioni, unico posto del villaggio in cui si trova ad offrire un po’ di connessione internet. Catanese, classe 1965, Giuseppe Amato è agronomo (si è laureato nel 1997 a Firenze in Agricoltura tropicale e subtropicale dopo un percorso fatto di “pantere”, esami ostici, occupazioni e lavoretti per sbarcare il lunario) e dal 2001 collabora con organizzazioni non governative, gestendo interventi di cooperazione nei Paesi in via di sviluppo. “Sono pienamente preso dai temi della sostenibilità e della sicurezza alimentare e ho la soddisfazione di poter toccare con mano i risultati che ottengo sperimentando soluzioni per problemi e persone reali – scrive –. Certo, ci sono momenti difficili, ma lavorando con le ong ho anche realizzato il mio sogno di viaggiare e ho imparato pure lo swahili, una lingua bellissima”.

Da Catania a Firenze. Cosa ti ha spinto a iscriverti al corso di laurea in Agricoltura tropicale e subtropicale?
“Dopo avere terminato le superiori all’Istituto agrario di Catania e avere scelto di continuare a studiare, mi sono iscritto alla Facoltà di Agraria della mia città. Ma a parte diventare un agronomo, avevo il grande desiderio di potere viaggiare, magari per  lavoro. Il corso di laurea in Agraria tropicale a Firenze mi è parsa subito una buona occasione per conciliare le mie due passioni”.

Come mai hai deciso di svolgere un periodo di studi in Brasile?
“In Brasile ho svolto parte della mia tesi sperimentale in zootecnia. Lavoravo in un’azienda a circa 40 chilometri da Fortaleza. Andare in un posto totalmente nuovo ed entrare in meccanismi lavorativi consolidati è stato un po’ difficile all’inizio, ma mi è servito per acquisire un metodo. Ma soprattutto mi è servito come test iniziale per vedere cosa significa stare all’estero, non come turista”.

Hai iniziato l’università nel 1983 e ti sei laureato nel 1997: hai lavorato durante gli studi?
“In realtà il primo anno e mezzo l’ho fatto a Ingegneria e quasi non ricordo perché, pare qualcosa legata al fatto di volere passare al nautico e partire, mah... Poi quando sono salito a Firenze, ho perso quasi un anno nel cercare di dare l’esame di Microbiologia. Considera poi che nel 1990 abbiamo occupato la Facoltà per quasi un anno accademico e dopo ho dovuto dividere il tempo a disposizione tra studio e lavoro: imbianchino, lavapiatti, montaggio palchi per concerti, bracciante e altro ancora. Ovviamente passavo molto tempo con amici e colleghi, ma quel tempo perso non lo cambierei con nulla, dato che in cambio ho avuto la possibilità di creare saldi rapporti che durano tuttora a dispetto del tempo e delle distanze”.

Tu, infatti, dal 2001 viaggi molto, lavorando come agronomo con diverse ong. Dove sei stato? E di cosa ti sei occupato?
“Con le ong sono stato in Tanzania, Uganda, Vietnam. Mi sono occupato della gestione tecnica e amministrativa di progetti agricoli. Sono state esperienze molto importanti e molto belle nel loro complesso, anche se ci sono spesso momenti difficili a causa di mille ragioni. Certo è che quello che ti rimane è la soddisfazione di ‘vedere’ quello che fai e i risultati che ottieni. L’esperienza in campo per un agronomo dovrebbe essere normale, ma in Italia gli agronomi passano la maggior parte del tempo tra uffici e riunioni. Lavorando con le ong ho anche realizzato il mio sogno di viaggiare, ma in maniera differente rispetto a prima. Si viaggia anche stando fermi nello stesso villaggio dato che ogni momento che passi lo fai in un contesto estraneo. Tutto è differente e ti fa cambiare. Nel mio caso in meglio. Almeno credo, a me pare di sì”.

Ora che cosa fai?
“Adesso sono in Zimbabwe e lavoro su un intervento di sicurezza alimentare come capoprogetto.
Mi trovo molto bene e quello che faccio continua a piacermi. Ci metto molto impegno e cuore.
So che in passato avrei dovuto usare meglio il tempo degli studi, ma mi va bene così, ho avuto altro in cambio.

Soddisfatto del tuo percorso?
“Adesso che il peso della crisi limita le azioni di molte ong, mi chiedo se magari sia opportuno intraprendere un percorso lavorativo con grossi organismi internazionali. Il salario sarebbe migliore e avrei la casa pagata. Ma quanto sarebbe utile quello che faccio? Non mi ci vedo a guardare l’Africa dalla finestra di un ufficio. Continuiamo così, poi si vedrà”.

Sembri avere una vera passione per quello che fai…
“Dato il lavoro che faccio sono tuttora pienamente preso dall’agricoltura e dai temi della sostenibilità e della sicurezza alimentare. Sul campo ho maniera di sperimentare direttamente soluzioni per problemi e persone reali. Cerco di trovare la maniera di colmare il divario esistente tra la realtà locale e quella immaginata dai finanziatori che trascurano spesso dettagli essenziali per la riuscita di un progetto. I veri problemi non sono tecnici (per quelli esiste una soluzione), ma sono quelli che riguardano il cambiamento attitudinale dei beneficiari e questi processi di maturazione sono raramente contemplati in un progetto”.

Hai avuto anche esperienze lavorative in Italia oltre a quelle estere?
“Ho lavorato in un centro sperimentale vicino la mia città. Ho imparato molto perché avevo una persona che è stata capace di trasmettermi un metodo nel lavoro. Ho anche imparato che per più di un anno lavorare gratis stanca”.

Parli inglese, spagnolo e portoghese. Ma dove hai imparato lo swahili?
“Lo swahili l’ho imparato stando in Tanzania. Nessuno parlava inglese ad eccezione di un interprete locale, così ho voluto impararlo. È una lingua bellissima che si parla principalmente in Kenya, Tanzania, Uganda dell’Est, parte del Congo. Ma è a Zanzibar che si parla lo swahili puro”.

Conosci AlmaLaurea? Che ne pensi?
“Sinceramente non ho avuto modo di approfondire le opportunità che offre il sito. Ma quando andrò nella capitale e troverò un accesso più comodo a internet, lo farò. Promesso”.