Lavoro

“AlmaLaurea? Una buona idea per gli altri Paesi”

26 Marzo 2012

Implementare gli strumenti di conoscenza e di scambio per indirizzare le politiche educative verso la strada dello sviluppo di un Paese. È quanto suggerisce Adriana Jaramillo, senior education specialist e human development coordinator al Marseille Center for Mediterranean Integration e alla Banca Mondiale, intervenuta al convegno “Dopo la laurea: studi ed esperienze di lavoro in Italia e nel contesto internazionale”. In concomitanza con la presentazione della XIV indagine sulla condizione occupazionale dei laureati realizzata da AlmaLaurea, Jaramillo sottolinea l’importanza degli strumenti di controllo e valutazione per favorire il miglioramento dei sistemi di istruzione superiore. “Una delle criticità dei sistemi di educazione superiore, non solo nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa ma anche altrove – dice Jaramillo –, è la mancanza di indicatori oggettivi” in grado di indirizzare le politiche educative attraverso una definizione degli obiettivi e dei criteri di valutazione dei progetti”. Accanto a questi, anche la creazione di network per lo scambio tra le aziende e chi ha terminato il proprio percorso di studio e si mette alla ricerca di un lavoro può contribuire al benessere di un Paese: “In Italia – osserva Jaramillo – gli studenti che usano AlmaLaurea trovano lavoro in un tempo più breve: esportare strumenti come questo sarebbe utile anche in altri Paesi”. Dopo l’esperienza di cooperazione con il Marocco, anche la Tunisia si avvicina ad AlmaLaurea attraverso un progetto pilota: “Se questo concetto, questa metodologia saranno accolti positivamente dalle istituzioni tunisine, e soprattutto dal pubblico – conclude Jaramillo –, penso che potremmo allargarli a un maggior numero di Paesi”.

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L’accesso al mercato del lavoro e alle fonti di impiego da parte dei laureati sta diventando sempre più difficile. Pensa che sistemi come AlmaLaurea possano essere efficaci per fare incontrare la domanda e l’offerta di capitale umano?
“Credo che iniziative come AlmaLaurea, finalizzate esattamente a fare incontrare la domanda e l’offerta, siano molto importanti. Come possiamo vedere dai risultati di AlmaLaurea, gli studenti italiani che stanno utilizzando questo strumento hanno delle possibilità in più di trovare un lavoro in un arco di tempo più breve. Per questo penso che, anche in altri Paesi, un modello simile sarebbe decisamente una buona idea”.

Anche alla luce del successo della cooperazione di AlmaLaurea con il Marocco, come valuta la possibilità di estendere questa esperienza ad altri Paesi del bacino del Mediterraneo, e in particolare a quelli della sponda meridionale? Quali sono, secondo lei, i Paesi più adatti per lo sviluppo di questo sistema?
“Dopo l’esperienza con il Marocco, stiamo dialogando con la Tunisia. Sono molto interessati e stanno per iniziare un progetto pilota in alcune Università. Se questa metodologia sarà accolta positivamente dalle istituzioni tunisine, penso che potremmo allargarla a un maggior numero di Paesi”.

Pensa che l’istituzione di sistemi generali di controllo e valutazione su scala nazionale, basati su dati oggettivi e su indicatori quantitativi e qualitativi, in Paesi che ne sono sprovvisti, potrebbe contribuire al miglioramento del sistema dell’istruzione superiore e allo sviluppo di strumenti di gestione più efficaci?
“Sì, la risposta a questa domanda è: decisamente sì. Una delle criticità dei sistemi di educazione superiore, non solo nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa ma anche altrove, è la mancanza di indicatori oggettivi. In primo luogo, manca la definizione dei risultati che il sistema vuole ottenere. Una volta che i risultati sono stati definiti, è importante definire gli indicatori e monitorarli costantemente. È essenziale, per apportare un miglioramento, sapere innanzitutto se si stanno raggiungendo i risultati a cui si punta, ma anche, nel caso in cui non vengano raggiunti, cercare di capirne le ragioni e di introdurre dei cambiamenti nelle politiche. Avere dei sistemi e dei criteri di monitoraggio e rendere le informazioni accessibili per un vasto numero di persone è un elemento molto importante per migliorare la qualità dei servizi”.

I tassi di accesso all’educazione nel terzo settore sono alti nel Medio Oriente e in Nord Africa se paragonati ad altri Paesi con gli stessi livelli di sviluppo, tuttavia sembra che l’aumento quantitativo del capitale umano non stia producendo benefici economici e sociali diffusi. Quali sono, secondo lei, le principali cause di questa situazione?
“Devo dire che le cause sono molteplici e hanno a che fare con problematiche relative sia all’offerta che alla domanda. Per quanto riguarda la domanda, purtroppo l’economia in Medio Oriente e nel Nord Africa non è cresciuta abbastanza, né abbastanza in fretta da assorbire i laureati che escono dalle Università. Un’altra, strettamente connessa alla prima, è che lo sviluppo nel settore privato è stato finora debole, il che non aiuta a generare nuovi posti di lavoro, nuovi servizi o nuovi prodotti. È come un circolo vizioso. Se guardiamo ai problemi relativi all’offerta, ovvero al sistema educativo, ci sono diverse cose che potrebbero essere diverse. Per quanto riguarda ad esempio i tassi di ingresso, possiamo vedere che il 35% delle iscrizioni confluiscono negli studi umanistici e nelle scienze sociali: forse c’è uno squilibrio tra ciò che gli studenti scelgono di studiare, ciò che il governo dà loro l’opportunità di studiare, e ciò che l’economia e lo sviluppo dei Paesi richiedono. È un fenomeno molto complesso”.

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