Università

"AlmaLaurea, modello da potenziare"

18 Maggio 2011

“Per fare placement le università devono fare orientamento e lo riescono a fare perché possono confrontare, grazie ad AlmaLaurea, le politiche di offerta formativa. Per questo AlmaLaurea è uno strumento da usare, da potenziare, da difendere”. Patrizio Bianchi, ex rettore di Ferrara, ora assessore alla scuola, formazione professionale, ricerca e lavoro della Regione Emilia Romagna, fa il punto sul modello AlmaLaurea, recentemente presentato dal Times Higher Education come best practise da prendere ad esempio, una “bella figura” dell’Italia in Europa. Se ne è discusso anche al convegno internazionale promosso da AlmaLaurea e dall’università di Bologna sul tema del capitale umano e dell’occupazione nell’area europea e mediterranea. “Il confronto che c’è stato a livello internazionale ha dimostrato la validità di AlmaLaurea e della sua esperienza ormai più che decennale”, dice Bianchi, esperto di economia industriale.

Il Consorzio interuniversitario, con i sui tempestivi, completi e affidabili Rapporti sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati e la realizzazione della banca dati, che rende disponibili un milione e mezzo di curricula di laureati italiani, è uno strumento unico nel suo genere. Ma come far sviluppare al meglio questo modello?
“Innanzitutto auspicando l’estensione a tutto il sistema universitario. E poi seguendo strade di collaborazione con organismi nazionali e sovranazionali a cui lo stesso consorzio è aperto. AlmaLaurea non è alternativa o sostitutiva di altre agenzie, come la nuova Anvur. E’ un modello collaudato che deve essere valorizzato nell’ottica della cooperazione e del sostegno, soprattutto alla ricerca, all’accrescimento di una cultura della valutazione, come strumento informativo per far funzionare meglio il mercato del lavoro. Su questo punto, i tre milioni e mezzo di curricula di laureati ceduti alle aziende italiane ed estere negli ultimi dieci anni ne sono la migliore dimostrazione”.

Qual è il suo punto di forza?
“E’ uno strumento importante di autogoverno degli Atenei. Le università consorziate, per prima Bologna dove questo modello è nato, hanno con grande anticipo, dal basso e nel pieno della loro autonomia, cominciato a chiedersi cosa serviva l’attività erogata. E per questo hanno cominciato a rendersi trasparenti rispetto all’esterno valutando la loro capacità formativa, l’efficacia interna dell’azione educativa. I rettori riescono a capire dove sta la loro università rispetto all’intero sistema accademico, e non è poco. Non esiste nulla di simile, anche all’estero il modello è apprezzato”.

Sempre più diffusa è la consapevolezza che l’informazione gioca un ruolo fondamentale nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e di competenze. E’ d’accordo?
“Certo, il problema anche per chi governa e ha responsabilità politiche è quello di agevolare il processo di ricerca del lavoro da parte dei giovani con azioni integrate. Noi come Regione ci stiamo muovendo su più fronti: dottorati di ricerca e istituti tecnici superiori per formare personale tecnico qualificato”.

E’ preoccupato, assessore, della crisi del mercato del lavoro  che colpisce soprattutto i giovani?
“Sono molto preoccupato, perché questo è un Paese che non cresce. Se la Germania cresce del 5% e noi del 2% aumenterà il rischio di fuga dei nostri laureati e ricercatori. Il Paese deve investire di più ed essere capace di usare al meglio le risorse che sa formare. Noi come Regione immaginiamo oltre questo presente, ci adoperiamo per politiche che sappiano costruire futuro. E puntare sulla formazione è il volano per lo sviluppo”.