Lavoro

"AlmaLaurea è uno strumento da esportare in altri Paesi"

26 Marzo 2012

“Ciò che fa AlmaLaurea è colmare un vuoto informativo, e gli strumenti che offre potrebbero giovare anche ad altri Paesi”. La pensa così Elizabeth King, direttore dell’Education Human Development Network della World Bank a Washington. Da Roma, dove ha partecipato al convegno “Dopo la laurea: studi ed esperienze di lavoro in Italia e nel contesto internazionale”, King spiega perché il passaggio di informazioni tra giovani e imprese sia un fattore fondamentale per dare una scossa al mondo del lavoro. E parla delle politiche della Banca mondiale nell’educazione e dell’istruzione superiore come chiave per accelerare la fuoriuscita dalla crisi globale: “Più alto è il numero di laureati, più alto è il numero di lavoratori specializzati e preparati. Si tratta esattamente del tipo di risorsa umana che un Paese deve essere in grado di ritrovare dopo una crisi per assicurare la ripresa”.

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Qual è la sua valutazione di AlmaLaurea? Crede che questo modello possa essere esportato in altri paesi? E quali sono, secondo lei, i Paesi più adatti per lo sviluppo di tale sistema?
“Penso che, come l’Italia, anche altri Paesi soffrano di grandi asimmetrie informative. Una delle ragioni per cui i giovani non trovano impieghi che li soddisfino, o per cui chi recluta ha difficoltà a trovare giovani che occupino i posti di lavoro liberi, è proprio questa mancanza di informazioni. Una di queste asimmetrie è che chi assume non conosce abbastanza le abilità dei giovani o dei lavoratori. Un’altra asimmetria informativa molto importante è che i giovani non sanno molto delle università che frequentano e del loro livello qualitativo. Ce n’è poi una terza, ed è che i giovani che cercano un lavoro in realtà non sanno granché dell’impiego che vorrebbero trovare. Quindi, ciò che fa AlmaLaurea è colmare una serie di lacune informative molto significative. Io credo che anche altri Paesi condividano queste carenze, per questa ragione credo che i benefici che gli strumenti di AlmaLaurea portano all’Italia potrebbero giovare anche ad altri Paesi. Una delle condizioni necessarie per accumulare questo bagaglio di informazioni e renderlo il più ricco e utile possibile, è certamente la disponibilità, da parte delle Università, a fornire notizie da inserire nel database. Un’altra condizione è che gli stessi studenti e laureati vogliano condividere le informazioni. Credo che al giorno d’oggi questo non rappresenti alcun problema: i giovani sono sempre su Facebook e su altre piattaforme di comunicazione. Tuttavia, se nei Paesi più avanzati non ci sono problemi per quanto riguarda la tecnologia, in quelli, diciamo meno sviluppati l’accesso dei giovani agli strumenti tecnologici è più problematico”.

Qual è il ruolo economico e sociale dell’istruzione universitaria e post-universitaria dopo la crisi globale?
“Penso che, dopo la crisi globale, la formazione universitaria sia uno dei modi attraverso cui un Paese possa riprendersi più rapidamente perché più alto è il numero di laureati di un Paese, più alto è il numero di lavoratori specializzati e preparati. Si tratta esattamente del tipo di risorsa umana che un Paese deve essere in grado di ritrovare dopo una crisi. Una delle caratteristiche della crisi economica che abbiamo passato, e che alcuni Paesi stanno ancora attraversando, è che le professioni ne escono distrutte: la crisi distrugge il lavoro e cambia anche la natura dei mestieri disponibili. Ciò che speriamo è che i laureati abbiano le competenze di flessibilità necessarie per adattarsi al genere di professioni che rimangono in piedi dopo una crisi. I giovani che hanno abilità più ristrette, rispetto a quelle che ci auguriamo acquisiranno i laureati, incontreranno più difficoltà nella ricerca del lavoro dopo la crisi. Dovranno tornare a formarsi. Insomma, penso che una ripresa più rapida sia il contributo più importante che i laureati possono portare ai nostri Paesi”.

Quali sono le principali politiche che la Banca Mondiale sta promuovendo, ad oggi, nel campo dell’educazione?
“Proprio quest’anno, celebriamo il primo anniversario dell’inizio della nostra nuova strategia per l’educazione nell’ambito del gruppo della Banca Mondiale. Il concetto chiave della nostra strategia è l’importanza dell’apprendimento, della conoscenza, delle competenze per accedere a un grado di sviluppo superiore. Nel mondo, compresi molti Paesi poveri, siamo riusciti ad aumentare i tassi di accesso all’educazione di base, anche tra le donne e le ragazze. Invece il nostro fallimento credo sia stato nel fatto che i livelli di apprendimento non sono cresciuti tanto quanto i tassi di accesso. Ed è per questo che vogliamo enfatizzare l’importanza, per i giovani, di imparare ciò che dovrebbero imparare. I benefici dell’educazione non sono limitati al fatto che bambini e ragazzi possano stare seduti in un’aula: devono imparare veramente! Per noi sono molto importanti la conoscenza e le competenze che derivano dall’educazione. Questo è il messaggio principale, e direi che sottintende che dobbiamo investire presto nei giovani, senza aspettare che vadano a scuola. I bambini hanno bisogno del tipo di stimoli che i genitori, a casa, possono offrire loro. Hanno bisogno di essere nutriti, che ci si prenda cura di loro e della loro salute, in modo che siano preparati per il momento in cui andranno a scuola. Dobbiamo investire in anticipo e con intelligenza. I Paesi con bassi livelli di educazione, in speciale modo, non hanno le risorse per investimenti illimitati, e i genitori stessi, le famiglie, hanno possibilità limitate. E poi bisogna investire per tutti. Vorrei dire che dobbiamo pensare alle bambine, che nei Paesi poveri non imparano. Investire per tutti significa che dobbiamo pensare ai giovani, a quelli con disabilità, a quelli che vivono in remote aree rurali e fanno tanta strada per riuscire ad andare a scuola. Dobbiamo pensare alle minoranze, anche religiose, che potrebbero non avere il genere di risorse necessarie ad andare a scuola”.

Gli studi di AlmaLaurea pongono l’accento sul fatto che la condizione occupazionale dei laureati è fortemente influenzata dalle variabili legate al retroterra familiare e sociale, e anche dal contesto locale in cui vivono i laureati. Questa è la realtà italiana, ma pensa che potrebbe riguardare anche altri Paesi?
“Assolutamente sì, lo stesso vale per gli altri Paesi. Le condizioni locali, sociali, economiche, il background familiare e le caratteristiche individuali sono tutti aspetti che guidano le scelte occupazionali, sia in Italia che altrove. Le condizioni economiche e lo status sociale influenzano la capacità dei giovani di formarsi il più possibile e questo determina le loro future possibilità di impiego. L’educazione della madre, del padre, gli introiti e le condizioni economiche della famiglia sono molto importanti. In molti casi, sono più importanti del livello delle istituzioni scolastiche per determinare i risultati educativi. E nel determinare questi risultati, le condizioni economiche determinano anche il tipo di lavoro, di occupazione a cui i giovani alla fine accederanno. Ma anche le condizioni locali, quelle del mercato del lavoro, influenzano i mestieri disponibili e gli stipendi a cui i giovani potranno aspirare quando vi entreranno”.

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