Università

AlmaLaurea: uno strumento di governance per le università

08 Giugno 2011

Il Mediterraneo, "uno stagno attorno al quale le genti sono raccolte come rane, accumunate da uno stesso destino". Cita Platone il neoeletto Presidente della Crui, Marco Mancini, intervenendo a margine del Convegno nazionale "Qualità e valutazione del sistema universitario", tenuto ad Alghero in occasione della presentazione della XIII Indagine AlmaLaurea sul profilo dei laureati italiani.
"Dai tempi del filosofo greco- precisa il Presidente- se n'è fatta di strada, ma il concetto resta sempre quello: uno spazio unico, quell'area Euro Mediterranea che oggi si sta via via costruendo e che AlmaLaurea ha contribuito e sta contribuendo a creare".
"Pensare a forme di raccordo con i paesi che si affacciano sul "mare nostrum", è molto importante- spiega Mancini- e il lavoro svolto da AlmaLaurea va in questa direzione: integrare i sistemi di istruzione superiore e avviare ricognizioni sull'efficacia dei diversi iter formativi". "Passi avanti decisivi- li definisce il Presidente- per un concreto sviluppo del sistema Euro Mediterraneo".
E guardando al futuro del Consorzio ammette: "La mia università, quella della Tuscia, che ne fa parte dal 2006, è molto soddisfatta: il lavoro svolto da AlmaLaurea è prezioso. Adesso dobbiamo impegnarci affinché questi dati, che sono unici, diventino uno strumento di governance delle università. Qui entrano in gioco scelte governative che, sono fiducioso, saranno prese a breve perché le indagini del Consorzio rappresentano una risorsa importante per lo sviluppo del paese, hanno un ruolo e un valore che le forze politiche di ogni partito hanno sempre riconosciuto".

 Lei parla di una crescente disaffezione nei confronti del mondo universitario: da cosa dipende?
"Le cause di questa disaffezione sono molteplici. Prima di tutto, il sistema universitario è sottoposto da diversi anni a un vero e proprio bombardamento di critiche, critiche sotto certi punti di vista anche fondate, ma che con il progredire del tempo sono diventate attacchi al cuore dell'università. Questa tendenza ha portato alla diffusione di un'immagine negativa dell'università italiana che dobbiamo assolutamente combattere ma con i fatti, non con le parole. Credo sia questa la ragione prima della scarsa fiducia che famiglie e giovani nutrono nei confronti dell'università, ma non è la sola. Altri fattori sono strutturali, interni al sistema: mi riferisco alla mancanza di servizi e infrastrutture adeguate da offrire agli studenti che sono poi il vero appeal per attrarre ricercatori stranieri, per fare ritornare i nostri talenti dall'estero e per far sì che questi talenti non vadano via dal paese.
Tuttavia, è bene ricordarlo, dai confronti sui sistemi formativi superiori realizzati nelle classifiche internazionali emerge un dato confortante: la nostra università e i nostri ricercatori occupano una posizione di assoluta eccellenza. E' un fatto positivo che spesso resta celato. La bontà della grana di cui è formata l'università italiana è fuori di ogni dubbio. Tuttavia, non possiamo dimenticare che i nostri atenei stanno perdendo le proprie energie, che sono ottime, perché tendono ad andare verso l'estero. E' un'emorragia profonda che dipende in larga misura dalla scarsa capacità di mantenere il ricercatore o un qualsiasi laureato a condizioni economiche e infrastrutturali vantaggiose rispetto all'estero. E' evidente che i giovani cercano altri contesti dove costruire il loro futuro".

Il difficile rapporto tra mondo accademico e mercato del lavoro motiva in parte questa disaffezione nei confronti dei sistemi formativi?
"E' problema ben noto e le dimensioni del nostro tessuto di impresa, costituito per la maggioranza da piccole e medie, in questo senso non giocano a favore, anzi rendono ancora più problematico il dialogo con il mondo della formazione. Vuol dire che dobbiamo stimolare le università a confrontarsi con un sistema produttivo rifratto lungo il territorio, molto frammentato e con energie intrinsecamente fragili: ma è un'operazione tutt'altro che semplice, gli atenei hanno enormi difficoltà a trovare canali e punti di contatto. Emblematico il fatto che i dottorati di ricerca, quindi i nostri cervelli migliori, siano la risorsa più preziosa del paese e allo stesso quella meno integrata nel sistema delle imprese. Un fatto che discende dalla debolezza intrinseca di un sistema paese che non è capace di investire sui giovani talenti, che non capisce il vantaggio di avere cervelli giovani, pronti a elaborare idee, a fare sviluppo all'interno del tessuto produttivo".

Ma il vero problema del nostro paese non è solo e tanto la fuga di cervelli, quanto il fatto che non riusciamo ad attirare cervelli dall'estero?
"Il nostro sistema è refrattario ad avere percentuali significative di ricercatori e di studenti stranieri. Rispetto al contesto europeo siamo profondamente indietro. I dati del rapporto AlmaLaurea parlano chiaro: non più del 3% degli studenti sono intergrati nei nostri percorsi di studio. Si sale all'8% con i dottorandi di ricerca che dall'estero vengono a studiare in Italia, come testimoniamo i dati Cnvsu: una percentuale leggermente superiore, ma comunque ancora molto bassa. E' un fatto gravissimo, perché la mobilità studentesca e l'integrazione del nostro sistema accademico sono un bene per le università italiane: confrontarci con esperienze di studio di altri paesi per noi professori e per gli studenti sarebbe sicuramente uno stimolo importante, un'occasione di crescita unica. Il che è ancora più vero nel caso della ricerca: la scarsa capacità del nostro paese di attrarre energie dall'estero, di diventare attrattori di cervelli, anche all'interno della stessa comunità europea, è un gap spaventoso che dobbiamo colmare. Ma diciamoci la verità: cosa possiamo offrire noi a giovani stranieri? Servizi infrastrutturali per la ricerca scarsi, laboratori e apparecchiature che non sono all'avanguardia, eccezione fatta per alcuni poli di eccellenza, attrattività stipendiali brevi e nemmeno alte. E poi, c'è una giungla di norme, generiche e inerenti ai sistemi formativi e di ricerca, che scoraggia l'ingresso dello straniero nel nostro paese. In definitiva, non abbiamo strutture adeguate per accogliere i laureati che vengono dall'estero".

Come si potrebbe risolvere il problema?
"Credo che una parte di questo problema, che è un nodo scorsoio per il paese, si potrebbe sciogliere lasciando all'università la libertà e la responsabilità di assumere il personale che ritiene più adeguato, di fare ricerca e di investire laddove ritiene più opportuno e vantaggioso per la comunità, "bastonando" ovviamente gli atenei che sbagliano: vorrebbe dire avere in mano tutti gli strumenti per intervenire al meglio in questo meccanismo di competizione internazionale che si è fatto sempre più spietato".