Università

Cervelli in movimento: fuga o opportunità?

14 Aprile 2011

Un'università italiana, autonoma e responsabile, che sappia fare bene il suo lavoro. Una ricerca di base libera, competitiva e internazionale. Un tessuto imprenditoriale in grado di investire sui giovani laureati. Un titolo di studio universitario capace di fare ancora la differenza su un mercato del lavoro globale. Utopie? Non proprio. Bensì chiavi di volta che ci dicono come dovrebbe essere l'Italia nel prossimo futuro. "Un paese più aperto, in grado di estendere i suoi orizzonti oltre i confini nazionali per abbracciare l'Europa e i paesi del Mediterraneo". A immaginarlo, a margine della Conferenza Internazionale, "Capitale umano e occupazione nell'area europea e mediterranea", promossa da AlmaLaurea e AlmaMater lo scorso 10 e 11 marzo a Bologna, è Mauro Sylos Labini, ricercatore del Centro Studi Confindustria e dell'Università di Pisa.
"Lo sviluppo di un mercato del lavoro qualificato con meno asimmetrie informative e più ampio- spiega- che dall'Europa si estenda al Mediterraneo, grazie anche all'utilizzo di strumenti come quelli offerti da AlmaLaurea, può aiutare i laureati e le imprese nella ricerca di migliori opportunità   e quindi essere un volano per l'economia del nostro paese".

 L'idea di imprese e università come due mondi distanti purtroppo è ancora molto presente, soprattutto in Italia. Secondo lei, c'è un colpevole?
"Le università e le imprese devono fare bene il proprio mestiere. Atenei che non producono ricerca di livello internazionale e non formano adeguatamente i propri studenti sono colpevoli tanto quanto le imprese che credono di poter trovare tra i corridoi e le aule degli atenei consulenti a basso costo. La distanza fra università e imprese si riduce innanzi tutto promuovendo la ricerca di qualità e offrendo corsi di laurea in linea con gli standard internazionali. Allo stesso tempo, le imprese dovrebbero comprendere che i benefici che possono trarre dall'università non sono gli stessi che possono reperire sul mercato: all'università possono e devono chiedere soprattutto formazione di qualità e ricerca liberamente accessibile. Se ci sono queste il trasferimento tecnologico arriva, per così dire, automaticamente".

Parlando della ricerca italiana, pensi che per essere competitiva a livello internazionale debba restare libera? Come?
"Ovviamente sì. L'evidenza internazionale mostra che in tutti i paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, il grosso degli investimenti nella ricerca di base è di origine pubblica. E' inevitabile. I privati, a ragione, hanno pochi incentivi a finanziare questo tipo di ricerca perché è impossibile appropriarsi economicamente dei suoi risultati nel breve periodo. Il fatto che debba essere finanziata dal pubblico, non vuol dire però che i soldi vadano distribuiti a pioggia. Anzi, è importante che ci sia una sana competizione tra le università e fra i centri di ricerca in modo che i fondi siano assegnati a chi ha dimostrato di saper fare il proprio lavoro".

La riforma universitaria va in questa direzione?
"E' presto per dirlo. Alcuni dei suoi principi ispiratori sì. Ma in pratica molto dipenderà dai decreti attuativi e da come i nuovi statuti delle università verranno riformati. Diciamo che probabilmente farà sentire i suoi effetti più sull'organizzazione interna delle università, sulla loro governance, che sul modo in cui verrà finanziata la ricerca. In pratica, se agli atenei oltre alla maggiore autonomia sarà richiesta anche una maggiore responsabilità, allora gli effetti potranno essere positivi. Esiste poi la questione delle risorse da investire ed è persino superfluo ricordare come l'Italia, in rapporto al PIL, sia il paese industrializzato che spende meno per le sue università. E' vero che investire più risorse non significa automaticamente migliorare la qualità, ma con i tagli attuali rischiamo di tornare indietro"

Il fatto che i laureati italiani dopo l'università, vadano all'estero a trovare lavoro, è un problema per il nostro paese o un valore aggiunto?
"La cosiddetta "fuga di cervelli" è un'espressione che a volte nasconde la sostanza del problema. Se alcuni laureati decidono di lasciare il paese in cui hanno studiato non è un problema. Lo fanno dato che sperano di utilizzare meglio le conoscenze acquisite. Il fatto grave per realtà come l'Italia non è tanto che giovani brillanti decidano di andare all'estero, quanto che non si riesca ad attirare i laureati altrettanto brillanti di altre nazioni. Siamo un paese permeabile in uscita e impermeabile in entrata. Questo la dice lunga sulle opportunità offerte dal nostro sistema paese. In questo senso, tutti gli strumenti come AlmaLaurea volti a favorire la mobilità fra paesi, e in particolar modo la ricerca da parte delle imprese e dei laureati di nuove opportunità, sono molto importanti".

Quindi, la creazione di un'unica area Euro Mediterranea della formazione potrebbe in qualche modo favorire l'occupazione dei giovani laureati e ricercatori italiani?
"Gli eventi degli ultimi mesi suggeriscono di fare molta attenzione a quanto sta accadendo sulla sponda Sud del Mediterraneo. La speranza è che i cambiamenti in atto rafforzino ancora di più le economie di questi paesi, rendendoli più attraenti per i laureati e le imprese italiane e, allo stesso tempo, bacini formativi di buon livello per tanti giovani africani. AlmaLaurea, in questo senso può svolgere un ruolo importante perché favorisce la mobilità, che è un fattore potenzialmente di successo per ogni paese. Per gli studenti, che così hanno maggiori opportunità professionali; per le università, che possono offrire un placement più efficiente ai loro laureati e per le imprese, che devono ricercare lavoratori qualificati".