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Come sono i nostri laureati?

27 Maggio 2011

“Il quadro che viene restituito sui risultati raggiunti dai laureati che hanno concluso i loro studi nel 2010 è assai confortante. Il timore che si potesse tornare indietro, a fenomeni disastrosi, come l’elevato numero di fuori corso, che in passato hanno caratterizzato in negativo l’Italia nel confronto internazionale, non trova fondamento. La gran parte delle variabili osservate mostrano, nel tempo, un consolidamento su livelli assai migliori del recente passato”. Con questa premessa Andrea Cammelli, professore di Statistica dell’Università di Bologna e direttore di AlmaLaurea, ha presentato il XIII Profilo dei laureati italiani, discusso quest’anno al convegno “Qualità e valutazione del sistema universitario” ospitato dall’Università di Sassari.

Due gli aspetti centrali del Rapporto, che ha coinvolto 192.358 usciti dalle università nel 2010: il consolidamento dei risultati complessivi emersi negli anni precedenti (migliori di quelli pre-riforma) e l’ampia eterogeneità che permane nelle caratteristiche dei laureati.
“Questo non significa che, all’interno di un risultato di sintesi sulla formazione universitaria, non ci sia un’ampia variabilità – spiega infatti Andrea Cammelli - Non distinguere significa cadere nel rischio di giudizi sommari che non aiutano nemmeno una corretta distribuzione delle risorse in base al merito".
L’obiettivo, dunque, è accertare le caratteristiche del capitale umano complessivamente formatosi nel sistema universitario italiano nell’anno 2010, confrontandole con quelle dei laureati pre-riforma del 2004 (anno in cui il questionario di rilevazione è stato reso omogeneo secondo le indicazioni formulate dal CNVSU).  Ecco alcuni risultati di sintesi.

Tra i laureati 2010, 72 su cento acquisiscono con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine. Si accentua la tendenza a studiare sotto casa. A frenare questo tipo di mobilità territoriale concorrono anche i costi, spesso insostenibili per le famiglie. Nel 2010 oltre la metà dei laureati ha conseguito il titolo in una sede universitaria operante nella propria provincia di residenza: 51 per cento rispetto al 49 (oltre due punti percentuali più di quanto non avvenisse nel 2004). Aumenta invece, silenziosamente ma non per questo meno inquietante, il numero dei laureati che, rispetto ai fratelli maggiori del 2004, decide di varcare le Alpi ed anche l’Oceano anche per la preoccupazione di avere difficoltà a trovare un’adeguata collocazione lavorativa in patria. Alla storica mobilità per studio/lavoro lungo la direttrice Sud-Nord che continua a caratterizzare il nostro Paese, si affianca, da qualche tempo, con una intensità crescente che registra le difficoltà di crescita del Paese, quella verso i paesi esteri.

La riuscita negli studi. I laureati pre-riforma del 2004 conseguivano il titolo a 27,8 anni contro i 26,9 anni relativi al complesso dei laureati 2010. Un valore che migliora al netto del ritardo all’immatricolazione: per il complesso dei laureati, l’età alla laurea passa da 26,9 a 24,9 anni.
La regolarità nel concludere gli studi negli anni previsti dagli ordinamenti, che era a livelli ridottissimi anche fra i laureati pre-riforma nel 2004 (15 laureati su cento!), si è più che raddoppiata ed è raggiunta oggi, complessivamente, da 39 laureati su cento (sino al 47,5% tra i laureati di secondo livello).

Tirocini formativi e stage svolti e riconosciuti dal corso di studi sono un altro degli obiettivi strategici che segnalano una importante inversione di tendenza sul terreno dell’intesa e della collaborazione università-mondo del lavoro (pubblico e privato). L’aumento di queste importanti esperienze, che nel 2010 hanno riguardato 57 laureati su cento (ne coinvolgevano 20 pre-riforma nel 2004), risulta positivo anche ad un’attenta analisi della qualità.

Le esperienze di studio all’estero dei laureati italiani, contrattesi nei primi anni della riforma, sono andate gradualmente riprendendosi e coinvolgono complessivamente il 14,4 per cento dei laureati del 2010.

Si tratta di risultati frutto di una contrapposta tendenza: quella dei laureati di primo livello, che vedono l’esperienza all’estero, soprattutto quella Erasmus, più ridotta (in parte fisiologicamente tenuto conto della contrazione degli anni di studio) rispetto a quella realizzata dai laureati pre-riforma. Fra i laureati specialistici, invece, queste attività riescono a coinvolgere quasi il 19,5 per cento della popolazione (senza considerare quelle realizzate su iniziativa personale).

 

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