Università

Cooperazione e dialogo per una formazione globale

08 Aprile 2011

Contribuire alla creazione di uno spazio comune per l'istruzione superiore e la ricerca, rafforzare le reti esistenti di cooperazione tra università, sostenere a piene mani lo sviluppo del dialogo interculturale e promuovere i principi sanciti dal Processo di Barcellona. Sono i punti chiave che hanno portato alla creazione dell'Università Euro-Mediterranea (Emuni) con base in Slovenia. Il progetto, a cui aderiscono 43 paesi dell'area euro mediterranea, mira a produrre corsi di formazione superiore innovativi e globali, centrati su temi di rilievo per i paesi europei, africani e medio-orientali. Ma per arrivare a questo obiettivo, "tra le università dell'area EuroMediterranea serve prima di tutto condivisione, multilateralità e dialogo con il territorio e il mondo produttivo. AlmaLaurea in questo quadro internazionale può svolgere un ruolo fondamentale, intercettando le lauree che rispondono di più e meglio alle esigenze di ogni singola regione". A parlare è Joseph Mifsud, presidente dell'Università Euro-Mediterranea, intervenendo a margine della Conferenza Internazionale, "Capitale umano e occupazione nell'area europea e mediterranea", promossa da AlmaLaurea e AlmaMater lo scorso 10 e 11 marzo a Bologna

La cooperazione tra i diversi sistemi formativi dell'area Euro Mediterranea può incrementare il tasso di occupazione tra i giovani laureati?
"
E' importantissimo: c'è bisogno di matching tra quello di cui i diversi paesi, o meglio le regioni dei diversi paesi hanno bisogno e quello che offre il sistema universitario. In questo senso, credo che le università debbano avere un tipo di formazione che sia prima di tutto condivisa e poi spendibile a livello regionale. Questo è il corrispettivo della brain circulation, letteralmente circolazione di cervelli, nel senso che la formazione non può essere troppo rigida, il diploma di laurea deve essere una cosa condivisa e accessibile in ogni nazione. E' quello che stiamo cercando di fare con l'Università del Mediterraneo. Abbiamo dieci squadre fatte da 43 persone che vengono da tutti i paesi dell'area Euro Mediterranea: da due anni stanno lavorando insieme per creare dei percorsi condivisi puntando su competenze di cui c'è estremo bisogno. A breve daremo il via a sei corsi di laurea di secondo livello che hanno proprio questo intento; preparare dei professionisti attraverso iter di studio condivisi e che rispondono ad esigenze reali. Ad esempio, professionisti per il settore delle energie alternative o il "disaster managment".

Quindi, il dialogo con il sistema produttivo è importante?
"Il public private partnership è fondamentale, ovvero l'incontro tra mondo accademico e imprese, ma anche con enti regionali, nazionali che operano sul territorio: sono loro che hanno il polso delle necessità attuali. Diversamente, ci condanniamo a produrre tanta formazione utile solo a creare un "disoccupato bravo". Da questo punto di vista, credo che la specializzazione del percorso di studi sin dall'inizio, sia decisiva: solo così possiamo formare dei laureati di qualità, che riescano a inserirsi in modo ottimale nel mercato del lavoro. Quando un laureato finisce di studiare e avrà questo titolo, che cosa potrà fare?  E' questa la domanda che dobbiamo porci per far funzionare tutto il sistema".

Le università italiane nel contesto Euro Mediterraneo che ruolo hanno?
"Ci sono delle università italiane molto valide e internazionalizzate, quindi molto preparate a formare dei laureati che possano poi lavorare in ambito Euro Mediterraneo. Credo tuttavia che debbano diventare più di nicchia, non è possibile che ogni ateneo sia strutturato per essere eccellente in tutte le discipline. Non è proficuo e non serve al sistema paese. Le faccio un esempio: la regione della Mursia in Spagna sta lottando contro il problema della desertificazione. Così le università si sono unite in una federazione per formare in modo complementare delle figure professionali che siano esperte in questo campo. L'università italiana ha bisogno di affinare proprio questa capacità, ovvero guardare alle esigenze del suo territorio, facendo previsioni, panificando in vista delle necessità future. Se una regione ha bisogno di molti restauratori perché quella è la sua "specialità", perché l'università non si indirizza a formare questo tipo di figure professionali? E' quella che io chiamo, employability for casting che unito alla flessibilità, e quindi alla brain circulation, è in grado di dare ottimi risultati sia dal punto di vista occupazionale che in termini di beneficii per il territorio. Non solo, ma questo meccanismo andrebbe a colmare anche il differenziale molto forte, che esiste tra le università del sud e del nord del paese. Infine, altro aspetto cruciale, lavorare sul multilaterale, ovvero gli atenei non devono avere una sola università straniera partner, ma più università. E' questa la cifra dell'internazionalità. E' qui che entra in gioco AlmaLaurea: un ponte fondamentale che permette di identificare, volendolo, le categorie di impiego in cui c'è maggior bisogno di laureati".

AlmaLaurea quindi nel contesto Euro Mediterraneo può svolgere un lavoro cruciale?
"AlmaLaurea fa un lavoro ottimo, esemplare. Le sue indagini permettono di fotografare gli andamenti del sistema formativo e gli esisti occupazionali dei laureati. Non solo, l'idea che ne è alla base, apre un altro grande potenziale: AlmaLaurea è in grado di prevedere quali lauree sono più gettonate non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto territoriale. Vuol dire, riuscire a rispondere alle esigenze del paese. Se questo meccanismo esistesse a livello internazionale, forse, non ci sarebbe stata la "Primavera araba", perché si sarebbero capite prima le necessità dei giovani e dei territori".