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Design: quando la forza è nel progetto

13 Settembre 2011

Prima, legge la realtà, poi, progetta. Sono le prerogative di chi ha trasformato la passione per il design in una vera e propria professione. “Progettare un brano musicale concettualmente non è diverso da progettare un prodotto: la creatività è sicuramente un aspetto che conta, ma, al contrario di quanto si crede, non è una dote innata, bensì una qualità che cresce e si affina con l’esperienza attraverso la pratica sul campo e la formazione. Diversamente, diventa fine a se stessa e mette in forse la capacità stessa di progettare e innovare a partire da un’attenta lettura delle dinamiche di mercato”.
Il professore Carlo Vannicola, docente dei laboratori di design e di eventi e comunicazione alla facoltà di Architettura di Genova, traccia il profilo del designer di professione, mettendo a nudo pro e contro dei master e corsi di laurea presenti nel nostro paese. “In Italia bisogna investire di più e meglio sui centri di ricerca, anche nel campo del design, perché è qui che nascono i progetti migliori e si creano i canali di diffusione delle conoscenze all’interno delle imprese”.

Studiare design in Italia, oggi cosa vuol dire?
“Nel nostro paese chi vuol studiare design non ha che l’imbarazzo della scelta, ogni regione o quasi ha istituito corsi di laurea con precise specificità, titoli nati e cresciuti per lo più all’interno delle facoltà di Architettura a partire dagli anni ‘90. In Italia abbiamo infatti una sola facoltà esclusivamente di design, quella del Politecnico di Milano. Per il resto, si tratta di percorsi di alta qualità che hanno raggiunto ormai una loro autonomia dal punto di vista strutturale e organizzativo, ma che culturalmente restano ancora, e giustamente, legati alla grande storia dell’architettura italiana. Si tratta di iter ben strutturati, divisi in una prima laurea triennale, tesa ad offrire le cosiddette conoscenze di base e, a seguire, in un titolo specialistico, diverso da ateneo a ateneo, rispondente alle esigenze del territorio dov’è nato”.

Il design è quindi un campo di studio in divenire, dove si sono fatti e si stanno facendo molti passi avanti.
“L’apertura di corsi di laurea in design, più o meno specifici, si è avviata ormai in quasi tutti i territori. Al momento, il problema infatti non è tanto legato alla formazione, bensì al numero di docenti presenti nei singoli atenei: una quantità alta, ma non sufficiente a mantenere nel lungo periodo e in tutte le università una didattica che sia al contempo di qualità e capace di rispondere alle esigenze espresse dal mercato di riferimento. In questo senso, nei prossimi anni credo che assisteremo a una redifinizione dei percorsi: si creeranno specialistiche sempre più forti, vicine alle necessità del territorio, con lezioni tenute da docenti e professionisti esperti su un preciso indirizzo di studi”.

Ad esempio?
“La creazione di corsi di laurea di secondo livello specifici sta prendendo piede un po’ in tutte le università. Una dimostrazione arriva direttamente dall’ateneo di Genova, dove, grazie alla collaborazione tra le Facoltà di Architettura e di Ingegneria e quelle di Design e di Ingegneria Industriale del Politecnico di Milano, è nato qualche anno fa un percorso internazionale di alto livello, una laurea specialistica congiunta in Design Navale Nautico che accomuna per l’appunto il design alla nautica, rispondendo in modo eccellente alle esigenze non solo della nostra regione, ma di tutto il paese. Recentemente, è stato poi istituito, sempre a Genova, un primo corso di laurea in Design ed eventi: in questo caso, visto il carattere estremamente innovativo del tipo formazione, abbiamo tuttavia scelto di mantenere collegati, almeno per il momento, i due ambiti, ovvero il design riferito alla comunicazione al più tradizionale design di prodotto. La storia italiana del design passa attraverso gli eventi, dalla Triennale di Milano, al Moma di New York, per giungere al Fuori Salone Milanese, essi hanno sempre rappresentato un particolare modo di fare ricerca, risultando i migliori e più capillari mezzi di aggregazione, ibridazione e diffusione delle conoscenze. Abbinare il progetto agli eventi rientra, dunque, in una linea culturale assolutamente coerente con lo sviluppo del Made in Italy.
Dopo i corsi di laurea specialistici, ci sono i master: un salto formativo che spinge il design ancora più in la, offrendo specializzazioni molto precise su un determinato ambito di studi, capaci di avvicinare lo studente al mondo del lavoro. Si tratta di percorsi post laurea importanti che permettono alle rispettive università di aprirsi al contesto internazionale”.

Ci sono ambiti di studio che si legano meglio al tema del design?
“Tra gli ambiti storici del design, troviamo oltre alla nautica, settori come moda, arredamento per interni ed esterni, grafica, gioielli, web. E ancora, disegno industriale, automobili, agroalimentare, pubblicità, packaging, e di recente l’eco design. Le associazioni sono e possono essere innumerevoli. I laureati in design maturano infatti molteplici conoscenze, una volta laureati possano lavorare in diversi ambiti a seconda dell’indirizzo di studi intrapreso, anche se, non possiamo dimenticarlo, a giocare un ruolo fondamentale sono sempre, qui come ovunque, le richieste di mercato”.

Che caratteristiche deve possedere un buon designer?
“Prima di tutto, sa leggere la realtà che lo circonda e poi, sa indirizzare la sua creatività su progetti concreti, rispondenti alle necessità dei mercati locali e nazionali. Perché ciò accada, il designer di professione deve essere flessibile e assetato di conoscenza, aperto al cambiamento e alle innovazioni, estremamente interessato ad arricchire il proprio profilo professionale. Ecco perché è rilevante intraprendere anche un percorso di studi o di lavoro all’estero grazie a corsi di laurea o master: la mobilità rappresenta un valore aggiunto fondamentale anche e soprattutto nel campo del design, permette di conoscere realtà diverse, stili di progettazione differenti, di confrontarsi con docenti ed esperti di molteplici ambiti”.

Il designer  italiano a caccia di occupazione, verso quali ambiti dovrebbe indirizzarsi?
“Con la crisi è evidente come le opportunità di trovare lavoro sul territorio si siano notevolmente ridimensionate un po’ in tutti i settori chiave del design. La libera professione, che porterebbe inevitabilmente alla creazione di nuovi studi professionali sulla materia, sarebbe la via migliore, quella più prossima alle esigenze di mercato. Tuttavia, molti studenti scelgono di rinunciare a questo tipo di occupazione, che si sposa alla perfezione con la pratica della professione, in favore di un ruolo fisso, più sicuro e stabile. Peccato, che un’analisi attenta del contesto produttivo italiano, dimostri come sia vero perfettamente il contrario: il nostro punto di forza è un sistema a rete fatto di piccole e medie imprese, aziende che da sole non possono permettersi l’inserimento a tempo indeterminato della figura del designer. In questo senso, credo sia opportuno  investire di più sulla creazione di centri di ricerca dedicati e specifici, bacini di conoscenze forieri di progetti di qualità capaci di rispondere, di volta in volta, e in modo sempre più eccellente, alle singole esigenze espresse da imprese e amministrazioni locali. Una lacuna che in futuro dovrà essere assolutamente colmata”.