Lavoro

Il dottorato in Marocco

16 Febbraio 2011

"Le popolazioni tenute per secoli sotto controllo se, a un certo punto, grazie alle nuove tecnologie, si accorgono che la libertà esiste, cominciano a domandarsi "Perché noi no?". Ed è allora che nascono le rivolte". Quella scattata da Davide Dolcezza, trent'anni, genovese, dottorando in Democrazia e diritti umani, è un'istantanea che la dice lunga su quanto sta accadendo oggi in Egitto e in Tunisia. E Davide le problematiche in cui spesso incorrono le molteplici nazioni che si affacciano sul Mediterraneo le conosce bene. Dopo la specialistica in politiche ed economie del Mediterraneo conseguita con il massimo dei voti all'ateneo di Genova, ha scelto infatti di intraprendere la strada del dottorato. Ora è in Marocco con una borsa Averroes all'università di Rabat, dove sta portando avanti la sua tesi di ricerca sui diritti umani. Alle spalle, un tirocinio Crui di tre mesi nell'unità tecnica centrale di cooperazione della Farnesina che dalla sede centrale a Roma, l'ha condotto a Beirut.

Com'è nata la tua passione per la storia politica e economica dei paesi che si affacciano sul bacino del mediterraneo?
"Dopo la maturità scientifica, mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze politiche di Genova alla triennale in Scienze internazionali e diplomatiche con indirizzo in Cooperazione internazionale e politiche dello sviluppo. Nel corso dei miei studi, questi temi hanno finito per affascinarmi sempre di più. Così, al momento della laurea specialistica ho deciso di proseguire con la magistrale in Politiche ed economie del Mediterraneo. Mi sono laureato nel 2008 con una tesi sull'evoluzione costituzionale della Repubblica Libanese. Sono stati anni molto proficui dal punto di vista formativo, ma anche professionale. Il bagaglio di conoscenze maturato mi è servito moltissimo dopo l'università".

Poi hai deciso di fare domanda per il dottorato di ricerca, sempre a Genova, in Democrazia e diritti umani.
"Finita l'università, ho scelto di portare vanti questa mia grande passione per la cooperazione internazionale. Ho fatto domanda per il dottorato di ricerca. Nel frattempo, ho partecipato a un bando di tirocinio del Ministero degli esteri e della Fondazione Crui. L'ho vinto e sono stato inviato per tre mesi all'unità tecnica centrale di cooperazione della Farnesina a Roma e in seguito all'Unità Tecnica Locale dislocata in Libano, a Beirut. E' stata un'esperienza professionale molto bella, ho tocco con mano cosa vuol dire lavorare in questo settore, a stretto contatto con culture e realtà completamente differenti dalla tua".

Di che cosa ti sei occupato a Beirut? E come ti sei trovato?
"A grandi linee, curavo la rassegna stampa, redigevo testi e documenti necessari per portare avanti dei progetti. Inoltre, ho collaborato all'organizzazione della "Field Visit" della commissione dell'OECD per la peer review realizza per valutare il livello qualitativo dei piani di cooperazione e sviluppo intrapresi dalle economie industrializzate. Ogni quattro anni è la volta dell'Italia. E' stato molto interessante. Poi, Beirut, pur essendo una grande capitale, per certi aspetti è molto vicina alle metropoli occidentali, è una realtà affascinante e multiculturale. Basti pensare che è divisa in tanti quartieri quante sono le comunità religiose che vi abitano: ben 18, tutte diverse, ognuna con le sue leggi e le sue tradizioni".

Quando sei rientrato hai cominciato il dottorato?
"Ho vinto la borsa di ricerca in Democrazia e diritti umani a Genova, nel frattempo ho cominciato a guardarmi intorno perché volevo fare delle nuove esperienze all'estero, possibilmente sempre in uno dei paesi del Mediterraneo. Così ho partecipato al programma Erasmus Mundus Averroes. Si tratta di un progetto coordinato dall'Università di Montpellier 2 che offre a studenti di primo e secondo livello, dottorandi, post doc e personale universitario la possibilità di vincere delle borse di studio per la mobilità verso i paesi del Maghreb, ovvero Marocco, Algeria e Tunisia. Ho ottenuto la borsa e sono partito per Rabat. Oggi, vivo qui e collaboro con la cattedra dell'Unesco "per l'insegnamento, la formazione e la ricerca in materia di Diritti Umani", all'Université Mohamed V di Rabat dove porto avanti il mio progetto di ricerca. Sto preparando una tesi sulla promozione e la protezione dei diritti umani in Marocco. Intanto, collaboro con l'unità tecnica locale di cooperazione della Farnesina a Rabat. Più o meno, mi occupo delle medesime attività che svolgevo a Beirut, oltre ad attività per il coordinamento dei progetti esistenti in Marocco, essendo, l'ufficio di Rabat, di dimensioni inferiori.".

Come ti trovi?
"Molto bene, hanno un ottimo sistema di gestione dello sviluppo e usano i fondi che ricevono in modo ottimale. Tutto merito del re, Mohammed VI che sta promuovendo insieme alla nomenclatura marocchina e in collaborazione con l'Unione Europea e le Nazioni unite un piano di crescita nazionale molto bilanciato e all'avanguardia. Per questo motivo il Marocco è un paese che cresce in modo esponenziale: si sta avvicinando a passi da gigante ai modelli europei ed è molto più moderato di tante altre nazioni che si dichiarano laiche e poi, di fatto, non lo sono. Anche a livello universitario si portano avanti numerosi progetti, tutti tarati sulle grandi sfide del futuro: si lavora molto sul legame tra mercato del lavoro e mondo della formazione. E anche dal punto di vista tecnologico, si utilizzano gli strumenti più avanzati".

La crisi egiziana e quella tunisina, secondo il tuo punto di vista, come e perché sono nate?
"Credo sia venuto a mancare proprio quello che è il punto di forza del Marocco. Ovvero un piano di sviluppo coerente tale per cui non si venga a creare una spaccatura interna tra il potere e il popolo. Il punto è, che se c'è una buona crescita economica e produttiva del territorio, la qualità della vita deve migliorare per tutti. In Tunisia, come in Egitto è accaduto il perfetto contrario: è cresciuta la base economica del paese e gli standard sono diventati più elevati grazie agli investimenti di moltissimi paesi industrializzati, ma quest'operazione è andata a vantaggio solo delle persone benestanti, lasciando ai margini il popolo. Le rivolte sono nate perché le possibilità offerte delle moderne tecnologie e il dialogo con l'occidente hanno fatto scorgere alla "piazza" la libertà. E ora che sanno che esiste, non sono più in grado di rinunciarci.  La vogliono e sono pronti a lottare per ottenerla. Non è un caso che, in questi paesi in rivolta, il primo servizio che i regimi hanno pensato bene di sospendere, sia stato Internet". 

Cosa ne pensi del sistema AlmaLaurea?
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Il sistema AlmaLaurea è un ottimo collegamento tra imprese, università e studenti. In effetti, si lamenta sempre la scarsa connessione del mondo accademico con la sfera professionale mentre  AlmaLaurea nasce proprio per colmare questo gap, fornendo alle imprese interessate i curricula dei laureati degli atenei afferenti al sistema. In questo modo, si tenta di facilitare il reperimento di nuove figure professionali portando alla conoscenza dei soggetti interessati il ciclo formativo, le capacità che i giovani laureati hanno appreso durante il loro percorso di studi e le loro prime esperienze professionali. Non si può che giudicare positivamente un sistema come questo".