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Editori, ma anche comunicatori e maghi della rete

27 Gennaio 2011

 "Il lavoro c'è, ma spesso viene pagato poco, anche perché i laureati interessati a svolgere una professione nel mondo della comunicazione sono molti, questo nonostante si sia via via normalizzato il numero degli immatricolati ai corsi di laurea attinenti a questo indirizzo di studio, dopo il boom di qualche anno fa. Ad ogni modo, è una guerra tra poveri, soprattutto in Italia".
A scattare la fotografia del mondo della comunicazione è un esperto del settore, il professore Giancarlo Corsi, direttore del corso di laurea magistrale in  Pubblicità, editoria e creatività di impresa promosso dalla Facoltà di Scienze della comunicazione e economia dell'ateneo di Modena e Reggio Emilia. "Se volete diventare giornalisti, copywriter, editori, comunicatori politici o showman della televisione, bravi e meritevoli, dovete prima di tutto imparare a scrivere bene in italiano, perché molti non lo sanno fare, studiare inglese, sapere usare il web". "Infine- chiosa il professore- prendete un biglietto di sola andata per l'estero per sprovincializzarvi il più possibile. Poi prendete anche quello di ritorno".

Dai dati AlmaLaurea emerge che i laureati del 2004 in Scienze della Comunicazione, a cinque anni dalla laurea, lavorano nell'87% dei casi, mentre la media nazionale è dell'82%. Quanto alle lauree specialistiche nel settore della comunicazione anche qui i dati confortano i comunicatori: 60% di occupati nel settore della comunicazione a un anno, contro il 57% della media nazionale. Infine, se guardiamo al profilo dei laureati specialistici in comunicazione scopriamo che si laureano prima degli altri, a 26,6 anni contro i 27,3 del complesso, hanno fatto molti più tirocini e stage durante gli studi e conoscono l'inglese più degli altri. Le note dolenti arrivano quando si legge che il 33% dei laureati del 2004 ha ancora un lavoro precario, contro una media nazionale del 24%; e percepiscono uno stipendio lievemente più basso, 1.279 euro mensili netti contro i 1.328 del complesso. Professore, questi dati, sfatando un qualche mito, danno prova di come funziona il mercato della comunicazione, compreso quello dell'editoria, nel nostro paese?
"Direi di sì. Si tenga presente, comunque, che anche in questo settore l'occupazione era già in calo prima che si aprisse la crisi di questi ultimi anni. La contraddizione che soggiace a questa fetta di mercato c'è ed è molto forte: da un lato, servono competenze sempre più specialistiche, soprattutto in virtù delle nuove tecnologie. Un fattore decisivo sia per le imprese private sia per le amministrazioni pubbliche. Dall'altro lato, manca la possibilità di dare posti di lavoro ai giovani. O meglio, se i laureati trovano occupazione, spesso è perché accettano di essere sottopagati. L'editoria poi: nel nostro paese, c'è poco da fare, è un mercato sempre più povero. Il numero degli italiani che legge quotidiani è basso, per non parlare dei libri. Insomma, si lavora a vista e si cerca di contrastare in tutti modi un problema che sta diventando molto serio".

Come vanno le cose a livello europeo?
"La crisi ha messo in ginocchio molti settori, compreso quello della comunicazione. Se un'impresa fatica a stare in piedi, soprattutto se è piccola, è difficile che investa in comunicazione. Le cose vanno così un po' ovunque, anche in Europa le condizioni non sono ottimali. Tuttavia, in Inghilterra e in Germania, giusto per fare due esempi, il mercato è sempre andato meglio. Si leggono molti più libri e la tiratura dei giornali è molto più alta. Diciamo che si promuove la cultura molto più che in Italia e la cultura - noi italiani dovremmo saperlo - può creare molta occupazione. Forse, le pessime acque in cui naviga il settore nella penisola sono causate anche dalla promiscuità imperante nei mezzi di comunicazione. Basti pensare alla televisione o ai giornali: in Italia non ci sono editori puri".

Quindi, i giovani che oggi vogliono lavorare nel mondo della comunicazione che cosa devono fare?
"Iscriversi a un buon percorso universitario è un elemento importante. Nel nostro paese ci sono degli ottimi corsi di laurea, sia per il giornalismo e l'editoria sia per la televisione, internet e i media in generale. Ma studiare non basta, per lavorare nel mondo della comunicazione e imparare bisogna prima di tutto buttarsi: all'inizio qualsiasi incarico va bene. Si deve fare esperienza. Inoltre, è fondamentale conoscere la lingua italiana: molte persone fanno imperdonabili errori di grammatica, di ortografia e anche di pronuncia e di espressione. Importante, è sapere l'inglese e conoscere alla perfezione il mondo del web, dalla navigazione in Internet alla costruzione di un ipertesto. Inoltre, bisogna sempre essere informati su tutto. Non esiste un comunicatore avulso da un network di relazioni. I settori non sono mai nettamente definiti, si intersecano continuamente. Infine, consiglio a tutti i giovani, e con una certa amarezza, di prendere l'aereo e di andare all'estero per capire bene come va il mondo e lasciarsi alle spalle il provincialismo tipicamente italiano. Magari puntando su città come Parigi, Londra e Berlino, che dal punto di vista culturale e mediatico sono alquanto prolifere". 

Nel mondo della comunicazione, quali sono gli ambiti dove si hanno maggiori possibilità?
"Premesso che i laureati oggi devono coniugare specializzazione e trasversalità delle competenze, non c'è dubbio che il mondo delle televisioni, nel corso degli anni, ha acquistato sempre più potere: oggi le tv locali vanno per la maggiore. Seguono marketing e pubblicità, dal grafico al copywriter: passata la crisi, tra l'altro, c'è da aspettarsi che queste professioni tornino a crescere. C'è poi l'editoria specializzata, che sta subendo vari processi di trasformazione, ma tiene. Penso alle riviste di tecnologia o più generaliste come quelle di cucina, sport, moda e a tutto ciò che riguarda il mondo del web, dai giornali alla digitalizzazione dei libri. Ma anche la gestione online dei siti commerciali, dal produttore di vino che deve promuovere il suo marchio, alla signora che vende porcellana fatta in casa. Per non parlare delle competenze richieste a chi si occupa oggi di comunicazione nelle amministrazioni pubbliche, compresa la cosiddetta comunicazione politica. Sono aree dove i giovani in futuro, spero, potranno trovare opportunità".

Che cosa dovrebbe fare il nostro paese per far ritornare quei laureati in comunicazione che se ne sono andati all'estero?
"Dovrebbe essere concorrenziale, ovviamente: non solo pagare di più, ma anche offrire prospettive, progetti interessanti e smettere di diffondere l'idea che comunicazione sia solo televisione, intrattenimento o pubblicità, come spesso credono molti nostri studenti. Per fare solo un esempio: quanto avrebbe bisogno la nostra pubblica amministrazione di persone capaci di "mediare" la burocrazia?"